Beni confiscati. La lotta per strappare alle mafie i simboli del potere. Su Rassegna sindacale

di Pietro Orsatti

Pubblicato su Rassegna Sindacale numero 15 – 10/16 maggio 2012

Le mafie hanno due obiettivi principali: accumulare denaro e beni e attraverso questi testimoniare il proprio potere. E i beni hanno un valore ben maggiore di quello strettamente economico perché assumono un carattere simbolico fondamentale per l’identità mafiosa. Dovunque vai è sempre così. Che sia la villa di Sandokan a Casal di Principe come le terre di Brusca a due passi da Piana degli Albanesi, che sia l’edificio – o l’antico caffé – al centro di Roma come l’albergo nel milanese. Non si tratta solo di un investimento patrimoniale o di una attività di riciclo di denaro sporco, ma della necessità simbolica di segnare la propria presenza e la propria forza in un determinato territorio. Che sia quello di origine o quello di conquista e espansione. “Io ci sono e su questo territorio comando io e faccio quello che mi pare”, questo dicono le mafie acquisendo immobili, beni, attività.

Facciamo un esempio. Quello delle stalle dei Fardazza. Così, con questo soprannome,  viene chiamata la famiglia di Cosa nostra dei Vitale che ha controllato il mandamento di Partinico in provincia di Palermo per decenni. Gente, i Fardazza, che hanno avuto un ruolo anche nelle stragi del ’92 e un peso fondamentale negli equilibri fra le famiglie del palermitano e quelle del trapanese. I Vitale, per generazioni, hanno avuto l’ossessione delle vacche. Per loro le vacche, e le stalle illecite e non, sono segno di potere in un territorio con antica tradizione agricola. E quando lo Stato ha iniziato a colpirli confiscando le stalle sono letteralmente impazziti. Non sapendo più come fare sui propri terreni, viste le confische e gli arresti che avevano tolto di mezzo due terzi degli uomini del clan, hanno iniziato a costruire stalle abusive su terreni di altri, condiscendenti o minacciati. Con centinaia di vacche che si spostavano da una parte all’altra della valle dello Jato. Si è ucciso per quelle vacche. E si è tentato di uccidere, come nel caso di Pino Maniaci, direttore della locale TeleJato, che dell’individuazione di queste stalle aveva fatto un punto di onore. Quando i giovani rampolli dei boss carcerati hanno ceduto trasferendo le vacche in altre zone, per intercessione perfino della famiglia Riina, il loro potere simbolico è crollato e il mandamento è diventato terra di conquista.

Tocca i patrimoni, confisca beni, attività e immobili alla mafia, e la criminalità organizzata perderà consenso, potere e peso contrattuale. Questo aveva capito molto bene Pio La Torre, tornando nella sua Sicilia come segretario regionale del Pci dopo un periodo passato in parlamento – memorabile la relazione di minoranza della Commissione Antimafia del 1976 a sua firma – si rese immediatamente conto che proprio su questo aspetto era necessario colpire la mafia. Togliere i beni ma soprattutto sottrarre i simboli materiali del potere mafioso.

La legge Rognoni – La Torre contiene un concetto fondamentale, prettamente politico, che la mafia non può accettare. Il riuso – o restituzione – sociale dei beni. Quello che è sottratto la società si riprende. Non la politica, non le casse dello Stato. La società, il territorio, le forze positive che attorno al riuso sociale si coagulano. Questo rende rivoluzionaria questa  legge. Perché non è semplicemente repressiva. Si va oltre alla definizione “antimafia”. La Torre faceva politica. La legge che porta il suo nome è un grande contributo politico alla società.

Facciamo un esempio di cosa possa innescare in un territorio infiltrato – o meglio, colonizzato – dalle mafie. Quello della Cascina Caccia a San Sebastiano da Po in Piemonte. Assegnata al Gruppo Abele e gestita anche in collaborazione con Acmos e Libera, è stata dedicata alla figura di Bruno Caccia, procuratore a Torino e ucciso dalla mafia nel 1984. Il bene era proprietà di Domenico Belfiore capo della famiglia che uccise il magistrato. Il valore simbolico, se fosse necessario evidenziarlo, è chiarissimo. Se poi in questa cascina si fa lavoro, si producono prodotti agricoli, si fa formazione, innovazione sul piano ambientale, perfino arte, il gioco è fatto. Economia sociale e soldidale. Che è l’unica risposta che uno Stato serio può dare alla cultura mafiosa. E la Cascina prospera, lancia nuovi progetti, diventa punto di aggregazione e informazione fondamentale in un territorio come quello del Nord Italia che sta diventando sempre più obiettivo delle mafie non solo per investire e riciclare il denaro sporco, ma anche per trasferire la propria presenza e la propria feroce cultura del potere inquinando imprese, istituzioni e politica. Quelli della Cascina Caccia sono molto chiari nel definire obiettivi. “Cascina Caccia non appartiene più a una famiglia mafiosa, ma appartiene a noi cittadini, che siamo chiamati responsabilmente a sentirla ‘cosa nostra’”.

C’è un libro del 1962 (“Mafia e politica”, di Michele Pantaleone, Einaudi) che molti politici moderni dovrebbero leggere. E soprattutto ex ministri quali Roberto Maroni e in particolare Angelino Alfano, che hanno partorito il nuovo Codice Antimafia entrato in vigore nell’ottobre scorso. Cinquanta anni fa Pantaleone individuava perfettamente i meccanismi anche simbolici del potere mafioso e le relazioni con la politica e le imprese. Ma non lo hanno letto quel libro i politici del terzo millennio o se lo hanno fatto lo hanno bellamente ignorato. Perché nel nuovo Codice Antimafia, testo affrettato, forzato e imposto dall’ex Guardasigilli prima di divenire segretario del Pdl, viene dato un colpo mortale all’impianto e all’efficacia della legge La Torre sui Beni confiscati.

E’ evidente la forzatura fatta dal governo Berlusconi nell’iter di approvazione, visto che ha totalmente ignorato le 66 osservazioni critiche formulate dalla Commissione giustizia del Parlamento. Risultato? Attraverso una serie di cavilli e imprecisioni tecniche o dall’entrata in vigore del codice si sono congelate buona parte delle confische in iter. Facendo un esempio, fra tanti, si obbliga l’autorità giudiziaria a confiscare i beni entro due anni e mezzo dall’avvio del procedimento, e nel caso in cui il termine venga superato, cosa che accadrebbe puntualmente per beni di grande rilevanza visto che solo una perizia dura in media due anni, Alfano prevede che si debba restituire il bene al mafioso, impedendone di fatto per sempre la confisca. Inoltre la neonata Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati si troverà nei prossimi mesi a farsi carico di 11 mila casi con un organico di 30 persone e senza risorse economiche. E ancora irrisolto il ruolo delle banche che mettono una serie di vincoli e intralci sia nei sequestri che nella gestione operativa post confisca di aziende visto che la maggior parte dei beni mafiosi (sarà un caso?) hanno una bella ipoteca sul groppone.

Senza poi parlare di chi lavora in un’azienda che viene sottoposta a sequestro. In pratica si costringe con il nuovo codice i magistrati a una scelta: restituire i beni che non si è riusciti a confiscare nei 30 mesi previsti, oppure mettere in liquidazione le grandi aziende, chiudendole e licenziando gli impiegati. Come dire a chi mafioso non è “con la mafia si lavora con la legalità no”. Ed è proprio su questo aspetto che la Fillea Cgil ha promosso un appello pubblico e proposte una serie di modifiche che tutelino i lavoratori anche attraverso ammortizzatori sociali finanziati grazie al riuso e garantiscano sviluppo economico e sociale. Perché i beni confiscati siano risorsa e luogo di buon lavoro.

 

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Alcuni dati sui beni e le aziende confiscate alla mafia 

Secondo i dati dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alle mafie sono 12.064 gli immobili, i terreni e le aziende sottratte alla criminalità organizzata in Italia. I dati, aggiornati al primo marzo 2012, confermano una netta superiorità dei beni confiscati nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa: Sicilia, Campania, Calabria e Puglia da sole ospitano l’80% dei beni. È possibile trovare beni confiscati in tutte le regioni d’Italia, a esclusione di Valle d’Aosta e Umbria. Di sempre maggiore rilevanza è la presenza di beni confiscati, soprattutto aziende, in Lombardia, Piemonte, Emilia e Lazio. Sui 3.364 beni che l’Agenzia ha attualmente in gestione, gli altri 8.700 sono stati destinati a finalità sociali o istituzionali, 2.178 sono gravati da ipoteca bancaria; dunque il 60% dei beni, ad oggi, è inutilizzabile. Singolare è il caso delle aziende: sono circa 1.537 con un aumento del 10% rispetto al 2010. Tra i settori più inquinati spicca il terziario, che vanta il triste primato del maggior numero di aziende confiscate (più del 50%), a seguire il settore edile (27%) e quello agricolo e alimentare (8%). A complicare il quadro c’è il dato sulla distribuzione territoriale delle aziende confiscate: più di una su due è collocata tra Sicilia (37%) e Campania (20%), a seguire la Lombardia (13%), Calabria (9%), Puglia (7,7%) e Lazio (7,6%). Secondo una recente audizione parlamentare del direttore dell’Agenzia, il prefetto Caruso, circa il 90% delle aziende è destinato al fallimento. L’Agenzia nazionale, però, non è in grado di fornire il numero dei lavoratori e delle lavoratrici che dopo il fallimento di queste aziende hanno perso il lavoro. Secondo la Cgil non sarebbero meno di 30.000 persone dall’82 fino ai giorni nostri.

Fonte: Cgil

 

 

 

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