Il tardivo coraggio di Bersani, il voto moderato che non c’è e il pericolo Roma

o_149537Bersani ha perso l’occasione della sua vita (politica), quella di traghettare il paese fuori da un ventennio segnato dal berlusconismo e dalle ricette ultra liberiste di Monti. L’ha persa nel momento stesso in cui, dopo il formidabile capitolo delle primarie, ha usato gran parte del suo tempo a rispondere e a rincorrere Monti invece che parlare al paese. Se avesse presentato agli italiani, tenendo il punto e senza farsi travolgere dal battutismo da talk show, metà del programma che ha presentato alla direzione del Pd avrebbe vinto con un ampio margine di sicurezza e non ci troveremmo sospesi come siamo oggi sugli umori e le furbizie di Grillo. Non noi “di sinistra”. Noi italiani.
Bersani ha perso anche la piazza, lasciandola a Grillo, chiudendosi in convegni e teatri (se non rare volte) senza toccare con lo sguardo quelle persone a cui avrebbe dovuto rivolgersi e a cui comunque chiedeva il voto. L’immagine di Grillo a Piazza San Giovanni a Roma che chiude la campagna elettorale mentre Bersani si accontenta dell’Ambra Jovinelli è l’annuncio di una sconfitta. Il simbolo di una resa. Non davanti a Grillo, ma davanti al suo paludatissimo partito dai mille veleni.
Ora Bersani ha trovato il coraggio di dirle quelle cose di sinistra che non ha pronunciato in campagna elettorale (ma non la patrimoniale, mannaggia a lui) davanti al parlamentino del Pd. Ha trovato l’orgoglio di provarci. Sempre che quell’allegra congrega dei vari capi corrente che animano il Pd lo permettano. Probabilmente non ci riuscirà, anche perché il sempre migliorista che più migliorista non si può che siede ancora per pochi mesi sulla poltrona del Quirinale un simile coraggio (un programma chiaro, esplicito e senza troppi camuffamenti e poi presentarsi alle camere cercando il consenso) lo vede come fumo negli occhi.
E anche se questa spericolata e trasparente e coraggiosa mossa di governo di Bersani riuscisse, lui ne uscirebbe comunque sconfitto. Non sarebbe in ogni caso un governo destinato a farci uscire dalla palude e a far partire la ripresa (non solo economica ma anche etica e culturale). Si tratterebbe di un governo di transizione (breve) e Bersani lo sa.
Se andiamo ad analizzare i flussi elettorali vediamo che la fetta più consistente dell’operazione di Grillo è composta da ex elettori del centro sinistra. Parliamo di più del 10 % a livello nazionale. Un capitale sperperato sul tavolo da gioco della corsa agli elettori moderati. Che non ci sono più, sono al massimo residuali. Perché davanti a una crisi economica di queste dimensioni nonostante i sacrifici disumani fatti dagli italiani, davanti a 20 milioni di cittadini avviati all’esclusione sociale, davanti alla crescita esponenziale della disoccupazione, davanti all’incapacità della politica di tagliere i suoi costi e assumersi le proprie responsabilità, davanti a tutto questo i moderati non esistono più. Tutte le ricette moderate, prima fra tutte quella di Monti, hanno cancellato quel tipo di consenso tranquillizzante. Questo non hanno capito il Pd, Bersani e anche Renzi che sul fare l’occhiolino al centro ha condotto la sua campagna, perdendola, per le primarie.
Ma non è solo il governo nazionale che mi preoccupa. A giugno si vota per il comune di Roma. Dopo 5 anni di Era Alemanna la città è travolta da una crisi etica, culturale ed economica se possibile peggiore di quella nazionale. Una città incattivita, cupa, dove anche i minimi servizi ai cittadini sono in fase di collasso, con enormi problemi sociali irrisolti. E dove il Pd ha superato di poche decine di migliaia di voti il M5S. E dove se si andasse in giugno a ballottaggio scatterebbe l’effetto Parma con il centro destra che riverserebbe i propri voti sul candidato di Grillo.
Visti i risultati ottenuti dai grillini di Pizzarotti a Parma un vero disastro. Nella Stalingrado di Grillo non uno dei punti del loro programma è anche solo in fase di elaborazione, i debiti stanno continuando a strangolare l’amministrazione e le aziende municipalizzate, e mentre si lascia morire una realtà fondamentale per la cultura italiana come il Reggio di Parma perfino l’inceneritore parte indisturbato nonostante la sua chiusura fosse al primo punto del programma a 5 stelle. Una roba del genere, una giunta M5S, affonderebbe la capitale in pochi mesi.
E per evitare questo il Pd che fa? Presenta alle primarie una serie di candidature “mosce” (alla romana) prime fra tutte quelle di Sassoli e Gentiloni. Mentre non si capisce spinti da quale ratio l’unica candidatura (ancora non ufficializzata) che toglierebbe terreno ai grillini, rigenererebbe la sinistra capitolina (scordandosi per un po’ il centro asfittico) e ridarebbe voglia di rimettere in gioco la propria partecipazione ai romani rimane nel cassetto e probabilmente se si mareializzasse verrebbe osteggiata dal nazionale. Parlo della candidatura di Ignazio Marino.
E anche da qui, da Roma, sarebbe necessario rimettere in campo quel po’ di coraggio che si è intravisto nell’azione di Bersani in questi giorni. Prima che sia troppo tardi.

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