“Se ne annamo via de prescia senza guardasse attorno, pe’ nun vedè sto schifo” da L’Era Alemanna ebook dal 25 aprile

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Dimme come se fa. Ricordame che faccia ch’aveva sto quartiere quanno da regazzini ce se giocavamo anime e ginocchia pe’ fasse vedè granni. E granni nun eravamo. Dimme che posto è questo, oggi, che se ne annamo via de prescia senza guardasse attorno, pe’ nun vedè sto schifo, sta solitudine, sto niente che ce taja er sorriso come na lama.

Dimme dove se so cacciati li sogni nostri, quelli che se raccontavamo ‘n piazza prima d’annasse a schierà davanti alle guardie. Che eravamo tanti e la paura diventava de meno quanno se facevamo stretti. Compagni, e lo eravamo pe’ davvero. Mica era ‘no scherzo. D’inverno, come è ora, insieme come non lo semo oggi. Dimme, amico mio, che te sei strappato pelle e sorriso quanno se la so presa sta città quelli che c’hanno ancora addosso er sangue de Walter e Valerio. Sputtanata, sta città, da du’ zozzi che c’hanno piantato un centro commerciale sulla campagna dove se scappava a vive lontani dall’occhi der monno. Dimme che fine hanno fatto le donne der quartiere che quanno ‘scivano de casa te facevano sognà ‘na vita migliore. Dimme che fine ha fatto Mara co’ quell’occhi che te tojeveno er fiato e Vincenzo, l’omo suo. E Brozio e Francesca, e poi Giampiero co’ quella testa de ricci e Rappa che se perdeva pe’ strada tutte le vorte che, de notte, se ne tornava a casa. Dimme, fratè, che c’entra sta morte pe’ la strada che pensavamo d’avesse lasciato alle spalle. Dimme andò so finite le famije nostre, li nostri sogni e le risate de quanno s’eravamo ripresi sta città. Prima er giorno. Poi la notte. Era nostra e de tutti. Che senso c’ha sta monnezza co’ l’amici nostri barricati in casa pe’ la paura di chi te sta chienenno aiuto. Dimme perché mo’ se semo persi l’amore pe’ l’incroci, pe’ il vino bianco ammischiato co’ la gazzosa e il bianco che se fa tutt’uno cor nero. Poracci tutti, a dasse ‘na mano pe’ campà. Ora ognuno pe’ cazzi sua a ringhiasse addosso come cani. Dimme ndò sta l’amore pe’ le cose fatte ‘nsieme e ndò è finito er sinnaco nostro che scenneva ne li quartieri in manica de camicia. Nun me basta che ch’abbiano dato er nome de na strada. Nun me po’ bastá. Petroselli ora ce se metterebbe de punta a capì come arisolverla sta storia qua. Che nun ce se capisce da ndò è partita e ndò vo’ annà a parà. Dimme che nome ha sta città. Io nun lo so più.

***

Esce il 25 aprile L’Era Alemanna, l’ebook scritto da Pietro Orsatti e edito dalla testata I Siciliani/giovani www.isiciliani.it

A Roma il “sinnaco” conta più del presidente del consiglio, di quello della Repubblica, del Papa, di Dio. E perfino, solo a volte però, della Roma e della Lazio

L’ebook sarà distribuito sia attraverso il sito web del progetto I Siciliani/giovani www.isiciliani.it, sia sul blog dell’autore www.orsattipietrowordpress.com, e le piattaforme di vendita www.lulu.com e www.amazon.it al prezzo di 3 euro che serviranno anche a sostenere attivamente il progetto di informazione della testata giornalistica e editoriale.

L’uomo non è alto e non è basso. Si gonfia il petto anche se ha faccia da impiegato dell’anagrafe. L’uomo è di muscolo e di poche parole. Cambia il volto della città senza cambiare nulla. Lascia fare ad altri. Crea un vuoto e aspetta che qualche amico lo occupi.

Un diario dolente e disordinato, grottesco e dettagliato di quello che ha rappresentato l’amministrazione di Gianni Alemanno per Roma. Impietoso ritratto di un esercizio di potere assurdo e distruttivo, di una corte di impresentabili affami e famelici, di un’idea di città senza nessuna logica se non quella della propaganda più becera.

 

Non sono nato a Roma, ma ci sono cresciuto, è il luogo dove mi sono formato, fatto uomo. Il quartiere dove sono arrivato da bambino ha lasciato una traccia indelebile nella mia voce, nel mio accento. Non quella lingua coatta che oggi si definisce erroneamente romanesco e sdoganata dalla televisione. Un gergo che non ha nulla dell’ironia e della dolcezza di una comunità meticcia e inclusiva  che si è fatta popolo attraverso la sua lingua. Ecco, quella lingua dei quartieri meticci è la mia. Strascicata ma mai indolente che si può fare lama con un un solo accenno. Quella lingua in cui penso ora scrivendo queste pagine.

 

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