Quel disastro del 2008 e la scomparsa della sinistra. Per questo voterò alle primarie. E voterò @NichiVendola

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Sono trascorsi quasi 5 anni da quando un pezzo enorme della sinistra è stato espulso dal parlamento dal voto (o meglio dal non voto) e dal “porcellum”. Espulso soprattutto grazie all’incapacità da parte del gruppo dirigente di quel cartello elettorale (che univa Rifondazione e Verdi e pezzettini residuali di altre esperienze e movimenti) di capire che non ci si poteva sedere nei salotti buoni della capitale e delle ospitate televisive perdendo così il contatto con la realtà del paese (e della sinistra) e pensare poi di svangarla, di non pagare lo scotto.

Mi ricordo a un paio di settimane dal voto del 2008 un incontro/intervista della redazione del giornale in cui lavoravo con Fausto Bertinotti. Due ore blindati da un gruppetto di pasdaran di Massimo Fagioli (lo psichiatra salottiero ultima ubriacatura di Fausto e dei Bertinotti Boy’s) dove qualsiasi approfondimento venne scientificamente evitato e ogni domanda (ci provammo a farle) non dico scomoda ma almeno non inzerbinata immediatamente azzittita. Uscendo dissi a un collega “questi non prendono il quorum manco morti”. Non bisognava essere Nostradamus per capirlo. Erano, Bertinotti per primo ma non solo lui, completamente fuori dalla realtà. Avevano perso contatto con la vecchia base comunista, con i territori, con i giovani, con le nuove realtà sociali e con quei settori del lavoro prima svuotati e esclusi dalla sindacalizzazione e poi derubati perfino del valore simbolico di essere i nuovi poveri fuori dai vecchi schemi di classe. I vari Migliore, Pecoraro (anche lui che ha liquidato i verdi), Folena, Bertinotti, Ferrero, etc decisero un suicidio collettivo (per eccesso masturbatorio di narcisimo) trascinandosi dietro un pezzo enorme di società. Negando la possibilità a milioni di persone di essere rappresentate.

Questo è successo. Una classe dirigente assolutamente impermeabile alla realtà mandò in malora decenni di sogni, bisogni, progetti e lavoro.

Pensate a cosa sarebbero state con una sinistra parlamentare l’opposizione a Berlusconi prima e la lotta per affrontare la crisi. Pensate a cosa si sarebbe evitato a L’Aquila impastoiata nel potere assoluto della protezione civile e del serial televisivo berlusconiano fra Onna e G8. Immaginate se Marchionne si fosse trovato davanti altro che il pastone servile che ha fatto da apripista al Piano Italia. Pensate a come e con quale clima si sarebbe chiesto a Monti di traghettare l’Italia fuori dal baratro della crisi (e probabilmente a Monti non ci saremmo mai arrivati). Pensate a come sarebbe stata tenuta sotto controllo una coma la Fornero. Devo continuare?

Ma tutto questo non è successo. Prima il narcisismo e poi il vittimismo. Ecco cosa ci hanno offerto quel gruppo dirigente e quei partiti. L’unico che, nostante qualche responsabilità l’abbia anche lui in quella stagione, con lucidità ha reagito è Vendola. La sua fortuna è stata che da un lato era relegato a fare il presidente di Regione in periferia e che dall’altro, visti ivsuoi successi e la macchina di consenso che aveva messo in piedi vincendo le primarie e poi le elezioni in Puglia, faceva paura a parecchi del suo stesso schieramento. Uno che si metteva in gioco, ascoltava, coagulava lotte e idee: impensabile. E quindi ci si è affrettati a tenerlo ai margini del gotha suicida. Anche da molti (vero Gennarì?) che ora gli ruotano attorno in Sel.

Sel non è un partito (e forse neanche un cartello elettorale) e Vendola grazie al cielo non è Sel. Questo salverà lui e probabilmente le speranze di chi nella sua candidatura alle primarie di coalizione di domenica prossima stanno ritrovando voce e coraggio. Perché superando perfino il concetto di partito la candidatura di Nichi rimette al centro del dibattito una sinistra che c’è anche se non ha una rappresentanza. Una sinistra che pensa a vie di uscite diverse dalla crisi a quella finanziaria. Che considera il rigore come un percorso possibile solo se equamente distribuito e condiviso. Che punta alla crescita culturale come fabbrica di idee, nodi di sviluppo opportunità di crescita e lavoro. Che fa leva sui diritti e non sulla contrazione di sovranità. Che cerca di trattenere giovani e competenze in questo paese. Che non accetta come dominus gli interessi di un mercato ormai solo finanziario. Che considera l’economia governabile dalla politica e dalla collettività e non oggetto fuori ogni controllo e regola. Che pensa alla politica come sogno collettivo, diffuso, accessibile.

Per queste ragioni voterò alle primarie Nichi Vendola. Per ridare voce all’impegno e ai progetti di chi è stato escluso per quasi 5 anni e che sono altro dagli slogan facili e superficiali studiati a tavolino da qualche esperto di marketing.

un’immagine, profetica, di quel 2008 a illustrare questo post

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