Apro la mano e il tuo nome è libero. Pensando a come scrivere una nuova storia

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Ci sono molti modi per raccontare una storia. Prenderla di petto, direttamente. Oppure cercare uno spiraglio sbieco, apparentemente non inerente, e portare il lettore, e se stessi, a incontrare il centro della vicenda narrata come se si trattasse di un fatto accidentale. Una pura casualità. Come avrebbe detto Antonio Tabucchi, un piccolo equivoco senza importanza.

Ci sono molti modi di vivere. Ognuno ha il suo, se ha fortuna.

Ci sono molti modi di amare, ce n’è solo uno che mi fa sentire vivo e intero e perduto.

***

Un respiro.

Un’alba in un piazzale lurido, due tir parcheggiati nella guazza, l’antenna di un ripetitore a indicare il cielo.

Sto. Fermo, non respiro, attendo che passi la vertigine, la fitta di dolore che mi sembra squarciare la schiena. Sto. Solo le mie mani e i miei occhi si muovono, di frazioni impercettibili. Sto. Qui in questo posto, nella penombra. Non penso se non al prossimo respiro, che sia silenzioso ma profondo. Ho bisogno di tutta l’aria che possano contenere i miei polmoni. Aspetterò il giorno. In silenzio. Il battito delle parole attraversa solo le mie ossa, come è sempre stato. Sto. Bene e male, disperato e sollevato. Sto. In un momento e uno stato che non avrei mai pensato di attraversare. Di questi vuoti, di questo deserto, non ne avevo proprio idea dell’esistenza. Sto. Aspetto. È notte. Di piaggia e di vento. Quieti. Persistenti. Qualcuno li troverebbe perfino rassicuranti.

Avanza, la luce. Piano. Da un angolo della finestra sale fino a raggiungere il muro e poi il soffitto per poi sparire, sfumando, verso la porta chiusa della stanza. I fari di un’automobile, persone che escono di casa anche se è ancora notta. Io invece immobile, seduto su una brandina in una scatola di metallo. Odore di chiuso. Di tabacco seccato nella busta che rigonfia il taschino della camicia.

Un gesto, istintivo. Spezzo l’immobilità per portarmi una mano al volto e accarezzarmi la fronte. Poi la nuca e il collo. Un movimento. Normale. Un gesto mio. Sono vivo.

***

La generazione di mezzo

La differenza fa paura. I frammenti che messi in fila fanno una persona, i giorni che si allungano alle spalle diventando tempo e poi, sfumando, ricordi. Appunti presi velocemente e poi dimenticati, stropicciati, sul fondo di una borsa. “Questa è la danza del tuo cambiamento”. Questo è il gioco che ti rimane da giocare. Terribile e semplice come un temporale sul mare. La differenza fra vivere e non vivere.
Senza passato, perché il passato ti ha strappato un pezzo di vita. Senza passato, perché il passato te lo sei negato. E ora balli sul filo del precipizio, passo avanti, uno di lato. Ricordando, una piega della memoria che ti eri scordato di avere, il ritmo sincopato della vita, la melodia della ripetizione ossessiva dei tuoi bisogno e dei tuoi desideri.
Questa generazione. Cresciuta con la certezza del dolore. Prodotti in serie di una cultura in cui i figli erano, e troppo spesso sono, una proprietà e il dolore una necessità. Una generazione che ha conosciuto la negazione del proprio corpo e dei propri sogni. Dove il dovere era solo obbedienza. Quale fosse l’ordine, quali fossero le conseguenze. Fisiche troppo spesso. Emotive sempre, profonde, nascoste. Metastasi di dolore mai rimosse e mai dimenticate. Un giorno che non arriva.

***

Sono qui, con tutto quello che rimane di me mischiato con l’inchiostro di una penna. Un foglio che non è mai stato bianco, ecco cosa sono. Un foglio usato e riusato ancora. Da me, dalla mia storia, dal mio passato e da questo presente. Qui. Me lo ricordo quando era diverso? Ora sento solo il sapore delle tue labbra, il salato delle tue lacrime, il brivido di una tua risata. E tutta la pelle e tutti i sogni che sia possibile immaginare. Ora, notte, e la paura che venga giorno. Io qui a tracciare parole sul cuscino con il sangue e l’inchiostro della mia storia. Tu abbracciata al tuo dolore stratificato e al terrore di muovere un passo per non risvegliarlo, quel dolore. Come se ora non ci fosse. Mentre c’è nascosto dietro ogni piega del tuo sorriso. È li, e non se ne va.
C’è stato un tempo del dolore. C’é ancora la paura di soffrire che si mischia al sudore. Anche ora che il respiro si trasforma in sonno. C’è stato un tempo in cui l’unica cosa che contasse davvero era tenere tutto distante, separato, nascosto. Ora non c’è più nulla, oltre all’inevitabilità dei ricordi. I miei, i tuoi.
Poi arriva il sole, la fretta di arrivare dovunque ti porti, oggi, vivere.

***

Una mano che scorre piano sulla pelle seguendo il contorno delle cicatrici, di quelle visibili, di quelle che sono andate più a fondo senza lasciare segno apparente, macchia. Oggi c’è il sole, amore mio. E un’enormità di vita che scorre nonostante tutto, nonostante noi, per le strade di questa città che si è venduta l’anima per un’illusione di grandezza che non c’è. Di questa città che non ci riconosce. Che non accetta quelli che, dopo tante omissioni, menzogne, tentativi di occultare, hanno deciso di dare senso, voce e nome al dolore. E alla pace. E al desiderio. E alla speranza. Anche se piccola, distante, nascosta da così tanti strati di vita.
Oggi c’è il sole, amore mio. E le cose da prendere come arrivano. Cose che sorprendentemente hanno un sapore buono, di cose vere, solide, piccole e soprattutto nostre. Non c’è bisogno di dargli un nome, un’etichetta, a quello che verrà. Non c’è bisogno di definire, tracciare, confinare. Ogni cosa che arriva è una novità in questo deserto. Ogni urgenza e bisogno perde senso, e peso, davanti a quello che è. Ora. In questa mattina di sole, con la propria stona nello zaino che pesa ma rimane confinata nella memoria senza togliere luce. Lo sappiamo quello che è successo. Lo sappiamo cosa ci è costato. Sappiamo perfino cosa ci costa ogni giorno viverci, tirare avanti, fare i conti con la propria età e con le tante occasioni perdute. Ma oggi c’è il sole e l’odore d’inverno è lontano. Io conosco il tuo nome, lo tengo stretto nella mano come una pietra colorata raccolta sulla spiaggia. Conosco storia, sorriso, presente e sogno. Non importa. La vita ci darà quello che potrà se vorremo viverla. Apro la mano e il tuo nome è libero. Di volare via o di rimanere poggiato, quieto, sul palmo.

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