“Nuddu”, quel libro che non doveva essere scritto e proprio per questo è stato scritto

Un anno e mezzo di gestazione, sei mesi di preparazione. Innumerevoli versioni, tre volte respinto dagli editori e poi ripresentato ancora. Dove nasce la figura di Francesco Felice, il protagonista di Italian Tabloid. Questo è stato il percorso di lavoro per la scrittura di Nuddu, quello che è stato il mio primo romanzo ma non il primo ad essere pubblicato. Ora, ed è notizia di queste ore, il lavoro uscirà in libreria (questa volta non un eBook, non  subito almeno). Nelle prossime settimane, appena chiuse bozze, copertina, scheda per la stampa e gli ultimi dettagli contrattuali, fornirò informazioni più dettagliate.

Si tratta del libro che sento più mio, di quello che mi è costato più fatica, dolore, concentrazione. Un libro terribile. Che non è solo un “noire”, non solo un giallo, ma che racconta una città, una generazione, un intero mondo e svela incubi non narrabili. Senza pietà alcuna verso il protagonista, l’autore e chi lo leggerà.

Intanto vi lascio un brano del primo capitolo

 

Non riusciva a pensare con lucidità. Era stanco, affamato e nervoso. Troppo lavoro senza nessun piacere o soddisfazione, e poi a fine giornata – colpo di grazia – la presentazione di un libro a cui era andato senza voglia e con ancora meno voglia si era sentito obbligato a intervenire. Non per interesse o per piacere. L’autore, un suo collega, non lo avrebbe perdonato di uno sgarbo simile. Poche parole, dette senza nessun entusiasmo. E il mal di testa che cresceva a ogni virgola sospesa in aria, a ogni condizionale faticosamente rintracciato nella memoria.

 

Poi, dopo, il deserto di una città che, incupita, da anni si era svuotata di vita. Poca gente, poche luci a indicare un luogo aperto dove fermarsi a mangiare o a bere una cosa. Viali senza gioia. Guidava da troppo cercando un tabaccaio aperto. Le strade, come sempre più  spesso gli accadeva, sembravano respingerlo. Non si sentiva riconosciuto dal luogo dove era cresciuto, si era fatto uomo.

 

 

 

Una storia  d’amore lunga una vita intera. Vissuta, perduta, e poi ritrovata più volte.Un volto che mi segue da sempre. Un nome che mi viene alla bocca con facilità. Leggero e dalsaporebuono. Anchenell’assenza. Ancheneldoloredellaperdita.Passidafare, cose da dire, il tentativo, frustrato da me stesso fin troppe volte, di farmi capire. Capire cosa mi è accaduto, la ragione che sta dietro a questo mio doppio piano, a questa vita sdoppiata. Capire il dolore, dargli una voce, e poi un nome e descriverlo. Questo non ho mai avuto la forza di fare in tutto questo tempo. ora ne pago prezzo. In questa città che m’è diventata, senza che me ne accorgessi, estranea.

 

 

 

Alla fine rinunciò. Sentiva la rigidità della schiena farsi incendio. Un dolore sordo che gli impediva di pensare. Poche cose, davvero, nella testa. E una canzone. Un frammento di memoria di quando, ragazzo, teneva alto il volume della sua vita. Si fermò a un bar gestito da una famiglia marocchina e prese una birra. Si mise a bere con calma, appoggiato al bancone, guardando la strada fuori di sbieco. Una strada deserta anche se era passata la mezzanotte da poco.

 

Roma non era più riconoscibile. Persa. Quel senso di città che aveva amato, disperatamente, alla fine degli anni di piombo, quando i romani si erano riprese le strade e le piazze e la notte per vincere la paura. Quel senso di tragedia che aveva attraversato l’intera  società italiana cancellato da persone che si riprendevano i loro luoghi, la loro memoria collettiva. Era ragazzo, e la città era la prima conquista riconoscibile e a portata di mano e ne aveva approfittato. Con tutta la voglia che si può avere a neanche vent’anni.

 

Lei l’aveva conosciuta qualche anno dopo, quando già le prime sconfitte, pesanti, lo avevano iniziato a piegare e gli avevano segnato la vita riaprendo le ferite che a fatica era riuscito, vivendo, a far rimarginare. O almeno credeva di esserci riuscito.

 

Finì di bere e si avviò per andare a casa. Per svenire, non addormentarsi. Così sarebbe andata. Crollava la notte, da mesi, di colpo. Senza sogni e pensieri. Apparenti. Ma svegliandosi la mattina, poi, con il senso di nuove ferite che il sonno gli aveva aperto nella carne. Salì in macchina e riprese a guidare.

 

E poi quella canzone. E quel verso. “My God!…What have I done?”. “Mio dio!… Cos’ho fatto?”.

 

(…)

“Non esisti. Questa notte spegniti”. E si mise a cercare un parcheggio.

 

Ma non era in grado di smettere di pensare. Da qualche mese ormai non riusciva a fare altro che a pensare a un modo per fra crollare le mura del suo castello. Ma non lo trovava. Si accese una sigaretta e un piccolo frammento di brace cadde sulla camicia formando subito un forellino, bordato di scuro, nel tessuto. Imprecò spazzando via la brace con una mano e rischiando di andare a urtare una macchina parcheggiata malamente in doppia fila. Frenò. Tremava.

 

Sentiva che stava per succedere qualcosa. Qualcosa che non dipendeva più da lui, ma che lo avrebbe travolto come mai null’altro era riuscito a fare in tutta la sua vita. Non sapeva se nel bene o nel male. Sapeva che sarebbe stato spazzato via. In un modo o in un altro. Spazzato via come quella piccola brace che gli aveva rovinato la camicia. “My God!…What have I done?”.

Era una notte di aprile, in una ex periferia romana. Quartiere popolare ora diventato residenziale. Viale alberato, cortili e giardini a creare aria fra palazzi ocra. Era una notte d’aprile, e si sentiva appena aria di primavera segnare il tempo di quello che stava per accadere.

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