Roma, primavera e sciopero dei trasporti. Un coatto e uomini in divisa. E 5 minuti di follia.

Primi giorni di primavera, una strada di Roma. Fermata di autobus giornata di sciopero dei mezzo pubblico. Folla di persone in attesa. Una lunga attesa. Arriva sferragliando un vecchio bus già pieno. E parte l’assalto per salire. Gente aggrappata alle porte che spinge, solo in pochi ci riescono. Tensione con il mezzo immobilizzato in mezzo alla strada e circondato da una folla fra l’esasperato e il rassegnato.
Lì vicino c’è un bar, poco più di un chiosco, ritrovo abituale da un po’ di tempo di poliziotti o carabinieri in pausa caffè. Oggi è il turno di almeno 8 carabinieri motociclisti che si fermano qualche minuti prima di proseguire il lavoro. Due si avvicinano e giustamente cercano di mettere un po’ di ordine, anche perché la tensione attorno e sopra l’autobus rischia di diventare pericolosa.
Sul marciapiede c’è un ragazzo. Un po’ tamarro, se la ride. Fa battute su quello che sta succedendo. “Ao, ci mancavano solo le guardie”, è una delle frasi che ridacchiando a distanza si lascia sfuggire. A uno dei due carabinieri la frase e l’atteggiamento del ragazzo non piacciono. Si avvicina e iniziano a discutere e poi dopo poche parole gli chiede i documenti. Il ragazzo, sempre tamarro, se ne esce con una frase classica del coattese romano: “Mortacci tua, mo’ che t’ho fatto”. E la reazione è immediata e durissima. Lì in mezzo alla folla. Il ragazzo afferrato, spinto, poi con le braccia piegate dietro la schiena e trascinato e sbattuto contro una macchina anche con l’aiuto del collega, intervenuto immediatamente anche lui se è possibile anche più violentemente. Il ragazzo urla, chiede aiuto. La gente attorno urla anche lei. Chiede di smettere. Altri carabinieri in pausa caffè raggiungono i colleghi e fanno schermo. La folla non pensa più all’autobus, pensa a quel ragazzo che continua a urlare, che tutti in altra situazione avrebbero ignorato (il solito costello imbecille, quello che si sarebbero detti tornando ai fatti propri) e si fa vicina, protesta, discute con i carabinieri che marziali e duri respingono le persone.
Alla fine lo trascinano via, verso le motociclette parcheggiate. Alcuni uomini in divisa continuano a fare filtro verso la folla. Dopo un paio di minuti, mentre identificano il ragazzo, tornano verso la gente che ha continuato a protestare i due carabinieri che sono intervenuti. Il primo che si è avvicinato al ragazzo si avvicina in particolare verso una donna, un’impiegata che stava cercando di tornare a casa e che davanti alla scena è stata la prima a protestare verso i carabinieri, e si mette a discutere con lei. “Mi ha detto i morti e si è rifiutato di darmi i documenti. E sapete chi avete difeso? Uno che c’ha precedenti per oltraggio e furto. Ecco chi state difendendo. E poi venite da noi a denunciare che vi hanno rubato il portafoglio o altro. Venite e vi lamentate che non c’è sicurezza”. Lei ripete “in quel modo?”.
Arriva un’auto dei carabinieri. Lo portano via al ragazzotto di periferia, Fine. Il ragazzo in caserma, la folla stordita sotto il sole aspettando l’autobus.
Benvenuti a Roma. È primavera.

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