Antonio che ha preso un biglietto di sola andata

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Antonio è andato via, anche se non lo voleva fare. Ha preso un biglietto di sola andata e si è perso l’ultimo giorno di estate. Con la sua bicicletta comprata al mercato delle pulci va al lavoro, il sapore del caffè buono in bocca fatto con la moka che gli ha spedito sua madre. Ha lasciato gli amici, una ragazza, i genitori, i suoi libri e quel muro ricoperto di fotografie. Venticinque anni di vita incollati al muro in centinaia di fotogrammi. Ma la sua città, quella che lo ha visto bambino, ragazzo e poi quasi uomo, no. Quella non l’ha lasciata. Come fai a lasciare un luogo che non esiste più?

Antonio traccia formule matematiche nella sua testa mentre pedala nella strada tirata a lucido come la sala da pranzo di casa. Della casa del prima e non di quella del poi. Perché c’è stato un prima e c’è stato un poi. E il confine temporale della sua vita è arrivato di notte, e la primavera aveva appena fatto capolinea iniziando a sciogliere la neve sul Gran Sasso.
Prima e poi. Prima vivi in una piccola e antica città piena di ragazzi, poi ti trovi a pedalare in una piccola e moderna città straniera piena di ragazzi. I ragazzi ci sono sempre. Ma un pezzo di Antonio non c’è più.
Ha provato a rimanere Antonio. È andato a lezione in una tenda, si è laureato in uno stanzone di una caserma. Centodieci e lode in fisica che fra le macerie e le new town non ti serve a nulla. Ha scavato, raccolto calcinacci e macerie, urlato, pianto, riso e per mesi aveva il terrore di stare in una stanza con il soffitto sulla testa. Non è servito. E poi è stato manganellato, identificato dalla polizia, schedato come un criminale. Espulso dalla sua città prima e dal suo paese poi. Perché chiedeva risposte e che la sua città tornasse a essere una città sul serio e non il set congelato delle troppe trasmissioni televisive lacrimose imbastite a ogni anniversario. Perché c’era un prima e un poi. E il poi ti dice che sei fuori, espulso.
Gli hanno proposto di andare a Padova a fare il ricercatore: un regalo per il povero ragazzo terremotato. Come sempre non lui, il suo lavoro e la sua capacità. Un regalo, in buona fede certo, dei suoi docenti. “Povero ragazzo, che possibilità ha altrimenti?”.
Non ha accettato. Ha inviato, però, il suo curriculum a un’università del nord Europa. Gli hanno risposto nel giro di cinque giorni e un mese dopo ha comprato un biglietto di sola andata. Nessuna raccomandazione, nessun pietismo. Solo il suo curriculum e le sue pubblicazioni. Dovrebbe funzionare così dovunque, no?
Pedala, Antonio, e sorride. Pensa a una fotografia che gli ha spedito sua sorella la sera prima. Una decina di ragazzi in una piazza deserta, gli edifici puntellati e ingabbiati. Il tempo congelato. Sua sorella al centro sorridente, due valige posate a terra. E un biglietto di sola andata anche per lei. Barcellona. Perché c’è stato un prima e c’è stato un poi. E il poi ti porta via da dove sei nato e cresciuto. Perché in mezzo c’è stato qualcuno che ha deciso, dopo aver sfruttato il tuo dolore e la tua paura, che eri diventato un esubero. Qualcosa da mettere sotto e da dimenticare. Non cittadini, non persone, ma testimoni di un crimine da far sparire. Il crimine di aver sfruttato per i propri interessi politici o economici le disgrazie di un’intera città. L’Aquila.
Pedala Antonio. Pedala!

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