La modernità e il manicomio per ciechi di Saramago. La fine della politica (anticipazione del prossimo numero de I Siciliani / giovani)

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di Pietro Orsatti

Apro, inevitabilmente, con lo sberleffo anche demagogico. Non è possibile astenersi. Il ministro Cancellieri ha recentemente paragonato l’attuale crisi di legalità e credibilità del sistema politico (dal livello nazionale a quello regionale) “una nuova Tangentopoli”. Ritorno con la memoria a quel biennio 92/93 e devo ammettere che, se ci si limita non solo al piano del malaffare e della corruzione, in realtà il paragone è fin troppo minimalista. La crisi economica e finanziaria di oggi è di gran lunga peggiore di quella già molto pesante del ’92, come il livello di distruzione sistematica del sistema industriale e produttivo del paese realizzato in questi vent’anni. Senza contare lo sbracamento sconcio del livello culturale e “ideologico” della classe dirigente italica, che quando cerca di assumere un carattere austero, come quello che ci spaccia l’attuale “tecnicità” presunta panacea morale (basti vedere quali siano i criteri etici di selezione all’interno delle tante Bocconi e Luis e dei cda di aziende e fondazioni per averne un’idea), diventa ancor più nauseante.

Nostalgia (quasi) dell’arrogante ma alto e spietato intervento in correo di Craxi alla Camera dei deputati nel ’92. Nostalgia, obbligatoria, se andiamo a guardare gli atteggiamenti arroganti e la finta indignazione di quella sorta di attempata comparsa di uno spettacolo di Lady Gaga che si è incatenata alla poltrona di governatore della Lombardia al secolo Roberto Formigoni o dello svacco coatto di quell’ultrà da curva Nord che ci ha propinato in un mix devastante di vittimismo e decisionismo da talk show di gossip Renata Polverini nel Lazio. E proprio partendo da queste due regioni diventa evidente la continuità e il legame storico e strategico fra l’attuale crisi e quella emersa nel ’92 con l’arresto di Mario Chiesa. Un’evoluzione/degenerazione progressivamente trasformatasi da prassi illecita a cultura.

E deflagra, nello scoperchiamento della cloaca politico/affaristica, una delle più oscene truffe mediatiche che ci siano state propinate in questi vent’anni: la bontà del decentramento e del federalismo come panacea contro gli effetti degenerativi della prima Repubblica. Un decentramento e un federalismo che hanno al contrario prodotto la crescita esponenziale dei doppi incarichi, dei soldi spesi, delle tasse, delle metastasi dei comitati d’affari, degli sprechi e del clientelismo di massa. Le parentopoli oscene messe in atto dal centro destra nella Capitale non sono esclusiva del giù orrido sistema del potere di Alemanno ma anche dello speculare potere porchettaro della Polverini.

Ritorna alla memoria quell’incredibile siparietto tamarro della pajata e polenta in piazza Monte Citorio con l’apoteosi di menti bisunti, schizzi di sugo, rutti e ghigni compiacenti che videro protagonisti i Bossi e i Maroni, i Polverini e gli Alemanno. Dita unte e grasse esposte davanti al tempio del potere legislativo: “annamo a magnà, ce n’è per tutti”, il messaggio per nulla nascosto. “Se magna”. E hanno magnato. Nel nome del federalismo e del decentramento, della modernità mediatica che si è auto-lobotomizzata per non vedere come in meno di 4 anni i bilanci della politica nelle Regioni si moltiplicassero a dismisura.

Modernità oleosa come una piastra per arrostire salsicce in una sagra di paese, come quelle che piacevano tanto al bulimico Fiorito. Che andava a tirare monetine a Craxi e poi si bonificava sui propri conti privati i soldi che sottraeva come fosse una moderna e distorta versione di Robin Hood ai bilanci già enormemente gonfiati e grondanti vergogna del suo gruppo consiliare.

Modernità che ha risucchiato tutti, non solo gli ingozzanti tifosi di Berlusconi. Tutti. Una modernità che vuole sangue e lacrime da coccodrillo da sparare in televisione e sui social network per assolvere la maggioranza del popolo della politica politicata da destra a sinistra e offrire i mostri più grotteschi dell’ubriacatura collettiva.

Modernità che si riduce in banalità di 160 caratteri e, per fare esempi comprensibili, slogan da accidi sindaci toscani che si autodefiniscono il nuovo, i censori, i rottamatori, per offrire una pappa di slogan e banalità ben impacchettati al pubblico per nascondere la fame non sazia di chi è stato marginalizzato dal tavolo del grande banchetto. Modernità che è inventarsi un movimento di plastica condito da banalità e controllo orwelliano affarucoli editoriali e piacionerie narcisistiche come quello delle Cinque stelle che appena si avvicina alla realtà si schianta sulla propria inconsistenza paranoide. Modernità che è il sistema informativo di questo paese che è passato dal vendere le penne a mettere in comodato gratuito le anime e i corpi del giornalismo italiano.

A vedere come stiamo andando alle prossime e sempre più sconcertanti elezioni politiche e alle tante elezioni amministrative regionali e locali che ci rovineranno addosso nei prossimi mesi non si può certo essere ottimisti. E ancor meno pensare che si stia prospettando chissà quale rivoluzione. Non confondiamo un presunto scatto d’orgoglio con un peto.

Dopo aver ascoltato la dichiarazione disarmante e disarmata (e profondamente minimalista) del ministro Cancellieri mi è tornato in mente un brano di Saramago, che sarebbe stata una perfetta surreale risposta a quella ministeriali parole: “Sì, signor ministro, il manicomio, E allora vada per il manicomio, Del resto, sotto tutti i punti di vista, è quello che presenta migliori condizioni, perché non solo è circondato da un muro per tutto il suo perimetro, ma ha anche il vantaggio di essere costituito da due ali, una da destinare ai ciechi propriamente detti, e un’altra ai sospetti, oltre a un corpo centrale che fungerà, per così dire, da terra-di-nessuno, attraverso cui coloro che siano diventati ciechi passeranno per andare a raggiungere coloro che lo erano già”.

E’ l’assenza di idee ancor prima di dignità che lascia disarmati. Come se la caduta del potere per l’abuso delle proprie prerogative alla fine non alimentasse il rinnovamento delle persone e del senso di comunità ma la continuità del potere stesso. Ormai il manicomio è perfettamente costruito. E perfettamente organizzato. L’unica speranza che rimane, per sabotare la perfezione del meccanismo, è che in questo momento di traballamento si inseriscano come spine nel monolite del potere persone che impediscano l’omogeneità del flusso di scambio e malaffare. Creando dei piccoli cortocircuiti che risveglino quel poco di sinistra che ha ancora senso chiamare tale in questo Paese. Microscopiche speranze. A volte, temo, solo illusioni senili.

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