Il cambiamento? Bho! Cose sul voto prossimo e venturo – su I Siciliani/giovani

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Di Pietro Orsatti su I Siciliani/giovani (qui trovi il nuovo numero e gli arretrati della rivista)

Tutto quello che potremmo raccontare sulle primarie del centro sinistra, sugli impazzimenti del centro destra e sui tripli giochi del centro, ha poco senso oggi. Non c’è un progetto innovativo, non ci sono figure in grado di dare respiro a un’analisi e a un proposta concreta per uscire dai vent’anni di berlusconismo. Quelle prossime venture non saranno elezioni di svolta e neppure tiepide vibrazioni pre rivoluzionarie. Rappresenteranno  un rito di passaggio che probabilmente andava affrontato un anno fa invece di delegare anche l’impossibile ai tecnici di Monti&co. Ma oggi è inutile piangere sul latte versato. I cambiamenti in Italia sono sempre stati o tardivi o (soprattutto) presunti. Non illudiamoci. E questa valutazione è confermata dallo spettacolo deludente di partiti che non sembrano in grado di confezionare una legge elettorale appena decente arrivando, forse, a abbozzare solo una proposta raffazzonata all’ultimo momento utile. Partiti che giocano sulle date delle elezioni regionali e nazionali per miserevoli interessi di bottega. Partiti che perfino sul testo della legge sulla diffamazione cercano ogni possibile escamotage per tenere sotto botta e minaccia quel poco di stampa libera rimasta in questo paese.

Certo c’è Grillo che pretende (e in termini solo comunicativi lo è) di incarnare il cambiamento. Ma la politica intesa nel senso più nobile del termine è altro dalla comunicazione, come altro è il marketing editoriale dal giornalismo, tanto per fare un paragone. E non solo. Più il M5S prende voti e più la non struttura padronale (palese e non) che lo governa diventa per Beppe e il suo staff difficile da gestire. Perché non puoi riempire consigli e giunte e parlamento di gente per bene ma senza esperienza, ragazzi pieno di voglia di fare, rabbia e spearanze e pensare poi di tenere tutto il pacco sotto una sorta di controllo sovietico, che parli e decida solo il capo e il suo staff (attraverso purghe, censure, insulti, diffide etc) che la gente non cresca, maturi, si metta a imparare e a pensare autonomamente. E a esprimersi e comunicare senza delegare contenuti, modi e linguaggio solo al “portavoce”. Strutturato e gestito così com’è il M5S è destinato a vita brevissima e verrà travolto dai suoi stessi successi e dalle proprie contraddizioni. Solo un passo reale di crescita politica e culturale collettiva consentirebbe di passare da fenomeno di un momento a forza politica reale. Perché, tanto per fare un esempio, le balle sul default guidato in Islanda della Loretta Napoleoni come i referendum sull’euro vanno bene a fini propagandistici immediati, ma poi ti si smontano davanti alla realtà. Così come lo staff orwelliano messo in piedi dal duo Casaleggio/Grillo che ha funzionato nel tenere sotto stretto controllo i MeetUp dovrebbe diventare un apparato di sorveglianza di dimensioni non più occultabili (come in effetti sta già avvenendo) quando le percentuali reali basate sui risultati elettorali si avvicineranno al fatidico 15% a livello nazionale.

Non credo che Grillo e tantomeno Casaleggio abbiano intenzione di avviare un processo colletivo e realmente democratico di gestione di tutto il M5S: dal programma, alla comunicazione, dai temi prioritari alle questioni delle candidature e della rappresentanza fino all’organizzazione e ai soldi. Finora una forma di censura violenta ha colpito chiunque fra i militanti e eletti si sia azzardato a mettere bocca su queste questioni. E la stretta, con l’andare del tempo e l’accrescersi dei consensi, sembra farsi sempre più forte. Sarà in grado il M5S di trasformarsi da oggetto padronale a vero movimento politico? Finora i segnali, preoccupanti soprattutto per chi nel movimento ha investito idee, tempo e aspettative, sembrano negare questa possibilità. Si vedrà. Ma non sottovalutiamo il desiderio inconscio dell’italiano medio di volersi affidare a un capo cui delegare la propria cittadinanza. Senza andare indietro fino a Mussolini basta vedere quale sia stata la natura del potere di Berlusconi per confermare la pochezza del senso politico collettivo in Italia.

Ma di presunti rinnovatori non c’è solo Grillo. C’è, infatti, Renzi l’americano, il rottamatore stizzoso con poco se non niente senso dell’umorismo. Lui dietro ha pezzi grossi della finanza (chi è che ha innescato la crisi attraverso speculazioni?), spin doctor del calibro di Gori e una caterba di soldi che sta spendendo senza remore. Del suo programma si sa poco e nulla. Il rottamatore preferisce la polemica e l’insulto verso i suoi compagni di partito che andare oltre a slogan scontati. Una buona polemica: cosa di meglio per nascondere il vuoto dei contenuti? E se la polemica non basta si passa alla truculenza. In questo Renzi si associa a Grillo fornendo una traduzione moderna del berlusconismo comunicativo.

Se vincesse le primarie, Renzi in un colpo solo riuscirebbe a liquidare la già non memorabile esperienza del Pd, cancellerebbe l’ipotesi di una vera coalizione di centro sinistra, innesterebbe una costola finanziaria neo liberista e speculativa nel corpo dei progressisti e farebbe un favore di dimensioni inimmaginabili a Alfano e soprattutto a Casini. Come ha ben detto Gramellini su La Stampa, Renzi ha sbagliato primarie. O meglio, le ha proprio azzeccate per poi andare in cassa a riscuotere le spoglie del Pd. Di nuovo si vede poco, di democristiano moltissimo.

Neanche Nichi Vendola è il cambiamento. Quella del presidente della Puglia è una battaglia dura e dignitosa per riportare la sinistra italiana a giocare nella politica italiana. Da una parte schiacciato da una tradizione che spesso lo soffoca, dall’altra pronto a tracciare un abbozzo di via d’uscita. Ma i numeri sono impietosi, e anche davanti a una performance miracolosa Vendola ha poche chance di cambiare l’assetto sia nel centro sinistra che nel paese. Mi augurerei il contrario, ma ho il vizio di essere realista. Non è a questo giro che si innesca una trasformazione, ora bisogna tenere botta e posizione. E questo Vendola lo sa perfettamente e sta cercando di ritagliare uno spazio credibile e numericamente interessante a sinistra del Pd.

Del suicidio casalingo di Idv c’è poco da dire. Di Pietro preferisce sacrificare la propria creatura che cedere il controllo assoluto del suo giocattolo alato. Donadi, il transfugo (questa spero me la perdoni) conta quanto il due a coppe quando regna bastoni e i due sindaci di peso, Orlando e De Magistris si sono già sfilati abilmente dalla traiettoria di frana. Fine dell’esperienza nonostante la sponda che sembra offrire Grillo.

Ed è in questo quadro che andiamo al voto. Qualche esperimento di cambiamento forse si vedrà nel centro sinistra grazie al voto regionale in Lombardia e nel Lazio, ma anche in quella sede di rinnovamento ne vedremo ben poco. E proprio prendendo atto di questa situazione non rimane altro che attrezzarci a portare vere novità e non parodie grottesche di sfanculatori e rottamatori nella ricostruzione collettiva e popolare della politica. Non salando questo giro, ma usando le elezioni del 2013 per seminare qualche novità.

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