Il lampo verde. Lavori In corso per un ebook (forse) o un pezzo di teatro (magari) o tutti e due

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– Lei chi è?
– Sono quello che scrive.
– Ah! La stavamo aspettando, signore che scrive. A dire il vero è un po’ in ritardo…
– Mi dispiace…
-… In ritardo di almeno dieci anni.
– Lo so, lo so. Ma vede, ci sono stati degli impedimenti, fatti gravissimi…
– Non mi deve spiegare nulla. L’importante è che sia arrivato. È il benvenuto.
– Grazie.
– Si figuri. E ora, signore che scrive, le vorrei fare qualche domanda anche per conoscerci meglio.
– Certo. Prego.

– Bene, signore che scrive, iniziamo da qui, Perché scrive?
– Come perché scrivo? Visto che sono quello che scrive è ovvio che scriva. Ma che domanda è?
– Una domanda. Non si innervosisca subito. Siamo dalla stesso lato della barricata, non crede? Si rilassi. Intendevo la ragione per cui ha iniziato a scrivere.
– Non so. Ho cominciato a scrivere da bambino. Scrivere storie, intendo. Insomma a un certo punto… È successo così. A un certo punto ho preso una matita, di quelle blu e rosse, ho fatto per bene la punta poi ho preso un quaderno, quello con Cocco Bill sulla copertina… Se li ricorda? E insomma ho iniziato a scrivere?
– Sicuro?
– Proprio sicuro sicuro no. Ma a pensarci bene… No, non è andata cosi. Credo… Insomma ho la sensazione… Si, credo di aver iniziato a scrivere perché soffro da anni, da sempre, di un disturbo della sfera affettiva.
– Non le se sembra di essere un po’ drastico? E poi. Quella definizione, disturbo della sfera affettiva, dove l’è andata a pescare?
– Su Wikipedia, mi sono preparato prima di venire qua.
– Vedo… Lasciamo perdere il presunto disturbo della sfera affettiva. Ma che roba… Vabbè, lasciamo perdere. E mi dica. Quando ha iniziato? Come?
– Era un pomeriggio di fine estate e io presi il lampo verde…
– Lampo verde?
– Si, la mia bicicletta. Era verde, da cross, con la catena ballerina, i freni come ipotesi e in discesa era un lampo. Un lampo verde.
– E scrisse le prime cose sulla sua bicicletta?
– No. O almeno, non direttamente. Le racconto?
– Sono qui per questo…

Tu prendi una bici verde di un verde ramarro con la catena che schizza via come una biscia appena la pedalata diventa incerta. Senza parafanghi, la sella bassa che così la fai impennare come il cavallo di Tiger jack quando incontra un serpente a sonagli. I freni non servono perché frenare è da cagasotto. E poi prendi il coraggio che a otto anni ce ne hai una valigia piena, ma che dico, un baule grande come quello nella soffitta di nonno Armando. E poi passa per il buco nella rete, scivola via fino alla strada di fango secco e sassi e schizza via, lampo, verso il bosco, il canion, il castello. Giù. Con i sassi che schizzano via da sotto le ruote ballando e ricadono e scivolano via al ritmo di un tango. Ta ta, ta ta ta, ta ta, ta ta ta… Eccetera eccetra. E ancora, urla di terrore e di gioia alla curva giù in fondo alla discesa arando il mondo con la ruota posteriore. E vola, rotola, ridi e sputa polvere. E via fino all’ombra degli alberi che costeggiano la marana. Tu prendi tutto questo e mettilo nel mezzo di un pomeriggio di fine estate. E al centro metti me. E la mia vita. E i miei otto anni che sono quasi nove. Cosi. A ritmo di tango.

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