Da “dio” a Quarrata, la creazione del carisma e perché #Grillo è prigioniero del suo giocattolo

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Ieri mi è stata segnalata una buffa registrazione presso l’Agenzia Italiana Marchi e Brevetti risalente al 2003. Qualche burlone in quell’anno aveva depositato il marchio “dio”. E chi era quel burlone? Beppe Grillo. Mi sono fatto qualche risata, l’ho sbeffeggiato per una mezz’oretta sui Social network e poi per qualche ora ho staccato la spina. Ma c’era quel numero, quella data, che continuava a tornarmi in mente. 2003. Grillo all’epoca non aveva ancora incontrato il suo socio Gianroberto Casaleggio (sarebbe successo da lì a poco) e non aveva abbandonato la linea anti tecnologia e fondato il suo blog. Ma che faceva Beppe in quei mesi mentre, sono convinto per burla guittesca, depositava il marchio “dio”?
Riempiva teatri e palasport con le sue maratone incentrate sulle truffe e gli inganni del sistema finanziario e bancario, denunciava le aberrazioni degli ormai famigerati prodotti derivati, andava a fare le pulci a aziende come Enel e Telecom e puntualmente finiva sui telegiornali a ogni assemblea degli azionisti e iniziava a tirare fuori la nauseante bolla della Parmalat che poi esplose come sappiamo. Sposava le denunce dei teorici dell’anti signoraggio, raccoglieva frammenti dell’ecologismo e ogni tanto richiamava spunti dai movimenti primitivisti. Insomma c’era, aveva un suo bacino di pubblico e di consenso, le sue denunce raggiungevano il pubblico. Il pubblico. Non aveva ancora un bacino di attivisti/militanti ma un numero quasi mai visto in Italia di fan.

Contemporaneamente Grillo era un assiduo frequentatore di un appuntamento poco conosciuto ai più ma molto ben frequentato da un pezzo non marginale del movimento “altromondista”. Quella parte legata all’associazionismo (in gran parte cattolico), e alle comunità e progetti di cooperazione internazionale. La marcia della pace di Quarrata vicino a Pistoia. Ogni anno sul palco sfilavano i big di quell’area non violenta del movimento spazzata via dalla macelleria messicana a Genova 2001. E molte altre voci che a quel movimento guardavano con simpatia. Don Ciotti, Don Gallo Alex Zanotelli, Gherardo Colombo, Giancarlo Caselli, teologhi della liberazione e attivisti dei movimenti sociali come Leonardo Boff e Frei Betto. E anche lui, Beppe Grillo.
È probabilmente qui, a Quarrata, che Grillo intuisce le potenzialità di questa enorme parte del movimento spazzato via a Genova. Un movimento frustrato dai partiti e da organizzazioni come il sindacato che lo avevano scaricato alla vigilia del G8 consentendo poi la repressione indiscriminata di quella tragedia che fu Genova 2001. È in quelle occasioni che Grillo viene in contatto e poi viene sdoganato da una serie di teste pensanti di quel dissenso. È qui dove Grillo smette di essere semplicemente un uomo di spettacolo rompicoglioni e inizia a essere un leader carismatico di un embrione di forza politica.
Il blog e poi i meetup e ancora i gruppi degli “amici di Beppe Grillo” arriveranno poco dopo. Contemporaneamente a relazioni con il mondo degli affari e delle aziende (che fino a quel momento erano il suo principale nemico) garantite dal co fondatore Gianroberto Casaleggio.
È qui, fra il 2003 e il 2005, che si forma e cristallizza il carisma di Grillo e che da voce si fa leader.
E questo mi porta a fare una riflessione ulteriore. Dopo Genova 2001 il movimento di movimenti si ritrovò in parte criminalizzato e in parte schiacciato e senza più riferimenti, se no le proprie lotte specifiche tematiche e territoriali. Non più un movimento di movimenti ma tante istanze disgregate e solo faticosamente in relazione l’una con l’altra. Da massa critica a istanze specifiche scollegate fra loro. È umano e comprensibile dopo quei fatti che innumerevoli realtà e bisogni si richiudessero in se stessi. Ogni tavolo di elaborazione comune scompare, se non in occasione dei movimenti per l’acqua che però si andranno a scontrare, come anche nella vicenda del movimento viola, con il carro armato Di Pietro che ha maciullato in parte anche quei coordinamenti cavalcandoli prima e poi cercando di inglobarli. Grillo invece in questi anni è etereo. Sposa le tesi dei movimenti, usa la sua macchina comunicativa per pubblicizzarli, è onnipresente e poi lentamente ma inesorabilmente davanti all’immenso palasport che è il suo blog lui diventa quei movimenti. Non è la realtà ma è la proiezione che lui fa della realtà. I movimenti diventano, nella suo racconto, l’emanazione del disagio che lui incarna. Tutto. Radicalmente.
E per raggiungere questo scopo deve offrire un’identità forte. Quella di appartenere. Si è cittadini pienamente solo se si è nel M5S. L’avversario non si riconosce e con lui non si parla perché non esiste (sono morti). Chiunque metta in dubbio il verbo di Grillo o dissenta si è venduto o è un infiltrato. Chiunque offra una descrizione differente della realtà offerta da Grillo è a busta paga e servo del potere.
È questo tipo di offerta identitaria assoluta che impone il suo carisma e lo rende impermeabile alla realtà. Tutti sono prigionieri di questo racconto perché se questo racconto mutasse il carisma si indebolirebbe. E anche Grillo stesso è prigioniero di questo racconto. Se in “periferia” esperimenti possibili sono stati portati avanti come collaborando con Crocetta in Sicilia, a livello nazionale questo tipo di processo non può essere messo in piedi. Perché si indebolirebbe inevitabilmente, con l’emergere delle contraddizioni, il cardima assoluto e assolutorio che Grillo offre ai suoi.

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