Il patto – da I SIciliani /giovani – febbraio 2013 – l’eterna trattativa fra Stato e mafia

Immagine 1

di Pietro Orsatti su www.isiciliani.it

Mentre a Palermo il processo sulla trattativa fra Stato e mafia va avanti, sembra essersi dissolta nella polvere degli archivi, e grazie alla cronica mancanza di memoria degli italiani, la lunga storia di interlocuzione (sfociata troppo spesso in collaborazione) fra settori dello Stato, dell’economia e della politica e le mafie e in particolare, fino a gli anni ’90 con la mafia siciliana prima della sua parziale ritirata sul piano militare dopo l’emergere del nuovo potere “visibile” delle ‘ndrine calabresi. Una storia, quella dell’interlocuzione, che potremmo far partire dalla Seconda Guerra Mondiale e che già aveva avuto possibilità di mettere radici profonde ben prima. 

Forse alla fine la questione sta tutta qui, in questo apparentemente innocuo frammento di diplomazia post-bellica. “L’Italia non perseguirà e non disturberà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di avere, nel corso del periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data dell’entrata in vigore del presente Trattato, espresso la loro simpatia per la causa delle Potenze Alleate ed Associate o aver condotto un’azione in favore di detta causa”. (Articolo sedici della seconda parte del Trattato di pace fra Usa e Italia, Parigi, 1947). Di fatto questo articolo del Trattato concede l’immunità (con quel “non disturberà” si va ben oltre) a tutte quelle persone che, dichiarando semplicemente espresso simpatia per gli obiettivi degli Alleati, avevano commesso reati anche gravi.

Si va ben oltre all’aiuto fornito agli Usa da alcuni noti mafiosi italoamericani primo fra tutti Lucky Luciano in chiave di intelligence durante il conflitto. Luciano che, per prevenire e bloccare atti di sabotaggio ai convogli diretti verso l’Europa e il Nord Africa dal porto di New York venne contattato dai servizi statunitensi mentre era detenuto in carcere e che a fine guerra venne liberato e da uomo libero si trasferì in Italia e qui accolto dal prefetto di Napoli che gli consegnò un passaporto nuovo di zecca. L’impunità veniva messa nero su bianco nei confronti di quei mafiosi come Caloggero Vizzini (all’epoca al vertice della mafia siciliana) e Genco Russo che gli succedette. Uomini d’onore che aiutarono lo sbarco in Sicilia nel ’43, in alcuni casi parteciparono come logisti e informatori durante l’avanzata e si trovarono a gestire di fatto una buona parte dei rifornimenti (e anche delle risorse farmaceutiche!!!) delle truppe alleate con loro società mutuate dalla loro organizzazione di borsisti neri, settore di cui avevano il totale controllo.

E fin qui il conto pagato dagli Usa alla mafia siciliana e americana per l’aiuto ricevuto e imposto anche all’Italia con tanto di articolo nel Trattato. Un Trattato siglato mentre andavano in scena le prime fasi della Guerra Fredda e che in qualche modo riapre la porta ai partner innominabili in chiave Atlantica e anticomunista.

E l’Italia solo vittima passiva di un patto fra Usa e mafia? Non proprio. Anzi, per nulla. Fin dalle fasi che condussero all’Armistizio del settembre ’43. E grazie a un giovane sottotenente di complemento dei reparti automobilistici e attendente del generale Giuseppe Castellano che firmò a Cassibile l’Armistizio per conto di Badoglio dopo numerosi abboccamenti avvenuti nei mesi precedenti a Algeri e Lisbona: Vito Guarrasi. Un sottotenente che irritualmente presenziò alla firma di quella che fu a tutti gli effetti una resa. Un sottotenente che l’hanno successivo compare poi fra i possibili partecipanti a una riunione convocata nel ’44 dal governatore statunitense in Sicilia Charles Poletti su un tema a dir poco sfizioso, ovvero se lavorare o no alla secessione della Sicilia dall’Italia dandone il governo alla mafia, come letteralmente scrive al proprio governo Poletti stesso in due lettere rintracciabili in riproduzione fotostatica fra gli allegati della relazione di maggioranza della Commissione Antimafia del 1976. Si legge sempre in quella relazione dell’Antimafia un brano che ben fa comprendere quale fosse lo scenario in Sicilia nel ’43: “‘Mentre Galvano Lanza Branciforti di Travia e Vito Guarrasi partecipavano alle trattative di armistizio, don Calogero Vizzini da Villalba, amministratore del feudo Polizzello di proprietà dei Lanza, svolgeva a livello tattico attività di preparazione dello sbarco degli alleati in Sicilia”.

Perché quindi il giovane attendente a trattare l’armistizio? Perché, questo sembra raccontare la vicenda, era necessario che venissero rappresentati determinati poteri: quello del latifondo agrario, della produzione mineraria, della finanza siciliana e non solo legata direttamente e indirettamente con determinati poteri occulti: da un lato quello delle logge massoniche fiorenti soprattutto nel trapanese (tuttora) e quella che nel dopoguerra diverrà Cosa nostra, la mafia contadina e padronale che stava già puntando a urbanizzarsi.

E proprio per questo ecco materializzarsi Guarrasi, di ottima famiglia di Alcamo, avvocato, industriale, banchiere, “ingegnere” del piano di salvataggio con soldi pubblici delle miniere di zolfo dell’isola, morto nel suo letto a Mondello, ricco senza ostentazione e rispettato da tutti. Che per un periodo aveva anche dimostrato simpatie per la sinistra entrando perfino nel consiglio di amministrazione del giornale Ora ed stato candidato come parlamentare nel ’48 con il Fronte popolare. Guarrasi, cugino di Enrico Cuccia, (si proprio il Cuccia di Mediobanca), e nel consiglio di amministrazione dell’Eni di Mattei fino a poco tempo prima che questi morisse. Guarrasi che era anche amico del giornalista Mauro De Mauro (che proprio su Mattei e il fallito Golpe Borghese indagava) rapito e ucciso da Cosa nostra, e che venne sfiorato dal sospetto di essere uno dei depistatori delle indagini sulla scomparsa del giornalista. Non a caso il suo amico e commercialista Antonino Buttafuoco entrò nella vicenda facendo balenare il sospetto di una vera e propria gestione da parte proprio di Guarrasi, delle indagini in corso.

Il potere politico e economico in Sicilia e non solo ha collaborato e ha usato spesso il potere di Cosa nostra. E’ un dato accertato, documentato. Cosa nostra a vclte scendeva direttamente con dei suoi uomini in politica (Vizzini, Russo, Navarra e poi anche Salvo Lima tanto per fare alcuni nomi), molto più spesso si metteva a disposizione, sia per la propria capacità di raccogliere denaro e voti sia per la propria forza (militare e violenta) di condizionare affari e andamento della politica. Prima della Seconda Guerra Mondiale (basti ricordare ad esempio il vortice di intrecci solo parzialemnte individuabili attorno a due omicidi a cavallo dell’inizio ‘900, Notarbartolo e Petrosino) sia durante che poi. Si è sempre trattato, collaborato, dialogato. Sempre fra l’enorme mole di documenti della Commissione Antimafia che produsse il rapporto del 1976 non resa pubblica perché in parte di fonte anonima esiste una lista di oltre 600 politici locali e nazionali all’epoca ancora in attività collegati con la mafia se non appartenenti ad essa come ricorda Michele Pantaleone nel sul libro “Omertà di Stato”.

La Seconda Guerra Mondiale inserisce solo un nuovo fattore. Gli Stati Uniti e due paroline magiche: “anticomunismo” e “guerra fredda”. E Cosa nostra americana e la mafia siciliana (il termine “Cosa nostra” per definire la mafia siciliana arriverà poi come vedremo in seguito)  si mettono a disposizione: prima per lo sbarco, poi per garantire il governo civile nel periodo di transizione (quanti sindaci mafiosi vennero imposto dagli Alleati durante l’occupazione?) e in seguito per cancellare il movimento sindacale anti latifondo e i “comunisti” dall’Isola. Ma non si trattò solo di una “prestazione“ mercenaria. Ma in più fasi di un vero e proprio patto di cooperazione fra diversi poteri. E la mafia si presta, a conflitto appena terminato, a alimentare e gestire (anche affiancandosi alla banda di Giuliano o viceversa consentendo a Giuliano di agire in suo concorso) atti di intimidazione, assalti a sedi sindacali e di partito, attentati, omicidi e partecipando, con ogni probabilità, alla logistica se non alla gestione diretta della strage di Portella della Ginestra nel ’47.

Ed è proprio in questa fase storica (il conflitto e la guerra fredda) che compare un altro giovanotto che diventerà il protagonista di un’altra anomalia: Tommaso Buscetta. L’anomalia in questione è la riunione fra i capi di Cosa nostra americana e i vertici della mafia siciliana all’Hotel des Palmes a Palermo nel 1957. Una riunione in cui ci sono tutti i boss di peso del momento da una parte all’altra dell’Atlantico compreso Lucky Luciano e un unico “picciotto”, Tommaso Buscetta. Un incontro in cui vengono decise due cose: la partnership fra americani e siciliani per prendere il controllo del traffico dell’eroina verso l’Europa e gli Usa sostituendosi ai marsigliesi che ne avevano il controllo logistico e i rapporti con i produttor proprio grazie a un’alleanza con Lucky Luciano i; e la creazione della Commissione a Palermo, la formula organizzativa di Cosa nostra. E a tutto questo venne invitato un “picciotto”? E da qui la domanda: a che titolo Buscetta partecipò a quella riunione? Lui, Buscetta, davanti alla Commissione Antimafia nel 1992 nega, anzi dice che non si trattò di giorni di lavoro come riportato da altre fonti ma solo di una cena. Anche Giovanni Falcone, probabilmente sposando la ricostruzione di quello che fu il primo e il più importante pentito di mafia e sul quale si costruì gran parte dell’impianto del maxi processo di Palermo, sembra dargli ragione. Ma dall’ottobre ’57 cambiò tutto, cambiò la mafia siciliana, cambiò il rapporto di questa con la politica e la finanza e Cosa nostra (così si chiamerà l’organizzazione dopo la nascita della Commissione) prenderà il controllo del traffico mondiale di eroina. Solo una coincidenza?

La presenza a quella riunione non sarebbe e non è l’unica anomalia della lunga carriera di don Masino Buscetta, che pur non essendo un boss, anche se la stampa lo chiamò “il boss dei due mondi”, fino alla “mattanza”, la seconda guerra di mafia che portò al comando Totò Riina all’inizio degli anni ’80, fu presente e protagonista di innumerevoli passaggi criminali e misteriosi della storia italiana. Dal tentato golpe Borghese a una trattativa poi abortita con le Br per la liberazione di Aldo Moro, dal traffico internazionale di eroina all’ascesa del ganglo di potere collegabile attraverso Stefano Bontade a Michele Sindona, i cugini Salvo fino alla corrente andreottiana e Salvo Lima. E non si tratta di una partecipazione da “soldato” quella di Buscetta. Lui è parte, a volte garante, di quei passaggi.

E’ un caso che più di una volta Buscetta sia stato indicato negli anni ’60 e ’70 (soprattutto negli Usa) come un informatore della Cia? Di sicuro l’ipotesi non stupirebbe molti. Bisogna studiare bene gli inizi della sua carriera per capire come questo sospetto sia attendibile, il periodo trascorso in Argentina e in Brasile subito dopo la guerra e proprio nel momento in cui l’America latina era di fatto il supermarket delle spie, i rapporti probabile con i contrabbandieri brasiliano marsigliesi a Rio De Janeiro. Contrabbandieri collegati al corso Pascal Molinelli. Personaggio quasi leggendario, Molinelli, che subito dopo la fine della guerra fu l’uomo centrale del traffico di stupefacenti dall’Europa agli Stati Uniti. Braccio destro e socio di Lucky Luciano da prima della guerra. E ancor prima della droga in ogni tipo di ontrabbando a qualsiasi livello. Di tabacchi, di esseri umani con rapporti dopo il conflitto mondiale anche con i servizi israeliani in relazione all’emigrazione ebraica clandestina in Palestina. E quando dopo qualche anno, quando ritorna in Sicilia, Buscetta entra nella famiglia del boss La Barbera e diventa uno degli uomini chiave a Palermo e da Palermo agli Usa e all’America Latina. Uomo simbolo anche poi, da sconfitto che resuscita inchiodando con la sua testimonianza i suoi nemici mortali: i corleonesi.

E’ la Guerra Fredda, vale tutto in chiave anticomunista. E’ la ricostruzione, vale tutto per conquistare e mantenere il controllo del potere economico e finanziario. E’ la politica atlantica e vale tutto pur di tenere lontano dal potere il Pci e il sindacato. Vale anche allearsi, collaborare, farsi infiltrare, ibridarsi con il potere mafioso. Vale tutto. E in questo scenario ha gioco facile Cosa nostra non più mafia rurale ma impero finanziario grazie all’eroina, parte del potere legale grazie alla compenetrazione e alla coincidenza di interessi con pezzi fondamentali della Democrazia Cristiana non solo nell’Isola ma anche a livello nazionale. Ha gioco facile la Cosa nostra nata dalla strage di Viale Lazio messa in atto per far fuori Cavataio che aveva soffiato sulle rivalità fra le famiglie prima e poi prendendosi il potere nella prima guerra di mafia negli anni ’60. Hanno gioco facile Stefano Bontade e gli Inzerillo, i Cugini Salvo e don Tano Badalamenti, Vito Ciancimino e Salvo Lima. E di don Masino Buscetta, che tesse, media, organizza, consiglia, si tiene ai margini e agisce, e fa avanti indietro dall’Italia agli Stati Uniti e all’America Latina.

E’ la trattativa continua benedetta dal patto Atlantico e dall’alleato imperialista che lascia fare ai suoi amici poco raccomandabili pur di mantenere il controllo di quel dente piantato al centro del Mediterraneo. E’ la trattativa continua benedetta dai soldi della Cassa del Mezzogiorno e della ricostruzione post terremoto del Belice. E’ la trattativa dei voli diretti da New York carichi di valigie di narco dollari, dei processi aggiustati, delle talpe nei palazzi di giustizia. E’ la trattativa continua, quella che ti fa immaginare che l’omicidio Mattarella sia la posta lanciata sul tavolo di una partita fra Palermo e Roma. Una trattativa che proseguirà, inarrestabile, anche durante e dopo la mattanza e l’ascesa dei Corleonesi, dopo che avevano ammazzato il poliglotta e raffinato Stefano Bontade, chiamato il Principe di Villagrazia e la Sicilia era un campo di sterminio. Vincenti e perdenti, trattavano tutti, continuavano nonostante la tragedia in atto, chi dai covi di lusso con vista sulla casa di Falcone chi dai luoghi protetti offerti oltreoceano, chi dagli attici milanesi.

Fino alla caduta del muro di Berlino. Fino alla fine della Guerra Fredda. E poi dopo, negli anni ’90 con il paese stravolto dalle stragi, e ancora, poi, meno in evidenza, nascosti, usando il denaro e non la violenza come merce di scambio, il potere finanziario al posto del tritolo, l’informazione al posto di una lupara. Se fosse ancora vivo Michele Sindona “il salvatore della lira”, come lo definì Giulio Andreotti, cosa direbbe oggi della P3 e della P4, dell’infiltrazione capillare nella politica e negli affari delle ‘ndrine al nord, delle cricche e dei derivati, della finanza creativa e delle speculazioni sui titoli di Stato? Sorriderebbe, Sindona. E poi direbbe, sempre con un sorriso, “non vi siete inventati nulla”.

I Siciliani giovani

www.isiciliani.it

febbraio  2013

E’ possibile scaricare il numero in pdf a questo indirizzo http://www.isiciliani.it/sicilianipdf/

 

SOMMARIO:

Gian Carlo Caselli Politica e giustizia/ Nando dalla Chiesa Formigoni il mantenuto/Riccardo Orioles Quattro domandeSalvo Ognibene “Voto anch’io” “No tu no”Valeria Grimaldi Orfani di politica/ “Per la speranza contro l’ignoranza”/ Francesco FeolaRewindForwardTito Gandini Nord e SudNatya Migliori Belaid vivrà ancora/ Claudia Campese “Vincenzo Santapaola e Cosa Nostra”/ Carmelo Catania L’affaire Cassata/ Norma Ferrara Interviste/ Luca Manca/ Domenico Stimolo “Se non ho lavoro non ho dignità”/ Irene Costantino Un Maglio nella coscienza/ Arnaldo Capezzuto Il tramonto di Nick ‘o mericano/Rosa Parchi Nel feudo degli amici di Cosentino/ Andrea Bottalico I ragazzi ammazzati e quelli nel rione/ Alessio Di Florio Abruzzo/ Lo spreco dei rifiuti/ Antonio Mazzeo Messina/ “A chi l’Università?” “A noi!”/ Valerio Berra Expo/ Acque torbide/ Rino Giacalone Cosa sapeva Rostagno/ Daniela Sammito Yvan Sagnet/ Contro il caporalato/ F.Appari e G.Di Girolamo Alcamo/ Luciano Bruno Angela e il Cavaliere/ Giulio Pitroso e Attilio OcchipintiCartoline dal Muos/ Gubitosa, Kanjano e Biani “Mamma!”/ Ilaria Raffaele Fra spot e drammi/ Pietro Orsatti Storia d’Italia/ Il Patto/ Salvo Vitale Chinnici e le indagini su Peppino/Elio Camilleri Donne e mafia in Sicilia/ Antonello Oliva Il genere ECM/ Jack Daniel Sensi di colpa/ Riccardo De Gennaro “Calcio, sesso e portafoglio”/ Giovanni Abbagnato Ieri, oggi e l’altroieri/ Fabio Vita Amazon batte moneta/ Aaron Pettinari Un Paese di mezzo-bavaglio/Domenico Pisciotta Mafia e Sant’Agata/ Giovanni Caruso I martiri di corso Martiri/ Marcella Giammusso Diritti negati/ In mezzo a una strada/ J.Guner, M.Ulusoy, S.OrgeFotoreportage/ Istanbul/ Fabio D’Urso e Luciano Bruno Canzone Popolare/ Giuseppe Fava“Frugare nelle banche”/

 

IN OMAGGIO EBOOK Carlo Gubitosa/ KIT DI SOPRAVVIVENZA PER LA GUERRA MEDIATICA – Anticorpi culturali contro la propaganda

 

 

DA’ UNA MANO A RIPORTARE I SICILIANI IN EDICOLA:

IT 28 B 05018 04600 000000148119

(Iban Banca Etica, “Associazione Culturale I Siciliani Giovani)

Oppure c/c 001008725614

(conto corrente postale “Assoc.Culturale I Siciliani Giovani”, v.Cordai 47 Catania)

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...