Noi che siamo arrivati in ritardo all’appuntamento con la rivoluzione – anticipazione prossimo numero I Siciliani/giovani

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di Pietro Orsatti – anticipazione dal prossimo numero de I Siciliani / giovani

Noi che siamo cresciuti nella generazione di mezzo, né carne e né pesce, e ci stiamo facendo vecchi senza essere mai diventati adulti. Noi che abbiamo spalancato la bocca stupiti dalla tempesta che scatenavano le prime quattro battute di London Calling. Noi cani sciolti, bambini nel ’68 e coglioni ubriachi di ormoni nel ’77. Noi in piazza per anni, a farci massacrare davanti ai cancelli di Comiso o di Montalto di Castro. Noi che era primavera anche quando nevicava a febbraio. Noi che ci siamo sparati ogni sostanza possibile saltando con disinvolura da Castaneda a Sciascia, per poi finire a traccaire cerchi nella sabbia sussurrando come mantra salvifico Amico Fragile di Fabrizio De André.
Noi che siamo arrivati in ritardo all’appuntamento con la rivoluzione. Noi che credevamo bastasse buttare il cuore oltre l’ostacolo per evitare di affrontare lo specchio. Noi che abbiamo vinto troppe battaglie e perso tutte le guerre. Noi che ci siamo immolati, cullandoci nel sublime splendore del nostro narcisismo, per idee che avevamo spesso digerito male. Noi che abbiamo amato, e amato ancora e poi ci siamo persi confusi nella paura di amare. Noi che abbiamo cercato, con il passo, di sfiorare il cielo. Noi che abbiamo tracciato, con le braccia, linee perfette. Noi che abbiamo subito il colpo, offerto la carne al bastone, raccolto le ossa in fragili sacchetti intessuti di malriposto pudore. Noi che abbiamo maledetto il padre inventandoci un altro concetto di famiglia. Noi che abbiamo lasciato cosi poco alle spalle. Noi che piangiamo davanti a un cartoon e tremiamo ricordando l’inesorabile lucido incedere di Giorgio Gaber. Noi che Capaci nella testa continueremo a chiamarla Isola delle femmine. Noi che ogni 12 maggio vorremmo fermarci su quel ponte, a due passi dal monumento del Belli, per ricordare Giorgiana Masi e non lo facciamo mai. Noi che dopo la Diaz e la macelleria di Genova abbiamo preparato i bagagli e provato a dire addio a questo paese. Noi che non crediamo in niente se non nella nostra altalenante memoria. Noi convinti che essere testimoni e narratori della storia fosse abbastanza e soprattutto un’idea intelligente. Noi che quel ponte a Sarajevo abbiamo provato a passarlo. Noi che quella piana alluvionale minata a due passi dal fronte l’abbiamo attraversata e poi abbiamo vomitato l’anima quando ce l’hanno detto. Noi che abbiamo raccontato il puzzo, il sudore, gli sguardi e l’inutilità delle lacrime. Noi che abbiamo cercato di vedere più mondo possibile perdendo di vista quello che semplicemente si è. Noi che “se quel giorno non avessi detto quella cosa”. Noi che abbiamo messo i remi in barca un milione di volte e poi abbiamo ricominciato di nuovo a remare. Noi che a volte ci nascondiamo spossati dalla vita precipitando su un divano. Noi che abbiamo ancora la forza di ridere di noi stessi, di cercare la pelle e di affondare ogni idea presunta nella dolcezza della carne. Noi che continuiamo a esserci, testimoni della propria pochezza. Noi che conosciamo i nomi degli alberi e sbagliamo quelli degli uccelli. Noi che prima abbiamo imparato a nuotare e poi ad avere paura di farlo. Noi che chiediamo senza accorgercene e diamo senza pensarci. Noi che non siamo mai stati ricchi e non riusciamo a capire come si fa a vivere da poveri. Noi che non sopportiamo le semplificazioni ma a volte ne avremmo un gran bisogno. Noi che ricordiamo appena la notte in cui l’uomo toccò con la punta delle dita la luna. Noi che al funerale di Enrico Berlinguer ci siamo andati in bicicletta. Noi che non siamo riusciti a raccontare il peggio o il meglio di quello che siamo. Noi che ci siamo chiamati fuori, ci siamo dati assenti, ci siamo resi indisponibili. Noi che abbiamo ferito chi non se lo meritava, chi ci stava più vicino. Noi che sappiamo che non basta chiedere scusa. Noi che scusa facciamo una fatica bestia a dirlo. Noi che continuiamo a pensare che basti fare e non essere. Noi che “non sai che cosa darei per vederti ballare”. Noi simili e diversi, segnati dalla vita e dalla presunzione. Noi qui ad aspettare di trovare il coraggio di dire “toccami, sono vivo”. Noi che domani c’è il sole e se non c’è va bene lo stesso e ce ne stiamo qui al caldo. Noi che quello che siamo lo rimettiamo in gioco, con un sorriso, con un sogno di disincanto. Noi che continuiamo a pensare “noi”, persone idee dolore speranze bisogni. Noi che crediamo nel senso di pensarsi collettivo. Noi che non cerchiamo un capo o qualcuno che risolva i problemi al posto nostro. Noi che non crediamo ai santi e sappiamo che il “poeta è un mentitore”. Noi che siamo qui e non abbiamo la presunzione di insegnare niente a nessuno. Noi che qualcosa abbiamo ancora da dire a chi si autonomina simbolo raccogliendo deleghe e soldi. Noi che non facciamo parte dei salotti buoni dei rivoluzionari per discendenza dinastica o parrocchia. Noi che non abbiamo dei, e ancor meno santoni e guru che pensino al posto nostro. Noi che sappiamo cosa sia cedere il passo ma anche tenere il punto. Noi che ci spogliamo del vestito comodo della nostra generazione. E rimanimo comunque noi. Noi!

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