Un popolo di guardoni e Sciarelli, del parroco Santoro e del web felicemente manipolato

Se è vero, ed è vero, che la classe politica sia lo specchio del paese la nostra situazione è ben peggiore di quella che ci descrivono i numeri della crisi. Se è vero, ed è vero, che il mondo dell’informazione e dello spettacolo dopo averli modulati ora assecondi i desideri del pubblico, la nostra crisi culturale appare oggi irreversibile. Se è vero, ed è vero, che un’ampia fascia generazionale consideri internet come l’unica fonte di informazione credibile e un luogo di democrazia non manipolabile siamo destinati a un futuro di veline di regime.

Prendo quattro casi recentissimi per confermare queste mie poco rassicuranti affermazioni.

Iniziamo con la Zanzara e lo scherzo telefonico al “saggio” Onida. Premetto che non ho grandi simpatie per Onida e che considero la commissione presidenziale dei “saggi” come una forzatura istituzionale inaccettabile e con l’unica dubbia utilità di prendere tempo davanti all’opinione pubblica visto la coincidenza fra congelamento politico e semestre bianco. Ma la telefonata bufala a Onida mandata in onda da La Zanzara dell’emittente radiofonica della Confindustria (gruppo Sole24), che convinto di parlare “privatamente” con una persona da lui conosciuta (la Hack) si lascia andare liberamente ad alcune battute e considerazioni anche trancianti certo della riservatezza della conversazione, non è satira e nemmeno informazione. È al limite un’azione che rasenta il reato (violazione della privacy). Che per ottenere un po’ di ascolti in più e un po’ di citazioni nelle rassegne stampa (per rimodulare eventualmente il contratto per la prossima stagione?) si sia volutamente (e irresponsabilmente) versato benzina sul fuoco della più grave crisi istituzionale e economica della Repubblica la dice lunga sullo strapotere “deviato” del marketing sull’informazione in ambito dei media tradizionali e non.

Stesso discorso marketing/informazione vale per “Chi L’ha Visto?” condotto dalla Sciarelli che ormai ha deciso – e non da oggi – di sostituìrsi ai pm, alle forze di polizia, alla scientifica. Con l’unico risultato di aumentare gli ascolti a scapito della narrazione e soprattutto ricerca della verità. Parlo del “ritrovamento” del presunto flauto di Emanuela Orlandi. La Sciarelli, attraverso una sua fonte, viene a sapere del reperto. Manda qualcuno a prelevarlo (con quali modalità e cautele e competenze?) lo mostra ai familiari, lo mostra in trasmissione fiera del trofeo rinvenuto e poi lo consegna alla polizia. Lo consegna solo dopo tutti questi passaggi. Non fosse mai che quel reperto venisse un giorno presentato in un processo a carico di un imputato. Un avvocato fresco di esame di abilitazione alla professione riuscirebbe con il minimo sforzo a farlo escludere dalle prove. In un minuto. Qualsiasi traccia sul reperto (e dopo tutti i passaggi “non documentati” che il reperto ha avuto dal suo ritrovamento in poi non oso immaginare quale potrebbe essere la validità dei test) non avrebbe così il minimo peso “reale” in termini di prova in un dibattimento. Valeva la pena per un po’ di ascolti in più procedere in questo modo e andare in trasmissione come una novella Holmes pur sapendo che facendo cosi si rischiava di invalidare le prove? Lo scoop lo avrebbe comunque fatto chiamando subito gli inquirenti. Ma non le bastava. Qui siamo alla televisione che crea la realtà invece che raccontarla.

Il terzo episodio riguarda il corto circuito (consolidato da ormai vent’anni) fra politica e televisione. E la vicenda di Renzi che si presenta al rinomato format di informazione politica Amici per rilanciare la sua lunghissima campagna elettorale e per inviare chiari messaggi sia al Pd che Bersani. È un chiaro esempio di questo cortocircuito al quale questa “nuova” generazione di “nuovi” politici non si sottraggono e che invece sembrano intenzionati ad alimentare. E che un guru dell’informazione televisiva “spettacolarizzata”come Santoro dia, come un buon parroco di campagna, la sua benedizione all’exploit del sindaco rottamatore (anche se non nasconde di “rosicare” per la scelta di Renzi di andare da Amici e non da lui) conferma come questo cortocircuito sia ormai non episodico ma prassi.

E poi c’è il web, presunta oasi di informazione libera e democrazia. Sorvolando il fatto che l’indicizzazione dei contenuti nei motori di ricerca e che i Social network siano di proprietà e gestiti da multinazionali e non certo da enti morali e ancor meno editori coraggiosi e indipendenti dalle volontà di governi e corporation. Sorvolando il fatto, tecnicamente sperimentato e provato, che il 90% dei contenuti vengono prodotti dal 10% degli utenti della rete e che quindi basta avere un gruppo compatto di utenti (casomai con diverse identità false) per imporre sui flussi di contenuti in rete un determinato messaggio (dalla vendita di una marca di pannolini alla distruzione della reputazione di un fisico impegnato a studiare il clima), il fatto che la rete sia diventa (e in particolare in Italia) fonte di informazione primaria per i giornalisti è un problema enorme e una distorsione della realtà abissale. Potrei raccontare la bufala del presunto felice default guidato dell’Islanda che accreditato dalla rete (in Italia) non corrisponde alla realtà. Così come potrei dilungarmi nel descrivere la versione pompata in rete dell’operosità (presunta) del parlamento in Belgio in presenza di un governo a poteri limitati che non corrisponde al vero perché il governo belga in quei due anni operò addirittura oltre le sue funzioni istituzionali davanti a un parlamento bloccato da una situazione molto simile a quella italiana di oggi. E non entro nel merito delle fantasiose interpretazioni costituzionali del professor Becchi accreditate dalla rete (sempre più condizionata da gruppi organizzati di utenti influenzatori) che davanti alla realtà (istituzionale e politica) o condizionano forzature al limite della violazione costituzionale o si dimostrano bufale abissali.

Ma noi italiani ci accontentiamo. Passiamo da Porta a porta agli scherzi telefonici, da Santoro alle comunicazioni su youtube senza contraddittorio, dal giornalismo da scrivania ai narcisismi dei novelli Holmes catodici. Ci sta bene. Benissimo. Tutti figli del buco della serratura dei film con Alvaro Vitali. Siamo italiani, no?

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