Facciamo che sia #Rodotà o #Prodi? Tanto per non puntare all’estinzione

Non vincere le elezioni con 12 punti di vantaggio a inizio di campagna elettorale richiede molto impegno. Come passare 50 giorni a rifiutare il dialogo e qualsiasi tipo di accordo con Berlusconi e poi in 24 ore sbracare e mettersi metà dei grandi elettori e la stragrande maggioranza della base contro. Nelle scorse settimane avevo più volte parlato benevolmente della solitudine e della fatica di Pierluigi Bersani. Che teneva il punto, che subiva niet e insulti dal M5S, che ogni i giorni doveva difendersi dai Letta e Franceschini a caccia di governissimi, da Renzi in fase di rivincita dopo la batosta delle primarie, dal manovrare per il solo gusto della manovra di D’Alema. Poi, in 24 ore la bella sorpresa. Che non è stata tanto la candidatura al Quirinale di Marini, quanto la resa al Pdl e in particolare a Berlusconi. Bersani ha buttato via in 24 ore immagine, credibilità, coerenza, elettori e la propria carriera.

E una via di uscita Bersani però l’aveva. Perché Grillo e Casaleggio, dopo due mesi di erosione del consenso ottenuto al voto, polemiche interne, difficoltà a tenere sotto controllo gli eletti, un’offerta l’hanno fatta. Stefano Rodotà e poi da quel punto un tavolo per discutere del governo. Una via di uscita sia per Bersani che per Grillo. Onorevole e nuova. Ma Bersani ormai imprigionato da un loop suicida si è affidato ai peggiori consiglieri di sempre e si è andato a schiantare davanti a un dissenso dentro e fuori il partito che segnano probabilmente la fine della sua carriera.

La cosa incredibile è che Grillo e Casaleggio perfino ieri sera hanno fatto pervenire segnali di apertura ancora più evidenti. Facendo uscire assieme al nome di Rodotà anche quello di Prodi. I problemi di tenuta del movimento devono essere ben più gravi si quanto emerso se il M5S ha rilanciato ancora sbilanciandosi perfino sul nome del professore.

L’avevo ipotizzato che la candidatura di Rodotà fosse un avvicinamento a quella di Prodi. E probabilmente due conti due anche nel Pd se li sono fatti. E forse proprio per questo hanno candidato Marini per poi far esplodere in decine di schegge il partito. Perché Prodi vincerebbe, archivierebbe Berlusconi (e Berlusconi, ormai diciamolo, è comodo per il gruppo dirigente del Pd) e soprattutto archivierebbe Massimo D’Alema. Perché è dal ’96 che il conflitto è lì, fra Massimo e Romano. Fra D’Alema che non ha mai vinto nulla – se non attraverso “congiure di palazzo” e manovre tattiche e alleanze innominabili con il Caimano – e Prodi che è stato l’unico in grado di vincere con Berlusconi. Vincere, una roba che al Pd fa venire l’orticaria.

Non me ne può fregare di meno, a questo punto, della sindrome di Stoccolma e della propensione suicida che travolgono dalla sua nascita il Pd. Ma qui è in gioco il futuro (e la sopravvivenza immediata) del paese e di milioni di italiani. E in subordine un insieme di idee, progetti e speranze di una roba strana che si chiama sinistra.

E quindi da qui il mio appellò. Cari esponenti del gruppo dirigente del Pd, se proprio avete voglia di suicidarvi in massa fatelo in privato nelle vostre camerette ma non tiratevi dietro milioni di italiani nel baratro. Quindi, prima di fare questo estremo passo, votate un presidente della Repubblica “nostro” (di area progressista) che sia Rodotà o Prodi, regalate D’Alema a Berlusconi e mandateli entrambi a cagare e sedetevi a un tavolo con Grillo e Casaleggio (stanateli, cazzo!) e fate un governo.
Punto

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