Le deleghe pericolose (da I Siciliani – giovani numero settembre/ottobre)

di Pietro Orsatti – su I Siciliani/giovani www.isiciliani.it

Stiamo vivendo uno dei momenti più difficili della storia repubblicana. La crisi economica e finanziaria, l’implosione della credibilità del sistema politico, le tensioni sociali che non più modulate dalla politica e dalle idee rischiano di frantumare l’ipotesi stessa di paese e di società. Senza contare che mentre tutto il mondo occidentale sta cercando di reagire alla crisi del sistema attraverso la politica e le scelte che la politica impone, la nostra politica, schiantata da vent’anni di degenerazione diretta e indiretta grazie al berlusconismo, ha delegato il proprio ruolo ai “tecnici” nell’illusione che il mondo finanziario e imprenditoriale italiano fosse immune allo sfaldamento del concetto di democrazia diffusa e fosse una garanzia per la tenuta non solo economica ma anche sociale del Paese. Un’illusione, appunto. Con la recente “confessione” del premier di aver alimentato e assecondato la recessione volontariamente e senza che questa fosse una scelta condivisa dalla politica e, soprattutto, dagli italiani.
Ma l’anomalia italiana non è solo quella politica. E neanche quella “tecnica”. L’anomalia italiana, quella originaria – e che ha provocato tutte quelle conseguenze etiche, politiche e economiche che ci stanno strangolando – si chiama mafia. O meglio, il sistema mafioso. Che è molto più complesso e radicato e strutturale di quello che potrebbe apparire osservando solo la superficiale attualità delle “cinque mafie” (comprendendo anche il complesso sistema di alleanze “spurie” in atto nel Lazio e in particolare a Roma). E si tratta di un’anomalia così profondamente innestata nel DNA del nostro paese da confondersi e inquinare ogni aspetto del nostro vivere insieme.
A complicare questa situazione già estremamente grave e drammatica che sta attraversando il nostro Paese, in questi ultimi mesi è esploso anche il conflitto (oggi anche sancito da una decisione della Consulta) fra poteri dello Stato. Cioè fra magistratura inquirente e Presidenza della Repubblica in relazione alle intercettazioni indirette delle conversazioni telefoniche fra l’ex ministro e ex vicepresidente del CSM Nicola Mancino (indagato) e il presidente Napolitano (non indagato e intercettato indirettamente). Chi non si rende conto di quale potere distruttivo possa avere questo conflitto oggi davanti alla situazione che stiamo vivendo come Paese è come minimo un illuso. Inoltre l’inchiesta della procura di Palermo verte sulla trattativa fra Stato e Mafia negli anni ’92 e ’93. Gli anni delle stragi. Gli anni del “golpe invisibile”. Quindi il potere deflagrante di questo conflitto appare, in questo momento, perfino più devastante di quello che si potesse immaginare fino a poche settimane fa.
E’ mia opinione – e qui sto per inserire nel ragionamento un’altra e ancora più pericolosa componente dell’anomalia italiana – che gran parte questo conflitto (che esiste anche perché il potere legislativo non ha mai affrontato) sia stato strumentalizzato non solo in malafede (come hanno fatto alcuni esponenti politici e giornali legati a Berlusconi) ma anche in buona fede da chi giustamente da anni sta chiedendo “verità”. Verità su quelle stragi. Come se su quelle stragi del ’92/93 si concentrassero tutti i mali del rapporto fra Stato e mafia.
Magari fosse così!
Sarebbe molto più semplice e tranquillizzante che scoperchiato un pezzo delle relazioni fra Stato e mafia, quello delle trattative – ne parlo al plurale perché sono convinto che ce ne fu più di una contemporaneamente – si possa spezzare la pietra tombale di affari sporchi, svuotamento culturale, occupazione politica e economica e inquinamento istituzionale che in quel biennio venne posta sulla nostra testa. Ma non è così. Quello che si riuscirà a capire, e spero vivamente che ci si riesca, è cosa accadde in quei due anni, i reati commessi, le responsabilità collettive e soprattutto individuali dei protagonisti. Ed è questo a cui punta la magistratura. Che non agendo politicamente agisce su fatti e ipotesi di reato  precisi. Su azioni precise, e solo a quello. E’ il suo ruolo, quale siano i desiderata delle opposte tifoserie che oggi riempiono, spesso di fuffa, le pagine dei giornali.
Dopo Tangentopoli il nostro paese si è illuso che il ruolo dei processi potesse miracolosamente supplire al vuoto politico, al baratro etico e culturale e soprattutto all’assenza di memoria degli italiani. Ma come nel caso dell’attuale “delega” ai tecnici per uscire dal berlusconismo e dalla crisi, la delega alla magistratura vent’anni fa non solo non ha rinnovato la politica, ma non ha scalfito minimamente il sistema culturale deviato. I tribunali hanno fatto il loro dovere, ma non c’era nessuno a raccogliere i frutti di quel po’ di pulizia avviata dai pm milanesi. E il sistema deviato, rapidamente, ha occupato gli spazi rimasti vuoti e, imparando la lezione, ha ancor meglio blindato la propria tenuta. E i risultati sono davanti a tutti.
E la storia si ripete ciclicamente. E per capire sono costretto a fare un ragionamento controcorrente e che sono certo non mi attirerà molte simpatie visto l’argomento. Tornando all’inchiesta palermitana, rimango sconcertato a come la tifoseria pro procura abbia ingigantito enormemente non tanto il peso dell’inchiesta in corso, che è enorme visti gli argomenti di cui si tratta, ma il ruolo salvifico delle persone che quella inchiesta la conducono. Come se ci fosse la necessità di riversare sulle persone e non sui ruoli un’attesa che andasse ben oltre la definizione precisa proprio dei ruoli che queste persone ricoprono. Per affetto, fiducia, speranza e rispetto, certo. Ma con risultati estremamente pericolosi. I magistrati si sono trovati sovraesposti e caricati di responsabilità (politiche) e attese (quasi messianiche) che  non corrispondono ne alle loro persone ne al loro ruolo istituzionale.
Anche qui si è delegato. Ci si è aggrappati a illusioni, non ultima quella di credere in maniera acritica alle dichiarazioni tutte di un personaggio come Massimo Ciancimino proprio mentre si stava cercando da parte della magistratura di capire l’attendibilità di quelle dichiarazioni e la rilevanza del teste. Forzando dichiarazioni e parole degli stessi Pm in maniera del tutto strumentale alle proprie tesi. Tesi, badate bene, comprensibili e condivisibili, ma in quanto tesi non verità precostituite. E indiscutibili.
Mi si dirà, in risposta, che anche Paolo Borsellino parlava esplicitamente del “tifo” che bisognava fare per i magistrati. Si era nel periodo dello smantellamento sistematico del pool palermitano, dei “corvi”, dell’attentato dell’Addaura e che ci fosse la necessità di un grande moto di vicinanza e di solidarietà verso quei giudici istruttori e procuratori che avevano messo in piedi il maxi processo a Cosa nostra e in quel periodo sotto attacco non solo mafioso era evidente. Altro è disegnare un’aspettativa di cambiamento e poi cercarne conferma, anche quando smentiti, accollandola a chi faticosamente cerca di trovare una verità come la magistratura palermitana oggi.
Quando si delega e ci si aggrappa alla “fede” precostituita per supplire a un vuoto il rischio è quello di creare obiettivi e, ancora peggio, vuoti di potere e di controlli in cui il sistema deviato che dal 1943 a oggi ha inquinato la vita del nostro paese si possa riprodurre e occultare. Le responsabilità, nella vita, nella politica come davanti alla legge sono sempre personali.

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