1989, Roma. Altre elezioni, la stessa città

Era il 1989 e si era a Roma. Caduto il sindaco Giubilo il movimento eco pacifista, che si era dato gambe con la nascita delle prime liste verdi e poi con la presentazione alle elezioni politiche, puntò a esprimere – e forse per la prima volta anticipando il referendum sull’elezione diretta dei sindaci – un programma e un candidato per il Campidoglio. Le liste verdi erano un oggetto lontanissimo da quello che fu poi il Partito dei Verdi – anche se i primi segnali di trasformazione già si facevano sentire – e costruirono un progetto politico innovativo e chiarissimo. Candidando il pretore ambientalista Gianfranco Amendola a sindaco e presentando una lista di movimento che rappresentasse le realtà che lavoravano sul territorio.
Me la ricordo ancora quella sede “volante” del comitato insediata a via Monterone in una vecchia sezione del Pdup da anni deserta e a pochi metri da una famosissima bettola chiamata Lo Zozzone dove era meglio non domandarsi cosa si mangiava. Costava due soldi ed era meglio evitare le polpette.
Una saracinesca arrugginita, un fax, un telefono, una vecchia macchina da scrivere, cataste di volantini, manifesti e giornali. Ci si provava. Il risultato fu ben oltre il 10 %. Che all’epoca – c’erano ancora il Pci ancora non stordito dalla caduta del muro e il CAF (Craxi, Andreotti, Forlani) potere assoluto – fu un colpo straordinario. Non un fatto isolato dal resto dell’Italia, ma ben oltre le medie nazionali.
In termini di comunicazione eravamo penalizzati da mancanza di risorse e mezzi inimmaginabili oggi. I comunicati stampa si portavano a mano alle redazioni (il fax era lento e si usava solo per i memo ai capiservizio o per ribattere una notizia etc). Altro che mail e blog e Social network. Mi ricordo un tizio che passava alla sede a prendere le buste e che poi si faceva il giro delle redazioni in bicicletta. Un’ora al massimo e aveva chiuso il giro. Era un tipo strano ma non ci ha mai dato una fregatura. Puntuale, silenzioso, serissimo.
Non avevamo letteralmente una lira. E i manifesti durarono poco, i volantini scomparivano, i partiti tradizionali ci sommersero. Avevamo un programma (ed era un programma vero non la lista della spesa), facce nuove conosciute sul territorio dopo anni di lavoro e battaglie e una faccia tosta incredibile. E un sacco di fantasia. Quando ormai il materiale era agli sgoccioli (dopo neanche una settimana di campagna) decidemmo di proiettarli sui palazzi. Si, proiettarli. Nelle periferie anonime, sulle facciate di cemento. Colore. Rimediammo un furgone e un piccolo gruppo elettrogeno e un proiettore strano uscito da chissà quale magazzino di Cinecittà e mettemmo in scena i manifesti colossal fatti di luce e… Basta. A Torbella, Fidene, Spinaceto, Corviale.. Una follia. Che funzionò.
Vinse Carraro in quota PSI. I mondiali di calcio si mangiarono fette di territorio immense, un mare di opere inutili, soldi buttati e distribuiti ai soliti noti. Bisognò attendere anni per iniziare a vedere alcuni quei cambiamenti che avevamo immaginato allora.

Perché ricordo quella campagna elettorale? Forse perché mi rendo conto che, visto i mezzi di comunicazione disponibili oggi, se ci fosse ancora quell’energia creativa, quel buttare in tanti il cuore oltre l’ostacolo, quel lavoro di preparazione legale e tecnico che mise in piedi quel programma, un Gianni Alemanno 5 anni da non avrebbe mai vinto.
Manca poco più di un mese alle elezioni a Roma. Forse è arrivato il momento di ritrovare quel modo di fare politica. Di essere politica. Per avere ancora un sindaco di sinistra, con un programma chiaro di cambiamento, e ritornare a essere cittadini e non clienti.

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