Anna ha diciotto anni. E correrà via da qua

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Anna ha diciotto anni, compiuti da così poco tempo che gli avanzi della torta stanno ancora in frigo. Sta lì, accartocciata sul lurido sedile del pullman che la porta ogni giorno a scuola. La musica a palla nelle cuffiette, gli occhiali neri che si intravedono sotto un groviglio di capelli e una smorfia dura congelata sulla bocca.
Anna è arrabbiata. Con sua madre e il suo nuovo compagno, con suo padre che non fa altro che lamentarsi. Di lei, della sua ex moglie, del lavoro, della politica, della classifica, del caldo e del freddo. Non lo sopporta più, Anna, ancora meno dei jeans attillati e delle lezioni di pilates di sua madre. Non dice nulla, sta in silenzio e si arrabbia sempre di più ogni giorno che passa. E pensando alla sua rabbia alza ancora di una tacca il volume della musica.
Una settimana fa Anna correva. Via da Lungotevere e verso il ghetto. Sotto il sole. La faccia coperta da una sciarpa nera tirata su non per nascondere il volto ma per il puzzo dei lacrimogeni. È stata fortunata. Nessuna manganellata, nessun colpo, nessuna pietra ha interrotto la sua corsa. E Anna corre veloce e non ha paura di niente quando prende il ritmo giusto. E quel mercoledì il ritmo le pulsava nelle vene. Chiaro, veloce, preciso.

Si stira sbadigliando mentre il pullman si avvicina al capolinea. Un animale pronto a scattare. Un animale solo apparentemente a sangue freddo.
Scende e si avvia verso scuola, senza guardare nessuno. C’è un ratto morto al centro del marciapiede. Lo scavalca senza neppure una vibrazione di disgusto. E cammina via.
“Ho diciotto anni, posso votare”, e le viene da ridere solo all’idea. “Farò come lo zio Paolo. Com’è che dice? Sulla scheda ‘magnateve pure questa’ e una bella fetta di salame”. E ride. Non con la bocca e gli occhi. Dentro, al centro della sua rabbia.
Poi si incupisce, ancora di più, attraversando un viale alberato. Ancora pochi mesi e affronterà gli esami di maturità E poi cosa? L’università, sperando di acchiappare un’opportunità per andare via? Cercarsi un lavoro? Niente?
E la vita è questo? Gli amici? Un ragazzo? Aspettare il sabato? Senza sogni, idee, colori, parole?
Cosa c’era scritto sulla maglietta di quel ragazzo all’ultima manifestazione? “io vi odio”. Chiaro, nitido, come il ritmo della corsa. Io vi odio.
Anna ha diciotto anni, compiuti da così poco tempo che gli avanzi della torta stanno ancora in frigo. Vive con sua madre, va a scuola e ha buoni voti. Le piace leggere e la musica. Ha un gruppo di amici, lo stesso da sempre, e fino a pochi mesi fa stava con un ragazzo. Gli insegnanti dicono di lei che, anche se introversa, all’università avrà ottime possibilità. La sua famiglia è medio borghese. Qualche volta bisogna rinunciare a qualcosa, soprattutto ora con la crisi, ma non si ha paura del futuro. La paura del domani l’ha solo lei, Anna, e la tiene ben nascosta. Non ne parla con nessuno. A volte le verrebbe di dire qualcosa a sua nonna, che ride come una bambina quando stende i panni al sole. Ma poi non riesce a farlo. E allora aspetta, un animale in attesa del momento giusto per scattare.
Qualche mese ancora. Poi si metterà a correre. Per andare via. Dai personaggi della televisione. Dai sabato pomeriggio passati da un muretto a un bar per poi tornare al muretto. Dai professori annoiati. Dai poliziotti armati. Dai numeri chiusi. Dalle agenzie di lavoro interinali. Dai tagli alla scuola, alle borse di studio, agli scambi culturali, alle offerte di formazione. Dai pullman luridi. Dai centri commerciali. Dalle biblioteche chiuse. Dalle multisala. Dalle raccomandazioni obbligatorie. Dai santi in paradiso. Dai “se fai la carina…”.
Via da tutto. Correndo. Con un un buon ritmo preciso e nitido. Perché Anna ha diciotto anni, compiuti da così poco tempo che gli avanzi della torta stanno ancora in frigo. E a diciotto anni hai gambe buone per correre via da qua.

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