Sara, che quella busta non l’ha aperta

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Sara ha in tasca quella busta che pesa più di un macigno. Cinquemila euro che sorprendentemente sembrano niente ma per Sara potrebbero essere tutto. Almeno per un giorno. Scivolati lì, nella tasca del cappotto, e accompagnati da un sorriso e da una impercettibile strizzata d’occhio. Pesa quella busta. Rallenta il passo, toglie il fiato.
Sara ha lasciato in anticipo il terzo piano dove sta il suo ufficio. Si è inventata una scusa, il figlio con la febbre. E ora cammina verso casa con quel peso nella tasca. E la gola stretta. Cinquemila euro.
Nell’appartamento non c’è nessuno. Marito al lavoro, figlio quindicenne chi sa dove. Quello non lo controlli più. Sara tira fuori la busta dalla tasca e la poggia sul tavolo da pranzo. E rimane lì a guardarla. Quei soldi non le cambierebbero la vita ma sarebbero una boccata di ossigeno. Dovrebbe solo cambiare la direzione di una pratica, spostare una cartellina da una pila all’altra e mettere un firma e una sigla e un timbro. Meno di un minuto del suo tempo per cinquemila euro. Che ora sono lì, in quella busta chiusa sul suo tavolo.
“Li ho già presi. Non ho ancora fatto quello che mi chiedevano, ma li ho già presi”.
Piange Sara. Silenziosamente. La busta chiusa li sul tavolo. Con il mutuo, le spese che crescono, gli stipendi che non bastano e il conto che si prosciuga quei 5000 euro sarebbero una boccata di ossigeno. Quello che le manca ora mentre immagina cosa avrebbe detto suo padre di una cosa simile. Se fosse ancora in vita le direbbe, calmo e affilato come un rasoio “non è vero che i soldi non puzzano, e poi il fetore ti rimane addosso per sempre”.
A Sara sembra di sentirla quella puzza. Nei capelli. Sui vestiti.
Respira forte, quasi un rantolo. Poi riprende il cappotto, la borsa e la busta e esce di casa. Un pomeriggio milanese con un abbozzo di sole. Raggiunge la fermata dell’autobus e chiede, a un uomo che attende leggendo il giornale: “Mi scusi, non mi ricordo quale numero bisogna prendere per andare in questura…”.

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