Quell’Italia lì. Che ha resistito al potere assoluto di Berlusconi e Bertolaso

Quarto anniversario del terremoto a L’Aquila. Ricordando i 309 morti, la ricostruzione che non c’è, l’assurda storia della folle gestione di quella vicenda, la militarizzazione senza senso del territorio, lo spreco di risorse, gli affari, le speculazioni mediatiche e politiche, quel G8 a emergenza in corso, i set televisivi per venderci lacrime false, le infiltrazioni.

Ci sono dei responsabili morali – e forse non solo quello – di quell’immane tragica pagliacciata messa in scena sulle spalle di decine di migliaia di italiani. Hanno un nome: Silvio Berlusconi e Guido Bertolaso. E fosse solo per distorto senso di disciplina agli ordini dell’esecutivo, una fetta di responsabilità ricade anche sul groppone dell’allora prefetto de L’Aquila Gabrielli, poi promosso dopo la caduta di Bertolaso a capo della Protezione civile Franco Gabrielli. Ex prefetto tuttora in carica e anzi destinato, non ho dubbi, a fulgida carriera.

E quanti affari ignobili sono stati consentiti dal quel potere assoluto poi. Quanti sprechi. Quanti insulti. Quante umiliazioni. Quanti sfregi alla decenza e alla regole nazionali e europee. In deroga a tutto pur di imporre l’immagine forte di un potere presunto.

E poi, spente le telecamere falsamente pietose, quel potere mostrò la sua vera faccia. Con le manganellate a Roma agli aquilani che chiedevano lo sblocco dei finanziamenti per la ricostruzione. Con i bambini con la cariola fermati e identificati come criminali. Con la negazione e la rimozione, a volte sottobanco ma troppo spesso violenta della realtà.

È stato fatto l’impensabile per cercare di imporre un potere extralegale la cui unica parola d’ordine era “in deroga”. Ripeto. Alle leggi italiane, alle regole europee, alla decenza. Questo è successo a partire da quel 6 aprile 2009. Questo dato di realtà ci rimanga sempre bene in mente.

Ma c’è ora quell’Italia lì che ha resistito, che ha fatto nomi e cognomi, che ha vigilato e proposto. Che non si è arresa. Davanti agli spot, alle finzioni e alla retorica del berlusconismo. E che, dopo molto tempo purtroppo, ha trovato oggi una timida sponda nel ministro Barca che un minimo di decenza e di giustizia ha iniziato a mettere sul tavolo. Faticando e non poco in quel governo dei tagli lineari, del debito ai fornitori della PA congelato, della freddezza di quei contabili bancari messo assieme da Monti.

Ecco c’è quell’Italia lì. Dove cittadinanza e politica hanno un senso. Dove rispetto della dignità e progetto hanno consentito che rimanesse in piedi una comunità.

Bene che vadano le delegazioni oggi a vedere quella realtà i neo eletti al parlamento. Ma per imparare la lezione e non per mettere il cappello su una storia che non gli appartiene. Che non è del vecchio modo di fare politica e non è neanche del presunto nuovo.
A L’Aquila si sono fatti un mazzo tanto e continuano a farlo. Senza fare giochetti, senza fiumi di chiacchere e slogan e distinguo. Che impari la politica del cambiamento da quella lotta. Che non è stata solo una lotta per la sopravvivenza materiale, ma che anzi è stata principalmente una battaglia drammatica per tenere insieme un’identità di comunità e di popolo.

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