La via di uscita è il movimento, non questo movimento (se mai lo è stato)

il movimento antinucleare davanti alla centrale di Montalto

Inizio con lo scusarmi per la lunghezza di questo post, ma ci sono molte cose da dire e parecchie voci da riportare. Ho il vizio di essere allergico agli slogan. La foto a commento è nostalgica… sarà che rappresenta un pezzo della mia vita…

***

Il M5S è un “movimento”? Partiamo da questa domanda, semplice, pulita.

Fin dalle sue prime uscite, dal suo atto di nascita, il M5S ha puntato solo a un obiettivo: presentare propri candidati alle elezioni amministrative e poi alle elezioni politiche. Se in questi anni anche chi, schifato dallo scenario politico italiano, ha dato il suo voto a Grillo e al suo oggetto elettorale si fosse preso la briga di andare a sbirciare il dibattito nei vari MeetUp e sul blog di Grillo si sarebbe stupito di quanto fosse “fondante” il tema elettorale (e quindi la presentazione di liste M5S) per gli attivisti grillini. Direi, anzi, che il tema era così presente da essere ossessionante. Far precipitare il sistema dei partiti tradizionali e sostituirlo con un nuovo potere, quello della cosiddetta “gente perbene”.

Di fatto un movimento (se mai il M5S lo sia stato) nel momento in cui cerca di conquistare spazi e seggi e potere attraverso la competizione elettorale cessa di essere movimento e diventa partito.

E’ un dato insito nel DNA dei movimenti.

Ho vissuto sulla mia pelle le evoluzioni del movimento ecopacifista e antinucleare degli anni ’80, e già all’atto della presentazione delle prime Liste Verdi la questione partito schiacciò il movimento (che era molto più ampio e vivace e articolato dei Verdi) e diluì nello scenario di eterna trattativa nelle istituzioni i temi che il movimento aveva portato avanti fino a quel momento. Tanto per fare un esempio il referendum dell’87 per l’uscita dal nucleare che fu scelta ampia e condivisa di movimento e che vide nella prima fase (la raccolta firme) proprio le Liste Verdi(che già all’epoca si stavano scannando sul tema dello Statuto, scannamento che durò almeno un decennio se non di più) furono una delle forze più tiepide. Chiunque abbia vissuto quegli anni se lo ricorderà con precisione. Nelle elezioni dell’anno successivo il boom a Camera e Senato, poi due anni dopo altro boom nelle amministrative nonostante la prima scissione (e poi riunificazione) e poi il lento inesorabile declino prima culturale e poi sostanziale.

Qualcosa di simile è successo all’inizio di questo secolo con i movimenti sociali. La forza in di quel movimento che si dissolse dopo che venne massacrato nelle strade di Genova dalla repressione concessa da troppi e anche dalla disattenzione (che mutò in alcuni casi perfino in repulsione) dimostrata dagli allora DS e dalla CGIL era proprio la sua diffusa realtà, la presenza contemporanea di gruppi antagonisti e della Rete di Lilliput, dei primi movimenti su istanze territoriali (gli embrioni di quello che poi sarebbero stati i No Tav e i comitati come quelli contro le discariche in Campania e i No Ponte) e l’associazionismo laico e cattolico a renderlo movimento di movimenti e vera novità. Nonostante condivida molto quello che sta dichiarando in questi giorni Wu Ming sul loro blog e in interviste, trovo riduttiva la loro descrizione di quel movimento che fu ben altro da un semplice coagularsi dell’antagonismo punto. Isolamento consentì repressione. La repressione spezzò le basi di condivisione di così tante anime. E un contributo lo diede anche Rifondazione che in quella fase cercò di assorbire e riportare quel percorso di movimento in uno scenario elettorale e di partito che implose (come successe ai Verdi) in sconfitte elettorali e disgregazione stessa di quei movimenti.

Wu Ming però fa una descrizione ben precisa dell’operazione di coptazione e di appropriazione messa in atto in questi anni da Grillo e da Casaleggio nei confronti dei residuali movimenti (sempre meno nazionali e sempre più specifici e territoriali).

La nascita del grillismo è una conseguenza della crisi dei movimenti altermondialisti di inizio decennio. Man mano che quel fiume si prosciugava, il grillismo iniziava a scorrere nel vecchio letto. Nei primi anni, i liquidi erano ancora «misti», e questo ha impedito di vedere cosa si agitava nel miscuglio, oltre ad attenuare certe puzze. In seguito, la crescita tumultuosa del M5S è divenuta a sua volta una causa – o almeno una concausa importante – dell’assenza di movimenti radicali in Italia, per via della sistematica «cattura» delle istanze delle lotte territoriali, soprattutto di quelle più «fotogeniche». Non c’è lotta «civica» su cui il M5S non abbia messo il cappello, descrivendosi come suo unico protagonista. Temi, rivendicazioni e parole d’ordine sono stati cooptati e rideclinati in un discorso confusionista e classicamente «né-né», cioè che si presenta come oltre la destra e oltre la sinistra. È un discorso che accumula sempre più contraddizioni, perché mette insieme ultraliberismo e difesa dei beni comuni, retorica della democrazia diretta e grillocentrico «principio del capo», appoggio ai No Tav che fanno disobbedienza civile e legalitarismo spicciolo che confonde l’etica col non avere condanne giudiziarie.

Anche lo scrittore Sandrone Dazieri sta ragionando sul suo blog da giorni sulla natura famelica del M5S.

Il problema, per me, sta nel manico. E’ in Grillo. Non pretendo di fare una fine analisi politica, come sapete ho fatto le scuole basse, e neppure di avere l’arguzia di Gramellini e i suoi fondi, ma cerco di spiegarmi ugualmente. Grillo incarna tutto quello che per me è deteriore nella politica. Chiede di essere seguito, di essere ascoltato, di essere obbedito, invece di condividere, ascoltare, decidere con gli altri. Grillo dice di essere il portavoce di un movimento, il suo megafono, ma la realtà è il contrario. Sono i militanti del movimento 5 stelle a essere i megafoni di Grillo. Certo, lui prende istanze che vengono dal basso, ma in base alle proprie inclinazioni, ai propri gusti personali, alla propria coscienza. Pesca le lotte in base ai propri criteri e le modalità di lotta in base al suo buonsenso. Quando ieri spiegava di essere sceso in campo perché voleva fare qualcosa per il nostro Paese, io credo che dicesse la verità. Il problema è: chissenefrega.

Chissenefrega di quello che vuol fare Grillo o perché lo fa. Sarà tuttalpiù un elemento di discussione nella sua famiglia o tra i suoi amici, ma non può essere il programma di una compagine che si presenta alle elezioni (certo, Berlusconi lo ha fatto prima di lui), e tantomeno di un movimento. Perché il pensiero di un movimento, è, appunto, la sintesi del pensiero di una moltitudine, non la moltiplicazione del pensiero di un singolo.

E prosegue in un post scriptum sullo stesso articolo

Sono convinto che vi siano esponenti 5 Stelle che partecipano alle lotte No Tav, per lo meno lo spero (anche se, una volta presa una condanna per manifestazione non autorizzata o blocco stradale immagino non possano più candidarsi, viste le regole che equiparano qualsiasi condanna). Quello che volevo mettere in luce, però, è il fatto che se il Movimento no Tav esiste è perché è stato costruito e creato dal basso, in modo orizzontale, non deciso da qualcuno in piedi su un palco. E’ la differenza tra una lotta di popolo e un movimento truppe.

Dazieri ben sintetizza l’equivoco insito nel definire (e nel definirsi) “movimento” per i 5S. In quel “Perché il pensiero di un movimento, è, appunto, la sintesi del pensiero di una moltitudine, non la moltiplicazione del pensiero di un singolo“.

E’ esattamente quello che è avvenuto nella storia dei Verdi e dell’egemonizzazione da parte di Rifondazione che ho descritto prima: i movimenti vengono schiacciati e normalizzati quando si mutano (in parte o in todo) in forza elettorale o vengono cooptati da un partito.

Un partito (chiamiamolo con il suo nome), poi, come i 5S che ha una chiara strategia anti parlamentare. Come candidamente dichiara il professor Paolo Becchi, estimatore dei 5s.

Il Movimento 5 Stelle è e resterà una forza antiparlamentare, ora entrata in Parlamento per metterlo in scacco dall’interno” afferma Becchi, che poi aggiunge: “Una forza democratica, che non crede nei fallimenti e nelle illusioni della rappresentanza, ma nellapartecipazione diretta di tutti i cittadini alla politica del Paese. È così semplice: i 150 sono dentro per trasformare la democrazia rappresentativa in democrazia diretta. Nessuna “intesa”, nessun “governissimo”: i partiti sono finiti, perché è iniziata la democrazia.

A ribaltare l’entusiasmo di Becchi per i nuovi potenti è Domenico Valter Rizzo ieri su Il Fatto proprio sulla questione della “democrazia diretta” modello Beppe Grillo Gianroberto Casaleggio.

Per farmi capire anche da molti grillini, cerco di semplificare con un esempio pratico. In Italia siamo circa sessanta milioni. Becchi, e Grillo con lui, pensano di telefonarci ogni mattina per chiederci come vogliamo votare un singolo provvedimento legislativo? O vogliono fare un sondaggio permanente sulla piattaforma di Casaleggio? Con Grillo che poi si affaccia al balcone mediatico per dirci come la pensiamo?

In realtà, e Becchi visto che è pagato da un’Università non può non saperlo, l’unica forma di antiparlamentarismo conosciuta è quella che ha eliminato la democrazia rappresentativa sostituendola con le adunanze. E’ quella che si è espressa nelle forme di governo autoritarie. Il fascismo (che come il grillismo e il berlusconismo nasce in Italia), nelle sue varie declinazioni ne è stato la massima espressione. Forse la lettura di Noberto Bobbio non farebbe male né a Grillo e neppure a Becchi. Mi permetto di citarne un breve passo: “L’ipotesi che la futura computer-crazia, com’è stata chiamata  – scrive Bobbio nel 1984 con profetica lucidità – consenta l’esercizio della democrazia diretta, cioè dia a ogni cittadino la possibilità di trasmettere il proprio voto a un cervello elettronico, è puerile” e aggiunge “A giudicare dalle leggi che vengono emanate ogni anno in Italia il buon cittadino dovrebbe essere chiamato a esprimere il proprio voto almeno una volta al giorno (…) Nulla rischia di uccidere la democrazia più che l’eccesso di democrazia”.

La teoria di Becchi dello sfascio istituzionale si sta traducendo rapidamente in prassi. Grillo ha annunciato, con il solito contorno di raffinati insulti, di respingere l’apertura di Bersani. Lo fa per cinismo, non per volontà di cambiamento. Il cinismo di raggiungere un disegno strategico che mano a mano che passano le ore si palesa. Quello della frantumazione del sistema democratico.

Ecco di che cosa stiamo parlando (e non da oggi). La strategia di Grillo e Casaleggio è chiarissima, è tutt’altro che democratica (in termini sia “diretti” che “rappresentativi”) ed è lontana anni luce dalla prassi e dalla natura stessa di movimento. Anche la “democrazia” interna ai 5S sbandierata a più non posso è solo uno specchietto per le allodole. Grillo è il proprietario del simbolo e l’unico che detiene controllo assoluto su statuto e programma dei 5S (togliamo quella stronzata pubblicitaria del “non” per differenziarsi. Statuto e Programma. Punto). Grillo è l’unico che può sindacare sull’attività degli iscritti e degli eletti e contemporaneamente non è sindacabile. Grillo è il proprietario (e la Casaleggio associati è l’editore e il moderatore e gestore tecnico) dell’organo ufficiale dei 5S ovvero il blog di Grillo. Grillo può decidere autonomamente e senza che nessuno possa opporsi espulsioni e censure (è successo più e più volte) attraverso non un organo o assemblea del “non movimento” (qui il “non” ci sta bene) ma con una semplice raccomandata del suo avvocato privato. E perfino il meccanismo di consultazione diretta non è altro che una piattaforma gestita e sui server della Casaleggio associati.

Questo modello non è democrazia, è autocrazia. Dal dizionario Hoepli:

autocrazia
[au-to-cra-zì-a]
s.f. (pl. -zìe)
Potere assoluto, comando dispotico
‖ Forma di governo in cui il sovrano trae i suoi poteri dalla sua stessa persona e non riconosce limitazione alcuna della sua autorità
‖ SIN. assolutismo, dispotismo

Allora che cosa ha portato un elettore su quattro a votare per Grillo? Di certo il crollo morale e politico dell’intera classe politica che ha operato ed è maturata nei vent’anni dominati e condizionati dalla discesa in campo di Berlusconi. Un crollo che si è trasformato in affari, corruzione, patti scellerati. E da qui l’assenza di un’offerta politica credibile. Di certo ha giocato la frammentazione e disgregazione dei movimenti dopo Genova 2001. Di certo ha dato una mano l’informazione ufficiale e la categoria dei giornalisti incapaci di capire cosa stava mutando sia in termini di linguaggi che di media e che si sono aggrappati alla mera sopravvivenza ponendosi proni davanti a chi erogava il finanziamento pubblico Non che i nuovi paladini web della buona informazione dimostrino di non avere la stessa propensione, basta buttare un occhio sull’atteggiamento di personaggi come Claudio Messora che dal suo blog ByoBlu sembra auto candidarsi, a quanto sembra e a quanto riportano varie voci vicine ai 5S, portavoce di Grillo facendoci rimpiangere il migliore Capezzone.

La stanchezza, il disgusto, la protesta. Questo è in gran parte il voto a 5s. E che ora viene gestito da una struttura (Grillo, il suo staff/Casaleggio e un piccolo gruppo di fedelissimi) autocratica. E che è stato intercettato dai 5s attraverso una delle più abili campagne di marketing che siano state messe in atto ideata e gestita dalla Casaleggio associati. Basata su alcune balle colossali e molti equivoci. Come che i 5S siano un movimento, che sia gestito direttamente dalla base, che sia democratico al suo interno e che punti a riportare la democrazia (diretta e solo quella) in questo paese becero e sfortunato.

E ora, con quel 25% e 150 parlamentari i 5S tengono per le palle l’Italia tutta, già scossa e tramortita da 20 anni di berlusconismo, dall’incapacità e dalle troppe complicità del centro sinistra, da una crisi economica e culturale e identitaria mai così profonda in epoca repubblicana, con il debito pubblico alle stelle, la corruzione pure, la produzione a zero e la cura Monti che si è dimostrata socialmente e economicamente (visti gli effetti recessivi) peggiore del male.

Come se ne esce? Con il lavoro. Duro e lungo degli anni peggiori della nostra storia. Rimettendo in rete orrizontalmente i movimenti esistenti senza cercare di prevaricarli o inglobarli, ricostruendo reti fra persone e soggetti collettivi, ricostruendo un modo di essere protagonisti di idee, di impegni, di lotta. Qualche decennio fa avrei detto “ritrovando un modo di essere sinistra”. Ora dico, ritrovando il modo di essere tanti senza cercare di essere uno. Ritrovando il gusto dell’incontro, dello scambio, del confronto anche duro. Ritrovando la necessità di essere parte di un pensare e agire comune. Senza pensare a quanti seggi sia possibile conquistare, quanti assessori, quanti Cda di municipalizzate, quanti voti la nostra azione possa produrre. Rifacendo rete fra noi diffidando di chi ci offre una rete già bella e pronta e confezionata (ogni riferimento ai MeetUp è puramente casuale).

E rivendicando il diritto e dovere di essere critici. Di avere dei dubbi. Di non credere a chi ci annuncia il sole dell’avvenire. E soprattutto il diritto e dovere di non stare zitti relegati al ruolo di semplici spettatori del prossimo show del capo.

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