I cantieri navali di Cosa nostra. Quante ombre sul lavoro già nel 2009, senza pensare alla mafia

Fotografia di fine XIX secolo sulla costruzione di uno scafo presso il cantiere navale Baglietto sulla spiaggia di Varazze (Savona)
Fotografia di fine XIX secolo sulla costruzione di uno scafo presso il cantiere navale Baglietto sulla spiaggia di Varazze (Savona)

La notizia è di questa mattina. Riporto il lancio della Reuters che descrive con precisione la vicenda:

 La Direzione investigativa antimafia di Palermo ha lanciato oggi un’operazione contro la presunta presenza di Cosa Nostra in alcuni cantieri navali, con arresti e sequestri in Sicilia, Liguria e Veneto.

Lo riferisce la stessa Dia in una nota.

I magistrati antimafia ritengono di essere riusciti a disarticolare un’associazione per delinquere che faceva capo alla cosca mafiosa dei quartieri Acquasanta-Arenella di Palermo, capace di infiltrarsi nel lucroso settore della cantieristica navale non solo a Palermo ma anche nel Nord Italia.

Le forze dell’ordine hanno arrestato per associazione mafiosa Vito Galatolo, componente di una delle famiglie “storiche” della mafia palermitana, Giuseppe Corradengo, Rosalia Viola, Domenico Passarello, Vincenzo Procida e Rosario Viola.

I provvedimenti – si legge in una nota – sono stati disposti dal gip di Palermo Piergiorgio Morosini su richiesta del procuratore aggiunto della Dda di Palermo Vittorio Teresi e del sostituto Pierangelo Padova.

Il provvedimento, che dispone anche il sequestro delle società “Nuova Navalcoibent srl”, con sede a La Spezia, “Eurocoibenti srl” e “Savemar srl”, entrambe con sede a Palermo, è il risultato di lunghe indagini condotte dal Centro Operativo di Palermo e di Genova in materia di infiltrazioni mafiose nel settore della cantieristica navale.

Ci sono voluti tre anni di indagini per arrivare al provvedimento di oggi, dice la Dia. Gli investigatori, diretti da Arturo De Felice e coordinati dal capo centro di Palermo, Giuseppe D’Agata, hanno ascoltato centinaia di conversazioni telefoniche e ambientali e ricostruito i flussi di denaro delle imprese che si erano conquistate una buona fetta di mercato nei principali porti della Liguria e dell’Adriatico.

Interi settori delle lavorazioni navali erano gestiti quasi in regime di monopolio. E così da un lato il clan di Resuttana, uno dei più potenti della mafia palermitana, raggiungeva volumi d’affari a sei zeri, e dall’altro ripuliva il denaro sporco.

Secondo gli inquirenti le indagini – supportate da intercettazioni telefoniche, ambientali, telematiche ma anche dalle dichiarazioni di diversi testimoni di giustizia – hanno consentito di dimostrare come alcune imprese, fondate con capitali mafiosi e rette da soggetti vicini alle cosche, si erano allontanate dalla Sicilia e si erano stabilite ed affermate in Liguria e nei principali porti dell’Adriatico.

 

“Se, dunque, l’interesse dell’associazione mafiosa per la cantieristica navale palermitana poteva essere considerato un dato acquisito – si legge nell’ordinanza dei pm di Palermo – la presente indagine, per converso, ha consentito di scandagliare, in concreto e forse per la prima volta, la proteiforme capacità dell’associazione medesima di estendere il proprio ambito di influenza ben al di là dei confini regionali siciliani e di infiltrarsi, in particolare grazie all’opera di soggetti in apparenza “puliti”, nella cantieristica navale di molte regioni del centro – nord Italia. Tale scenario veniva inizialmente tratteggiato grazie alle dichiarazioni di uno dei più autorevoli esponenti della famiglia mafiosa dell’Acquasanta, Angelo Fontana”.

A cercare di disegnare uno scenario è il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo intervistato da Prima di Tutto su Radio1:  ”L’operazione di oggi riguarda il settore della cantieristica navale nel nord Italia ed e’ importante perche’ conferma la capacita’ di diffusione e di infiltrazione nell’economia del paese a parte della mafia, che non riguarda piu’ solo Palermo, ma partendo da Palermo le famiglie mafiose hanno esteso la loro influenza in altre parti del paese”. Secondo Messineo, inoltre, ”bisogna sottolineare come i momenti di crisi economica che il paese attraversa, aiutano, in un certo senso, l’azione mafiosa, perche’ mettendo in difficolta’ molte imprese le costringono poi a cercare rapporti impropri o comunque a sottomettersi alle richieste economiche mafiose pur di ottenere capitali da investire. Sotto questo profilo, dunque, la crisi rappresenta un momento positivo per la mafia”.

Fin qui la cronaca.

Ma torno indietro a qualche anno fa, al 2008/2009 in cui mi occupai dei cantieri navali di Marghera e Monfalcone.

La classe operaia non esiste più. Dicono. E allora quella lunga fila di operai metalmeccanici che si avvia ai cancelli della Fincantieri di Marghera, chi sono? Sono come i ginkgo, dei residui fossili di un’era felice e perduta? La classe operaia, quella che dicono non esista più, parla veneto e siciliano, napoletano e sloveno, e poi bengalese e croato e arabo e rumeno e inglese. Una babele di volti che si alterna al cambio turno. Per essere un residuo del sogno industriale italiano sono davvero tanti.

IL RESTO DELL’ARTICOLO LO TROVI QUI

Mi occupavo allora degli aspetti più strettamente legati al lavoro e alla sicurezza. Ma già all’epoca c’erano segnali che altro si stesse muovendo, che quel mare di appalti e sub appalti (oltre 200 in azione contemporaneamente su un unico cantiere) erano una porta aperta a qualsiasi cosa. Come raccontavo allora, come racconta la cronaca oggi.

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