L’uomo e lo sbaglio

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L’uomo cercava quella piega strana che segna una giornata di sole invernale, quel momento in cui il crepuscolo cancella di colpo il tepore quasi primaverile tracciando una linea di gelo lungo la schiena. Camminava, come di abitudine senza una meta intenzionale, ingobbito e stretto nel vecchio giaccone di pelle scamosciata. I segni della vita che macchiavano le mani e la fronte, gli angoli degli occhi e della bocca.

“Il tempo era giusto. Siamo noi che siamo sbagliati”. Sapeva esattamente che quella frase pensata, pronunciata e scritta solo poche ore prima era la definizione più onesta che potesse dare di quello che era e che gli stava accadendo. E la cosa non lo consolava.
Si accese una sigaretta pensando per la millesima volta che quella era l’ultima. Un rituale arrotolarla, cercare nella tasca dei calzoni l’accendino, accenderla e aspirare la prima boccata. Sentire nella gola e nei polmoni la rassicurante sensazione di metallo e calore. Ci stava comodo in quel gesto che ripeteva da più di trent’anni. Recitando il rituale di una promessa a se stesso che non avrebbe mantenuto. “Questa è l’ultima”.
Essere sbagliati. Una definizione che aveva più significati, per lui. Più di quello, esplicito, diretto alla persona a cui si era rivolto scrivendo quella frase. Così era per lui. Saperlo, anche saperlo, non era di nessuna consolazione. Si era sentito sempre “sbagliato”, dall’età di otto anni. In deficit, inadeguato, complice delle proprie sofferenze e del proprio disagio. Si sentiva così anche in quella piega strana che prende una giornata di sole invernale al momento del crepuscolo. Sbagliato. Anche se sapeva che non era vero. Anche se aveva la sensazione chiara di non aver mai avuto altra possibilità.
Spense la sigaretta e riprese a camminare, circondato dalla frenesia che riempie una città come Roma quando si chiudono uffici e scuole, con la gente che non vede l’ora di andare a casa e intanto si infila nel traffico, fa la fila alla cassa del supermercato o cerca maledicendo il creato un posteggio.
Ripensò al sorriso di una donna, e al proprio di sorriso che quel lampo aveva causato. Ripensò alla vita che riempie i polmoni e ti cancella di dosso la sensazione di essere un errore. Sorrise. Nella penombra. Scordandosi i propri guai. “il tempo è quello giusto”, pensò prendendo tabacco cartine e accendino e buttandole nel cesto dei rifiuti. “E gli sbagli si possono correggere”.
Solo dopo pensò che sarebbe stato il momento buono di entrare in libreria. A trovarne una.

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