Un frammento in dono de “Il Lampo Verde” #ebook

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Eccolo li, il cancello. Allora devi prendere la salita su fino in cima al colle. Il colle non c’è ma c’è sempre di mezzo. E c’è lì in pizzo al colle di mezzo l’ultimo cancello. Un cancello piccolo e mezzo scardinato ora, ma allora era immenso e irraggiungibile come le porte di Persepoli. Mica si scherza a otto anni con delle robe del genere. A otto anni si è persone serie, c’è tutto il tempo, poi, per diventare dei coglioni.

Lo passi e scendi giù fino all’ultima casa di cortina anni settanta che più cortina non si può. Vetri! Smerigliati ai terrazzi. Sali. Con lo sguardo fino al quarto piano. All’angolo, sulla sinistra il mio balcone. Il mio regno, la tolda del galeone, il Belvedere sulla valle popolata di feroci selvaggi. Ecco. Questa roba qui bisogna memorizzarla bene, delimitarla con il nastro rosso e bianco con cui si circonda attenti la scena del crimine.

Colle, cancello, discesa, giardino, rete bucata. Chi sta prendendo appunti? Bene. Bravo. Attento e segna tutto nell’ordine. Colle, cancello, discesa, rete bucata, E poi. Balcone al quarto piano all’angolo della palazzina in cortina che più cortina non si può.

Al piano di sotto ci abitava Furfaro e famiglia. Furfaro era un calabrese con la coppola… Non ridete, non è un cliché lombrosiano. Qui non si scherza si fa scienza. Insomma Furfaro era sempre incazzato e ubriaco e non salutava nessuno neanche la sua ombra. Mia nonna in dialetto diceva che era un diavolo e a dire il vero gli mancavano solo le corna e la coda con la punta per essere sputato al socio di Mephisto nell’albo a colori di Tex quello com El Morisco. Segna segna, è roba importante questa. El Morisco. Maphisto. E quelle palline verdi che i cattivi le sparavano con la cerbottana e se ti pigliavano in un secondo eri secco, nel senso che eri secco come una mummia azteca secca secca. Pure una mummia di cavallo c’era in quell’albo. Il cavallo di Kit Carson.

E quindi il Furfaro con la coppola aveva un figlio con i problemi che erano tanto problematici che una notte vennero i carabinieri e la polizia e i vigili del fuoco e per poco non fini ad accettate ma non mancarono pugni, calci e pure una mezza coltellata, tanto per non farci mancare niente.

Che notte quella notte diceva Fred Buscaglione nel disco preferito di papà. E fu una notte così che Furfaro con la coppola, il figlio con i problemi problematici e la signora Furfaro che nessuno aveva mai visto ma, scoprimmo quella notte dagli strilli che faceva dalla finestra della cucina, esisteva… Insomma i Furfaro invisibili, con la coppola e con i problemi quella sera sparirono. La mattina dopo non c’erano più.

E il Furfaro calabrese che beveva con la coppola e era sempre incazzato e sembrava un diavolo senza le corna e la coda a punta da quel momento si trasformò nella leggenda del colle di colle di mezzo.

Lui con la sua coppola e il suo fiato che sapeva di vino scadente e la sua eterna incazzatura sparirono lasciando a noi, ragazzini a cavalcioni di lampi colorati, l’epopea del delitto e del terrore. Dell’uomo nero che più nero non si può. Aveva il fisico, Furfaro, per diventare mito. Aveva storia, faccia e cattivo carattere.

Mio padre. che invece era alto, bello, simpatico e piaceva alle donne anche se era sembre ubriaco e incazzato nero, no. Lui non sparì.

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