L’ultima spiaggia. Roma

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Gli ingegenri che costruirono la diga del Vajont fecero un lavoro perfetto. Quando il 9 ottobre 1963 franò nell’invaso il fianco del monte Toc provocando l’onda di acqua e fango che uccise quasi 2.000 persone la diga resse perfettamente. L’avevano costruita bene, la diga. Non avevano previsto la montagna e quella frana che si portò via, in pochi minuti, tutto un mondo. La diga sta ancora lì.

La metafora è forse azzardata, ma ci sta.

Gli ingegneri della politica, i tattici del Pd e del centro sinistra, hanno costruito un oggetto perfetto e equilibrato (prima, durante e dopo le primarie), che rappresentava tutti anche gli scontenti, ma non ha previsto la montagna. Il monte Toc che stava per franare. Lo scontento, il voto di protesta, la disperazione sociale, lo svuotamento culturale di 20 anni di berlusconismo. Si, questi 20 anni, che hanno inaridito la politica, svuotato la cosa pubblica, sdoganato l’egoismo e il tamarrismo. Il monte Toc è andato giù, e gli ingegneri del Nazzareno (e non solo loro) hanno guardato la loro diga inutile piantata in mezzo al deserto.

Il voto, anche se non fosse andato a Grillo e compagnia, stava comunque franando. La crisi è molto più profonda di quella del ’92. E’ perfino più di “sistema” di quella di Tangentopoli. Perché Tangentopoli piombò in un paese che ancora si sentiva Stato, che si raccolse attorno alle vittime delle stragi di mafia, che aveva dentro di se gli anticorpi per reggere, almeno per un breve periodo prima che arrivasse il marketing ossessivo dell’unto del signore. Oggi, dopo vent’anni di berlusconismo cavalcato e subito (e tutti siamo stati più o meno vittime e complici del progetto di saccheggio economico, morale e culturale del Cavaliere e dei suoi) siamo inermi davanti a quello che sta succedendo.

E siamo ancora più inermi davanti al sorgere del “partito che non c’è” (naturale e modernissima evoluzione del partito di plastica di Berlusconi), al non movimento (che si è appropriato dell’immagine e dei contenuti dei movimenti facendone pappa confusa e rassicurante), al guru (Grillo) e al guru del guru (Casaleggio). Ora questo oggetto politico (poco) e di marketing (molto) domina la scena, la condiziona. Oltre il suo valore e oltre la sua capacità ideale e di messa in atto di un programma che dice tutto e il contrario di tutto impastando temi come il reddito di cittadinanza con altri ultra liberisti, movimentismo con mancanza di democrazia interna, beni comuni con strapotere delle imprese. Dicono, i grillini, di non essere di sinistra o di destra. In realtà hanno creato un credo che si è andato a sostituire alle idee (ancor prima delle ideologie). Ma rappresentano perfettamente questo paese svuotato, stremato, incupito. La loro visione del mondo si fonda sul nemico da cancellare e non sul dialogo e la costruzione. Sull’apocalittica fine della politica.

E’ l’ultima spiaggia, temo. E da quel poco che vedo la reazione della destra è ormai quella di gente braccata perfino dalla propria ombra (i 150 parlamentari in occupazione simbolica al palazzo di giustizia a Milano questa immagine descrivono) e il centro sinistra, e in aprticolare il Pd, si perdono in sterili virtuosismi tattici che porteranno a altre sconfitte, perfino più cocenti di questa “non vittoria” delle elezioni politiche.

E la prossima sconfitta già si delinea. Roma, a giugno. Archiettura perfettta, ingegneri a pesare ogni candidatura e ogni corrente e non un candidato (finora) forte e fortemente simbolico (come sarebbe la novità di Ignazio Marino). Destinando la capitale al ballottaggio con i grillini. E con un probabile effetto Parma, ovvero con una vittoria del M5S a Roma con il voto al secondo turno della destra più becera e affaristica, quella degli Alemanno e della Polverini.

Ecco qual’è l’ultima spiaggia. Il voto a Roma. E in pochi sembrano consapevoli di quanto a Roma sia in gioco.

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