Come l’America. Quegli spari che raccontano un paese senza comunità

Quando un uomo in crisi profonda (personale e lavorativa) compra una pistola con la matricola cancellata, si prepara per varie settimane, prende un treno, indossa il vestito della festa e si mette a sparare contro dei carabinieri davanti a Palazzo Chigi mentre al Quirinale sta giurando il governo Letta, ci troviamo non davanti a un caso isolato, ma a un fenomeno preannunciato e ampiamente sottovalutato dalla politica, certamente, e forse anche da chi dovrebbe garantire la sicurezza del paese e dei cittadini.
Quei colpi di domenica pomeriggio sono identici a quelli esplosi pochi mesi fa da quell’imprenditore in Umbria che entrato negli uffici della Regione ha ammazzato due povere impiegate. Ecco il precedente che doveva far riflettere e far scattare l’allarme. E invece ci ritroviamo proiettati in un far west (mi faccio giustizia da solo sfogando la mia rabbia e frustrazione uccidendo e a casaccio) che finora conoscevamo solo attraverso il racconto televisivo dei troppi atti violenti del genere che avvengono negli Usa.
Come in America, quindi?
La violenza contro il silenzio, l’alienazione e l’esclusione. La violenza come atto dimostrativo. La violenza non percepita come “mortale” ma come atto narcisistico e di auto rappresentazione.
Che questo germe stia attecchendo nel nostro paese (due casi in pochi mesi) ci dice due cose: primo che ci sono troppe armi in giro e che le nostre normative sono solo “apparentemente” restrittive; secondo che si sta frantumando il concetto stesso di comunità che bene o male ha tenuto in piedi questo paese.
Non si tratta di atti di persone con caratteristiche “criminali” e ancor meno di azioni circoscrivibili nella definizione di “violenza politica”. È narcisismo e solitudine e assoluta assenza della percezione del rischio e delle conseguenze. È l’esasperazione della nuova società dei “soli” e di chi crede che “apparire” a qualsiasi costo serva non a cambiare ma a ottenere quello che si crede proprio. Compreso il diritto di finire citati in tv e sul web. Solo per aver ucciso o aver tentato di farlo. Apparire, in una distorta percezione di realtà che alleggerisca il peso di essere solo fra le altrui solitudini.
Un breve ragionamento, poi, va rivolto alla politica.
Male si fa, come ha fatto il Pdl, a scaricare la responsabilità di questi atti sul M5S. Ma contemporaneamente male fa il M5S a continuare a inviare messaggi ossessivi di negazione dell’altro (siete morti, siete morti che camminano, arrendetevi, siete circondati, etc etc). A furia di dire “quello è un morto che cammina” a qualcuno può venire in mente che visto che è morto nessuno se la prenderà se lo si ammazza davvero.
Se c’è ancora qualcuno si ricorda su che basi si fondava la propaganda (serba e non solo serba) prima e dopo lo scoppio del conflitto in Bosnia, non faticherà a trovare paralleli con questi casi che non sono cronaca ma segnali sociali allarmanti. Quando si nega l’esistenza dell’altro si nega il suo diritto anche di vivere. E la violenza diventa accettabile e quindi praticabile.
Ragioniamo su questo. Ora.

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