Tutto l’odio di Roma. Scritto un anno fa. Memorandum ai candidati sindaco

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Scritto più di anno fa e pubblicato in parte da http://www.rassegna.it e integralmente da http://www.isiciliani.it

E pubblicato, con integrazioni, in formato ebook da Errant Editions

Una sorta di memorandum per chi si candida, oggi, a fare il sindaco di Roma.

Perdonate la lunghezza, è un lungo viaggio quello che bisogna fare.

***

Una città senz’anima, che ha perso il treno per diventare davvero capitale. Cupa, egoista, provinciale, sporca di una sporcizia immateriale. Una sporcizia morale. Questa la città che ci riconsegna la peggiore amministrazione comunale che si è insediata al Campidoglio dopo quella che si credeva insuperabile del sindaco Giubilo negli anni 80. Roma è questo. Oggi. Non era così tre anni fa. E non è solo a causa della crisi, che colpisce duro e non solo la capitale. È colpa di chi si è preso il Campidoglio giocando fin dalla campagna elettorale, in modo incosciente, la carta della paura per gli immigrati. Tutti violenti, parassiti, ladri, stupratori. Nel 2008 Roma era la capitale europea più sicura. Oggi è quello che ci racconta la cronaca.
Il 105. Una torre di Babele su quattro ruote che dalla stazione Termini ti porta fino a Torbellamonaca. Lungo la Casilina, attraversando piazza Vittorio, costeggiando il Pigneto, incrociando Torpignattara. Cingalesi, indiani, somali, tunisini, senegalesi, italiani, cinesi, peruviani. Un coro di mille lingue impastate in un dizionario nuovo di culture. Il 105 è la metafora di questa città che, cambiata dalla storia e dall’avanzare di un epoca nuova, si censura, si nega. Attraverso l’esclusione, la rimozione della realtà e alla fine la violenza.

“Romano, romanista e italiano”

“Sono romano, romanista e italiano”, proclama l’adolescente, il ‘pischello’ con i genitori somali. “So’ nato qua. E l’amici mia so’tutti der quartiere”. Torpignattara. Che ora sembra sotto assedio, ma che fino a poche settimane fa era esempio di integrazione “fai da te”. Che funzionava. Nascosta, negata, rimossa da un’amministrazione comunale che invece di investire su un welfare popolare ha creato tutte le condizioni perché prendesse il sopravvento il degrado, la paura e il sangue. Il sangue che per due giorni è rimasto su quel marciapiede. Il sangue di un padre e di una figlia di sei mesi. Ammazzati per una rapina finita “no schifo”. Dicono che fossero “du pischelli” italiani. Altri parlano di due dell’est. Alla fine la polizia, grazie a una telecamera, li avrebbe identificati: due marocchini. Ma rimane la scena del crimine a rendere chiaro come sia stato possibile che questa tragedia succedesse.
La strada era buia. Ci aveva pensato “er sindaco” a lasciarla così. Da quasi un mese era al buio e nonostante le chiamate di centinaia di cittadini romani non era arrivato nessuno. Come non era arrivato nessuno da mesi per i tombini sfondati, per le buche piene “de zoccole lunghe tanto” (i ratti che popolano ogni luogo degradato). “Ma devi vedè come so’ arrivati subito a mette a posto li lampioni e le buche ‘sti pezzi de merda – ti racconta un ragazzone di Torpignattara doc, che il padre ha pure conosciuto Pasolini -. C’era er sangue fresco ancora pe’ strada ma nun te poi immaginà che prescia che c’aveveno de rimette tutto a posto per le telecamere e li fotografi. Erano mesi che protestaveno tutti, ma qui mica è Roma. Noi potemo pure morì per li cazzi loro. Questa è Torpignatta. Per ‘sti infami nun valemo ‘n cazzo”.
Torni indietro verso il centro e ti ritrovi una delle sale bingo più grandi di Roma dove c’è gente che si brucia i pochi soldi che ha alle slot machine inseguendo un sogno da Las Vegas. Ogni tanto ci scappa una rissa. Vola qualche coltellata, che a Roma da qualche anno sono tornate di moda “le lame”. E le lame le trovi ovunque, non solo allo stadio, ma per strada. E si usano senza pensarci tanto. Qui dove si spinge la coca, dove lo strozzino si piglia le pensioni sociali, dove si organizzano i raid contro i romeni che sono il nemico numero uno “pe’ chi se vo’ fa li cazzi sua”.
E da un anno a questa parte a Roma, e non solo a Roma, c’è chi ha ritirato fuori “er ferro”. La pistola. Ma non per fare una rapina finita male come a Torpignattara. No, a Roma si spara e si uccide, una trentina di morti nel 2011, per il controllo del territorio. Perché a Roma è in corso una vera e propria guerra di mafia, anzi di mafie. Ci sono tutte a Roma. Quelle tradizionali, campane, calabresi e siciliane e pure la “quinta”, tutta romana. Forse figlia dell’eredità della banda della Magliana (e qualche superstite di questa c’è finito, infatti, nella guerra in corso, insieme a qualche ex estremista nero), forse una roba nuova ma che comunque una sua capacità militare, evidente, l’ha messa in atto. Non solo sparando. Non solo con i morti e i feriti e i gambizzati per “lezione”. Ma anche con gli attentati alle aziende che lavorano ai cantieri di “Roma Capitale” (quanti sono i mezzi che si sono rotti o hanno preso fuoco nessuno lo sa) e gli esercizi commerciali che prendono fuoco non certo per autocombustione. E sono tanti.

Ed è tornata l’eroina

Racket, appalti. Tradizione delle mafie. E poi droga. Non solo il “fumo” e la coca che ormai sono mercati stabili e sicuri. Oggi, dopo una lenta penetrazione in provincia, è tornata l’eroina. E con la ricomparsa dell’eroina è scoppiata la guerra per il controllo del territorio. E l’amministrazione comunale che fa? Nega, si defila, per mesi. Aiutata finora da un governo che pur di non toccare il bacino elettorale del presidente della Regione Renata Polverini ha fatto di tutto per non sciogliere il consiglio comunale di Fondi, nonostante le centinaia di pagine di relazione del locale prefetto. Che è stato punito con fulminante trasferimento dal ministro leghista Roberto Maroni. Fondi. La porta di Roma. Dove le mafie si spartiscono gli affari, e lo sanno anche i sassi, fin dagli anni 70.
Poi in strada si ammazza una bambina di sei mesi e suo padre e il sindaco Gianni Alemanno dichiara candidamente che “ci sono troppe pistole in giro”. Ma guarda te che strano. E prima? Quando solo 24 ore prima del doppio omicidio si gambizzava un ex NAR poi Forza Nuova e Casa Pound, implicato nello scandalo parentopoli dell’Atac, sospeso dal servizio per dichiarazioni razziste e reintegrato in silenzio? Prima niente. Episodi.
La violenza è diventata linguaggio in questa città. Con ragazzini che si ammazzano per una lite in un centro commerciale. Con episodi continui contro immigrati e senza tetto che quasi mai vengono denunciati. Con lo spaccio, l’usura, le estorsioni, il degrado, i gruppi neofascisti in gran fermento e riorganizzazione, le sparatorie in pieno giorno e in ogni parte della città anche nei quartieri “bene” della borghesia. E con la crisi economica che sta per dare il suo colpo finale. Creando sacche incontrollabili non di disagio sociale. Ma di disperazione.

Tutto l’odio

Ambulanze davanti ai centri commerciali, risse tra bande di ragazzini e romeni. Immagini da una Roma imbarbarita, incupita, coatta e feroce. E a S.Egidio c’è la fila per un pasto caldo: anziani, studenti, badanti disoccupate.

Piramidi, obelischi. Plastica e cartapesta. Quando i luoghi di socialità come le piazze dei quartieri diventano una sorta di corollario di cattiva amministrazione (sporcizia, buche, perdite d’acqua, arredi urbani che da anni non hanno manutenzione, scarsa illuminazione e ancora meno “presenza” di servizi) compaiono i nuovi “non luoghi” di interazione sociale. I centri commerciali. Dove l’immaginario televisivo si riversa in oggetti di consumo altrettanto illusori.
Tiri su una roba strana a forma di trapezio, la riempi di arredi da b-movie storico anni 60, aggiungi il cantiere della SkyTower (grattacielo di appartamenti di lusso in una ultraperiferia degradata in gran parte discarica abusiva) e hai Euroma2. Ci si riversano i pischelli senza identità di Spinaceto, Decima, Laurentino, Vitinia e Acilia. E le famiglie a fare la spesa. Alle 6 di pomeriggio nei corridoi non si cammina quasi ma i negozi sono vuoti. E chi ha i soldi per comprare scarpe da 200 euro? Felpe da 150? Mutande da 40? Ma ci si va a guardare le vetrine e vedere gli amici. E ci si siede a prendere le patatine al fast food al terzo piano. E si gira. Avanti e indietro. Urtando la folla.
Alle sei e mezza arrivano le tre ambulanze di rito che raccattano i pischelli di un quartiere che “se so’ pijiati” con quello di un altro. Una rissa che avviene una sera sì e una no. Per una ragazza, per uno sguardo, per una sigaretta. per nulla. Ma è così che si passa il tempo, si cresce, ci si fa uomini. E donne. Bambine o poco più vestite come le eroine tamarre dell’ultimo reality che si picchiano più e peggio dei ragazzi. Anche loro per nulla. In un altro centro commerciale ancora più periferico, dove sorge la nuova Fiera di Roma, c’è scappato il morto poco più di un mese fa. Ma è stato un incidente, dicono, una disgrazia. “So tutti bravi fiji”. Sì, di una Roma imbarbarita, incupita, coatta e feroce.
Odio. Verso chi non fa parte del gruppo e del proprio assurdo territorio. E odio per il diverso. I pischelli dei quartieri odiano tutti gli stranieri indistintamente. Ma quando hanno a che fare con i romeni perdono del tutto la testa. Perché i romeni non ci stanno. Bevono, girano in gruppi più numerosi degli altri, si caricano e reagiscono. Con altrettanta rabbia e violenza dei nostrani ragazzotti strafatti di coca e pasticche. E accumulano odio anche loro. Tartassati dalla crisi, dall’esclusione, dal lavoro che quando c’è fa schifo e rasenta la schiavitù, perseguitati dalle forze dell’ordine, criminalizzati per qualsiasi cosa accada. Odiano, pischelli italiani e romeni. E l’odio esplode in veloce e istantanea violenza.
E te lo porti dietro, l’odio. Anche quando trovi accoglienza. Come alla mensa della Comunità di S. Egidio a via Dandolo a Trastevere, ti rendi conto che i “pischelli” stranieri sono delle bombe pronte ad esplodere alla minima scossa. Ce ne vuole di lavoro a fargli vedere che ci sono altre vie possibili oltre all’odio. E qui alla comunità quel lavoro lo sanno fare, e bene. Perché qui l’accoglienza è uno scambio fra persone. E chiarezza. Senza pietismi e offerta di illusioni. Funziona? A volte sì, altre no. Ma ne vale sempre la pena. Perché basta che uno di questi ragazzi spaventati si decida a calare le difese e cambia tutto. Hai un risultato. E forse una vita salvata.

Dal barbone al disoccupato

Si pensa che alla comunità si rivolgano solo senza tetto, anziani, rom. Non è così. C’è di tutto. Dal barbone al disoccupato, allo studente fuori sede che non riesce a arrivare ad avere i soldi per mangiare fino all’uomo separato che si trova senza casa. Ci trovi l’ubriaco e quello che aspettando il suo turno legge gli appunti di fisica. Ci trovi la coppia senza casa e senza vestiti di ricambio che ottengono una doccia e un cambio di biancheria insieme a un pasto caldo. Ci trovi il vecchietto che filosofeggia su una sua teoria teologica che si porta dietro da anni insieme alle sue decine di buste di stracci e la donna romena di 50 anni che si ritrova, da un giorno all’altro, senza lavoro e casa dopo che la donna anziana da cui faceva la badante è morta. Ci trovi questo pezzo di città che giorno dopo giorno diventa sempre più grande.
“Sono ogni giorno di più. Stranieri. E anche italiani. Classe media che la crisi e il welfare svuotato hanno reso miserabili”. E scopri che il volontario con il quale hai appena parlato è fra quelli trascinati giù dalla crisi. “Dopo un anno di fatture non pagate, debiti, lavori saltati, crisi in famiglia mi sono rivolto a persone di una comunità. Senza casa e senza soldi. Mi hanno indirizzato e inserito per avere un lettino in un container dell’emergenza freddo. Spero che si sblocchi qualcosa prima di aprile e chiudano i container. Altrimenti sono in strada”. E poi lascia il servizio ai tavoli perché deve sbrigarsi per andare al suo container. Si rientra alle 8 di sera e alle 8 di mattina si è fuori. Queste le regole. Saluta gli altri volontari e corre alla fermata dell’autobus.

Sorpresa a rubare latte e biscotti

C’è una luna piena fredda che illumina un marciapiede. E un’anziana, cappotto borghese liso e carrellino della spesa, che piange. A consolarla un vigilantes di un supermercato lì a due passi. Le passa qualcosa, nella penombra, prima di salutarla e la donna si allontana, piegata, verso casa. “Che è successo?”, chiedo all’uomo della sicurezza, che non ha ancora trent’anni e una faccia da far spavento. “L’abbiamo sorpresa a rubare del latte e dei biscotti”. Denunciata? “Oddio no! Sono anni che la vedo venire qui a fare la spesa, poveretta. Quella ha retto finché c’era la pensione del marito, poi lui è morto e…”. E non ce la fa a continuare. Ho visto che le dava qualcosa prima che se ne andasse. “Dieci euro – quasi urla -, quello che avevo in tasca. Ma come si fa a non fare nulla per chi sta ridotto così. Come si fa?”. Si fa. In una città che ha perso l’anima.

L’impiccato della Boccea

Un impiccato in un casale sulla Boccea. Uno dei presunti assassini di Torpignattara. Una brutta storia andata a finire “uno schifo” e che continua a proiettare un’immagine di Roma nauseabonda e feroce. Che corrisponde purtroppo a quello che è diventata questa città.

Mentre il furgone della “mortuaria” lascia il posto agli specialisti del Ris, a poca distanza un bar di periferia, a 50 metri dalla rampa di accesso al Grande raccordo anulare dove finisce la città e inizia un quartiere che sembra un paese, Casalotti. Un bar che oggi è chiuso. Riposo settimanale, e c’è da stare buoni, qui, per un giorno a settimana. Si, perché questo “baraccio” è uno dei punti di ritrovo notturni di pischelli e giovinotti belli della periferia fra Cassia e Aurelia. Lo avete mai visto un bar di periferia con un buttafuori all’ingresso? Uno di quelli che ti guardano torvi mentre ti prendi un caffè e una bomba al cioccolato “calla calla”? No? Alle porte di Casalotti c’è. Un posto aperto fino a tardi dove andare a fare il pieno, di alcol e ragazze, prima di uscire a “fa du zompi”. Dentro musica, folla di bella gente tamarra, bibbitoni colorati e tequila boom boom, fuori un paio di spacciatori nordafricani evidenti come il sole in una mattina d’agosto e litigi, spinte, ogni tanto pure di peggio. E il buttafuori all’ingresso a filtrare quelli più strafatti.
La polizia. Passa, rallenta. Se ne va. Si ferma solo se c’è scappato qualcosa peggio di “du pizze”. Funziona così. E nessuno sa spiegare perché. È tutto così evidente, alla luce del sole. Ma si vede che si preferisce reprimere e intervenire quando le cose sono finite “uno schifo” invece che capire. Anche l’evidenza.

Quel bar al Gasometro

L’evidenza che impedisce di agire in altri bar come quello a due passi dal Gasometro all’Ostiense, zona di locali e di coltello rinomata dove c’é scappato il morto davanti tre anni fa e tutti se lo sarebbero scordati se un’altra storia andata “uno schifo” non fosse succeda a neanche 50 metri da quell’ingresso insanguinato. Una povera edicolante rapinata “de cortello” in pieno giorno e morta di crepacuore. Qui, dove la vecchia zona industriale di Ostiense si trasforma nella zona della movida dei locali, il ferito, e il morto, ci scappa spesso. Funziona così. Lo sai e ci vai a tuo rischio e pericolo. E il pericolo fa parte della serata come la tequila scadente, la coca tagliata al 90% e le pasticche fatte in casa da qualche chimico dilettante. Bello, no? E le forze dell’ordine? Passano, rallentano, e poi vanno via. Ogni tanto acchiappano qualche pesce piccolo, un nordafricano con le palline di stagnola e coca a 20 euro nel pacchetto di sigarette. Ma i pesci grossi che ingrassano? Ci sono eccome. Ti devi spostare di qualche centinaio di metri per vederli. Anche questi evidenti che ti verrebbe da domandarti come sia possibile che nessuno intervenga.

Usura? Pizzo? Tutt’e due?

Un altro bar, verso la Piramide. Che davanti all’ora di chiusura è uno spettacolo per gli affezionati delle macchine di lusso. Giovedì scorso alle 20 si contavano 7 Mercedes, due Bmw e un Porche. I suv li teniamo fuori dal conto. Ti siedi a prendere un campari e vedi giri di contanti e assegni che sembra di essere in una banca. “Aooo, ma quello ha pagato?”. Il tipo del Porsche si tocca il cavallo dei calzoni. “None, m’ha mollato n’assegno postdatato”. Rutto di ordinanza. Risata. “Tanto ‘ndo scappa. Famo a fidasse”. Urlato. Evidente. Usura? Pizzo? Tutti e due? Chi lo sa. Qui si passa, si rallenta e poi si va via. Alla luce del sole. A due passi da una fermata dell’autobus che a quell’ora è piena di gente che torna a casa dopo una giornata di lavoro. Qui non ci sono pesci piccoli da piazzare in qualche cella sovraffollata in attesa di un processo per direttissima e di un decreto, per gli stranieri che sono la stragrande maggioranza dei fermati, di espulsione.
E allora ci torni a quel casale sulla Boccea dove è stato trovato impiccato uno di quelli, pare, che ha fatto un casino a Torpignattara. E te le fai domande, aspettando che domattina ci sia la conferenza stampa sul delitto di gennaio che va dimenticato in fretta. Te le fai con Aziz che taglia la carne del Kebab e ti riempie un panino e ti racconta che le rapine dei nordafricani a commercianti cinesi sono centinaia ogni anno in tutta la città. Perché i cinesi girano con un sacco di contanti e poi non denunciano. “E’ la loro specialità”. E a nessuno importa nulla. “Si fanno fuori fra loro”.

Come a nessuno importa nulla di quei trenta morti nel 2011 per ha guerra di mafia in corso a Roma ma che nessun esponente del governo della città denuncia o almeno raccontata. “Si ammazzano fra loro”. Aziz, amico mio, mettici la salsa piccante. E non ci pensare. Questa è la sicurezza da spot pubblicitari che tanto piace all’addetto stampa del Sindaco. Stai attenta questa sera quando esci dopo la chiusura. Non ti fermare. E quando arrivi a casa barricati dentro a doppia mandata.

E alla fine torni in centro con un taxi, che è arrivato con il tassametro che già segna 14 euro. L’autista parla al telefonino con un collega, alterato. Aria di mobilitazione fra i tassisti in tutta Italia, ma a Roma di più. Perché a Roma i tassisti in massa hanno votato Alemanno credendo a una serie di promesse e di garanzie che l’ex giovanotto emergente della destra a cavallo fra Msi e “altro” alla fine degli anni ’70 e gli inizi dei mirabolanti ’80 si è ben guardato dal mantenere. “Se ne becco uno che ce va a lavorà je spacco la faccia co’ le mani mia”. Guida veloce, continuando a parlare all’auricolare, cappello di lana, giaccone di pelle. E sul cruscotto, in bella mostra, una copia de L’Unità.

“Te lo raccomanno a quello”

“Te lo raccomanno a quello. Co’ tutti li voti che s’è acchiappato lo vojio proprio vedè venì a parlà co’ noi, mo’”. Finita la telefonata si parla. “Ho sentito che diceva che ha votato Alemanno. Ma che c’entra quello – e indico il giornale del Pd – con quel voto?”. Ride, il tassista. “E che c’entra la politica. Quello aveva promesso che bloccava le licenze nuove, e nun l’ha fatto. Aveva garantito il ritocco delle tariffe, e nun l’ha fatto. Se semo fatti tutti incantà e l’avemo votato. La pagnotta e la politica so’ du cose che nun vanno d’accordo”.

E il giornale? “Mi padre era comunista, e pure io lo so’. Mi padre aveva conosciuto pure Petroselli che nelle borgate ce li metteva li piedi. Diceva sempre che era na brava persona, uno che manteneva le promesse”. E alla fine ha votato Alemanno. “Eccerto. Ma nun ce so’ annato ar Campidoglio a festeggià co’ li fascisti”. Te la raccomanno la coerenza.

MEMORIA
DIMME CHE NOME HA ‘STA CITTÀ

Dimme come se fa. Ricordame che faccia ch’aveva sto quartiere quanno da regazzini
ce se giocavamo anime e ginocchia pe’ fasse vedè granni. E granni nun eravamo. Dimme che posto è questo, oggi, che se ne annamo via de prescia senza guardasse attorno, pe’ nun vedè sto schifo, sta solitudine, sto niente che ce taja er sorriso come na lama.
Dimme dove se so cacciati li sogni nostri, quelli che se raccontavamo ‘n piazza prima d’annasse a schierà davanti alle guardie. Che eravamo tanti e la paura diventava de meno quanno se facevamo stretti. Compagni, e lo eravamo pe’ davvero. Mica era ‘no scherzo. D’inverno, come è ora, insieme come non lo semo oggi. Dimme, amico mio, che te sei strappato pelle e sorriso quanno se la so presa sta città quelli che c’hanno ancora addosso er sangue de Walter e Valerio. Sputtanata, sta città, da du’ zozzi che c’hanno piantato un centro commerciale sulla campagna dove se scappava a vive lontani dall’occhi der monno. Dimme che fine hanno fatto le donne der quartiere che quanno ‘scivano de casa te facevano sognà na vita migliore. Dimme che fine ha fatto Mara co’ quell’occhi che te tojeveno er fiato e Vincenzo, l’omo, suo. E Brozio e Francesca, e poi Giampiero co’ quella testa de ricci e Rappa che se perdeva pe’ strada tutte le vorte che, de notte, se ne tornava a casa. Dimme, fratè, che c’entra sta morte pe’ la strada che pensavamo d’avesse lasciato alle spalle. Dimme andò so finite le famije nostre, li nostri sogni e le risate de quanno s’eravamo ripresi sta città. Prima er giorno. Poi la notte. Era nostra. Che senso c’ha sta monnezza co’ l’amici nostri barricati in casa pe’ la paura di chi te sta chienenno aiuto. Dimme perché mo’ se semo persi l’amore pe’ l’incroci, pe’ il vino bianco ammischiato co’ la gazzosa e il bianco che se fa tutt’uno cor nero. Poracci tutti, a dasse ‘na mano pe’ campà. Ora ognuno pe’ cazzi sua a ringhiasse addosso come cani. Dimme ndò sta l’amore pe’ le cose fatte ‘nsieme e do’ è finito er sinnaco nostro che scenneva ne li quartieri in manica de camicia. Nun me basta che ch’abbiano dato er nome de na strada. Nun me po’ bastá. Petroselli ora ce se metterebbe de punta a capì come arisolverla sta storia qua. Che nun ce se capisce da ndò è partita e ndò vo’ annà a parà. Dimme che nome ha sta città. Io nun lo so più.

* * *

Mi ritrovo a scrivere nella lingua del quartiere dove sono cresciuto. Oggi. Dopo aver finito di scrivere un reportage sulla mia città affrontato come se si trattasse di un luogo sconosciuto. Ma sconosciuto non è.
Una settimana e passa di nausea. Nel vedere come è stata ridotta questa città da anni di sottovalutazione degli effetti che poteva avere l’abbandono, come si stessero trasformando composizione, cultura, bisogni. E “finita” dalla peggiore amministrazione che io ricordi dopo quella disastrosa di Giubilo negli anni ’80. Mi ritrovo a scrivere, nella lingua del quartiere, per ritrovare almeno nella memoria, una traccia, di quello che eravamo riusciti a conquistarci. Roma.

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