Vivere, scrivere, assolversi. Riflessioni di fine estate

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Vivere. Di frammenti, certo, ma vivere. Non è il meglio che si possa sperare di avere, ma questo passa il convento. Bisogna accontentarsi. Può bastare?
Oggi mi sono trovato a dire una cosa che mai e poi mai pensavo di poter farmi uscire dalla bocca. Quasi un tradimento, rinnegare il proprio passato. “Già è così difficile affrontare se stessi, il proprio disagio, i problemi enormi di ogni giorno, la propria solitudine. Non vorrei sapere nulla. Non vorrei avere strumenti, abitudine, mestiere e accesso a dati, numeri, fatti, collegamenti. Non voglio sapere. Vorrei lasciarmi un’ipotesi di illusione. La possibilità nell’ignorare di aggrapparmi a una scintilla di ottimismo”.
Si, non vorrei aver letto, visto, indagato. Non vorrei aver scritto, viaggiato, conosciuto. Non vorrei avere memoria, curiosità e testardaggine. Perché se leggo, e purtroppo leggo, quello che avviene ogni giorno attorno a me (a noi) rimango esterrefatto nel vedere con quale chiarezza si sta progressivamente cancellando etica e struttura sociale, umanità e desiderio, appartenenze e cultura.
Pensavo che sapere – e poi raccontare – mi rendesse immune. Mi ponesse in un luogo sicuro. Sapevo che non era così, ma è comodo, molto comodo, celarsi dietro un personaggio. Questo vale sia sul piano personale che sul ruolo che in un modo o nell’altro mi sono trovato a vivere.

Non che ignorassi l’inganno, e ancor meno che la presunzione di avere un ruolo anche se astratto mi assolvesse dall’essere parte del gioco. Ma ora diventa tutto più desolatamente chiaro.
Non riesco a separare personale e politico. Oggi. Anche perché ogni mio atto e percorso politico e nato, maturato e diventato azione concreta all’interno di miei bisogni materiali, emotivi e psicologici ancor prima che ideologici.
“Raccontare gli altri senza mai raccontare se stessi”. Ma non per senso di servizio. Era ed è un ottimo modo per stordirsi, anestetizzarsi. Per questo non mi illudo, ora che inizio a capirci qualcosa di me e del perché per più di 25 anni ho scritto. So di avere delle colpe enormi, per sottrazione, verso me stesso prima di tutto e poi verso chi mi è stato accanto volendomi bene. Non che solo il sapere e raccontare fosse il mio unico atto di fuga. Anzi, a volte non è andata stato e forse è stata una delle poche cose che mi ha consentito di arrivare alla soglia dei 50 anni. Forse mi illudo ancora, ma non posso buttare via tutto quello che sono stato. Ma oggi diventa intollerabile la consapevolezza di aver raccontato per una vita di guerre, mafia, malaffare, tragedie, lotte e speranze altrui pur di non raccontare me stesso, pur di non mostrare me stesso e le mie ferite, le mie paure. Quello che sono davvero.
Oggi timidamente inizio a farlo. In poche cose che scrivo da qualche mese, in quell’ora che dedico una volta alla settimana solo a me stesso. Nel dire qualcosa di quello che ha segnato la mia vita alle persone a cui tengo.
E non vorrei sapere. Vorrei essere inerme. Senza strumenti per capire, analizzare. Vorrei non conoscere le parole giuste, aver letto i libri giusti, parlato con le persone giuste.
Sono uno che scrive. E non mi basta. È contemporaneamente troppo e niente. Perché i piccoli meschini desideri che rendono l’umanità tollerabile sono l’unica cosa che vorrei riuscire a vivermi. Non il grande racconto. Non il bello stile. Non lo stupore trasformato in abitudine di sapere come raccontare una storia. Vorrei che il desiderio fosse solo quello che è. Motore per altro, per un futuro, per un gesto, una risata.
Sto progressivamente abbandonando quello che è stato il mio mestiere (e troppo spesso la mia illusoria identità) per una vita. Costretto da quello che è diventata in questi anni l’industria dell’informazione ma anche per personalissima scelta. E provo sollievo.
Si amico mio, per me scrivere è come respirare. Mi tiene in vita. Ma non più solo quello. Anche se la lingua continuerà a battere sul tamburo.

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