Il killer del Pd. Basta riguardare la storia per farne un identikit. Con i baffi

“Chiunque abbia scritto la sceneggiatora di tutto ‘sto casino è un genio”. Ricevo questo messaggio da un amico (e maestro) verso mezzanotte. Sorrido. Si, un genio.

101 franchi tiratori. Un quarto dei grandi elettori del Pd. Davvero troppi per non essere truppa organizzata. C’è stata senza ombra di dubbio una regia e una scrittura attenta per mettere in piedi una roba del genere. Che ha provocato e coordinato il convergere di vari gruppi (fra loro lontanissimi) su un’operazione di killeraggio di queste dimensioni. C’è chi ha scientificamente deciso di annientare il Pd (“un partito a vocazione maggioritaria”, e ricordando la definizione di Veltroni mi viene da ridere) e lo ha progettato e costruito con un lavorio incessante dietro le quinte da almeno un mese, scegliendo poi il momento preciso in cui scatenare la tempesta,

“Silenzio, motore… Azione!”.

Chi è questo regista? E, soprattutto, è un regista unico? Su questo punto non credo che ci siano dubbi. Il direttore è solo uno. In realtà proprio il modus operandi porterebbe a una precisa firma. E credo che sia lo stesso che mise in piedi un altro blitz quasi 20 anni fa.

“I fatti di questi giorni dimostrano che quello giocato era il primo tempo di una partita vinta con l’ immediatezza dell’inganno”. Chi ha pronunciato questa frase? Bersani o la Bindi? No. È il 1994 e a dire questa frase è Achille Occhetto subito dopo le sue dimissioni. Arrivate si dopo una sconfitta elettorale, ma soprattutto maturate dopo mesi di “regia” e complotti mirati a indebolire e colpire l’allora PDS e il suo “fondatore” e segretario. Per poi prenderne la direzione sulle macerie. Dobbiamo andare a cercare lì per capire l’oggi? Probabilmente si. Perché le macerie di oggi ricordano colpevolmente quelle del ’94. E poi ancora quelle del ’98, delle manovre nell’ombra per far cadere – e davanti al parlamento – Romano Prodi e prenderne il posto. Sempre sulle macerie. Coazione a ripetere. La firma, appunto.

Sia nel ’94 ma soprattutto nel ’98 il regista di questa strategia è stato storicamente accertato: Massimo D’Alema. Sbaglio a pensare che il neo rottamato D’Alema abbia messo in piedi (in concorso con altri, non ne ho dubbi) l’implosione del Pd per cercare di ottenere quell’incarico di prestigio (con l’aiuto di Berlusconi) che lui, e solo lui, ritiene di essergli dovuto? E parlo di un incarico qualsiasi fra le uniche due caselle disponibili: Qurinale o palazzo Chigi. Da ottenere – e non c’era altro modo – sulle macerie del suo stesso partito. Come nel ’94. Come soprattutto nel ’98. E ovviamente con l’aiuto esterno di Silvio Berlusconi, che sempre sia lodato.

D’Alema in ogni caso non aveva i numeri per tirare fuori dal cappello ben 101 franchi tiratori. Quindi ha dovuto cercarli. E li ha trovati certamente nella pattuglia dei cosiddetti “popolari”. Che Fioroni si sia addirittura premunito di fotografare la propria scheda (violando il regolamento) non dimostra altro di come fosse consapevole che qualcuno stava pescando sicari nella sua area. Diciamo senza il suo consenso? Gli crederemmo se invece di aver mostrato dopo il voto la sua scheda avesse denunciato prima l’operazione in atto. E ancora. Di killer bisognava trovarne molti. E che D’Alema sia stato l’unico big del Pd a definire come un errore aver escluso Renzi dai grandi elettori, con tanto di incontro a Firenze, fa capire che anche su quel fronte lo stratega delle macerie abbia raccolto voti necessari a far saltare la candidatura di Prodi e far crollare Bersani e tutto il partito.

Qui è necessario un piccolo inciso. Si ricordi Renzi: a furia di proclami e attacchi i peones alla lunga ci credono e, se fosse stato necessario, i peones tendono spesso a farsi più realisti del re. Se fosse stato necessario, ripeto, che i peones si fossero messi in moto senza indicazioni dall’alto.

Ma c’è di più. Penso che una mano al super tattico D’Alema l’abbia tesa anche un altro rottamato, l’eterno nemico e amico (se serviva far cadere Occhetto o a diventare segretario mentre Massimo diventava premier) Veltroni. Quel Walter apparentemente “buonista” e storicamente portatore di decennali rancori. Anche lui con i suoi supporter fra i grandi elettori.

Ed ecco qui lo stratega e i suoi sicari. Ancora. Sempre lo stesso.

Come se ne esce? Non se ne esce. Il Pd è finito ieri. Così il centro sinistra. Così la possibilità di archiviare definitivamente vent’anni di berlusconismo. Mettiamoci l’anima in pace.

Si, è stato un genio l’uomo con i baffi. Mirando al Quirinale e offrendo la guida del possibile governissimo di domani a Renzi. Offrendo spazi di manovra e occasione di vendetta agli sconfitti. E riducendo il partito a brandelli per evitare di pagare poi pegno per la sua tattica.

Ci sarebbe solo un modo per disinnescarlo – e solo parzialmente – questo disegno. Arrendersi a Grillo votando Rodotà (e con un accordo di esecutivo a tempo su poche cose fondamentali e poi velocemente al voto) e contemporaneamente cercare, con un congresso e un dibattito trasparente, di rimettere in piedi un progetto da queste macerie. Che non sono solo del Pd ma di tutta l’Italia progressista.

Temo invece che si andrà avanti seguendo il flusso indicato dal killeraggio. Un accordo con Berlusconi per poi trovarsi per sette anni sette in perfetta solitudine, a manovrare nel vuoto. Con unico compagno uno specchio.

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Un pensiero riguardo “Il killer del Pd. Basta riguardare la storia per farne un identikit. Con i baffi

  1. Non posso che essere d’accordo con te. Avevo già da sola individuato gli autori dello sfascio. Ma ero troppo affranta e troppo presa da problemi familiari per scriverne Ti ringrazio per il tuo articolo che mi conferma di non aver sbagliato nei miei giudizi. Sono veramente a terra perché nel PD ci avevo creduto. Ora bisogna pensare a qualcosa di diverso cui unirsi. SEL? O provare a rifondare una partito di sinistra su altre basi più pulite e più solide?

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