Le guerre dell’eroina. Oggi a Roma? Come iniziò quella a Palermo

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L’eroina che ritorna nella Capitale e scoppia una guerra di mafie. E la vecchia guerra di mafia per il controllo del mercato mondiale dell’eroina negli anni ’70 e ’80 (e ancora prima nei primi ’60) che costruì il potere mafioso. Nelle bozze di Italian Tabloid, di Pietro Orsatti, romanzo in revisione di bozze.

“E secondo lei cosa fu la riunione dell’Hotel des Palmes se non politica? Come avrebbe detto la stampa comunista dell’epoca? Ah, si. Politica atlantica. La politica è il primo momento di sintesi reale dei soldi. Prima lei ha citato quel passaggio delle mie dichiarazioni che descrivevano come esclusi i trapanesi. Se formalmente era così, non lo era in termini reali. Perché Trapani, le ripeto ora e continuerò a ripeterglielo sempre, contava. Tanto. Era quasi un mondo a parte Trapani. Anzi, da quello che so lo è tuttora. Dove più poteri e modi e regole si concentrano in un unico oggetto, quasi a garanzia non solo di Cosa nostra ma anche di altre mafie, come è successo dopo qualche anno con la Santa, l’evoluzione moderna della ‘ndrangheta calabrese, che vedeva in Trapani, e nella massoneria trapanese, quasi una sua pietra fondativa”.

Apriva nuovi scenari. Ancora una volta. Descriveva Trapani, o meglio Castellammare del Golfo che sia negli Stati Uniti che in Sicilia rappresentava, all’epoca, il traffico di eroina grazie anche ai rapporti preferenziali con Lucky Luciano, e la forza delle famiglie e dei poteri trapanesi, per distogliere la mia attenzione da altro? Era lì, sulla sua sedia in giardino, il vapore del fiato che si faceva mantice mentre incalzava, tranquillo ma deciso, pronto, a dare la sua versione. A darmi la sua verità. Intuivo che non pretendeva di impormi la sua di verità. Il suo gioco era una altro. Mi ci voleva portare dentro la sua verità. E io, in un modo o nell’altro, se fosse stato possibile, dovevo tenermi distante, dovevo non cedere al mio bisogno di trovare soluzione alla mia ossessione. 

Ripresi, da dove ci eravamo fermati. Senza cercare di indagare su quella presunta esclusione dei trapanesi. Lui mi voleva portare lì, io invece volevo altro. Anche io avevo una mia strategia.

“Quindi ci fu il vertice, come era stato già descritto dalla commissione Antimafia del 1976, la stessa che mi ha citato ieri lei?”.

“Certo, come c’è stato a conclusione il pranzo da Spanò. E si parlò dell’organizzazione di Cosa nostra siciliana, di creare una commissione sul modello di quella ‘inventata’ da Lucky Luciano per i cugini americani, e di come prepararsi a prendersi dai marsigliesi, assorbendoli di fatto nella nostra organizzazione, tutto il business del futuro: l’eroina”.

“E?”.

“E a chi potesse servire, politicamente, quel business. In particolare in chiave internazionale”.

“Il contrasto al comunismo”.

“I soldi per contrastarlo. In Italia e fuori dall’Italia. Soldi per la stampa, per la propaganda, per la pressione finanziaria. E non solo. Soldi, e tanti, per la politica e gli affari. E ancora, sul piano internazionale, soldi per le armi, per le operazioni coperte, per la struttura”.

“In che chiave lei era presente al vertice? Solo logista di La Barbera o anche altro?”.

“Anche altro”.

“La Cia?”.

Sbuffò, il mio maestro di mafia e di sangue e di business criminale. Non la volevo proprio imparare la lezione. “Come è riduttivo. La Cia, i servizi italiani, politici, pezzi della Dc, industriali, banche, finanzieri. Mica c’era solo la Cia ad avere interesse che quel business partisse e fosse centralizzato e ‘politicamente omogeneo’ con certe scelte strategiche a livello internazionale”.

“E lei era l’uomo del ‘politicamente omogeneo’?”.

“Io ero un osservatore. Di più parti. Osservatore perché le decisioni vennero prese sia dalla Cosa nostra americana che da quella siciliana in totale autonomia, sia perché non avevo il ‘rango’ di essere altro”.

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