#occupyscampia. Serviva che parlasse Saviano per sedare le polemiche. Una riflessione per fare dei passi avanti

La domanda è lecita, anzi, obbligatoria. Serviva che Roberto Saviano scrivesse di #occupyscampia e della guerra in atto nei quartieri e comuni della zona nord di Napoli per acquietare le polemiche? Sembra di si. Il pezzo è buono, informato, attento. Racconta con precisione quello che sta accadendo in quell’area, la guerra che si prospetta e di cui (dopo 8 morti) si attende un incrudirsi dello scontro. Con un coprifuoco “consigliato”, sussurrato, autoindotto. Che è in vigore da anni. Che si “inasprisce” ora con le nuove violenze. Buono, ripeto, il pezzo. E ora l’attenzione tutta è puntata su Scampia. Bene.

Rimane però quella ferita. Quell’amarezza. E quella domanda che lascia sconcertati. Serviva che Saviano scrivesse perché si acquietassero le polemiche?

C’è una ferita aperta, certo per me lo è e rimane sanguinante visto che sono stato oggetto di un trattamento scandaloso da parte di alcuni esponenti dell’associazionismo locale con accuse e calunnie e anche dichiarazioni e messaggi chiamiamoli, per eccesso, “vagamente intimidatori” reo di essere stato uno dei primi a promuovere #occupyscampia e aver continuato a promuoverlo (assieme a miglia di liberi cittadini italiani) nonostante il veto autoritario e senza appello espresso nella formula più scomposta (sto usando un eufemismo, ovviamente) che si potesse immaginare dallo stesso gruppo di esponenti dell’associazionismo locale.

Non ci sono state scuse e rettifiche da parte degli stessi censori ossessionati da complotti. Io non ne ho ricevute. Anzi, i messaggi che ho ricevuto sono stati di taglio perfino peggiore. Non che non ci sia abituato, ma da quelli che considero dalla mia stessa parte della barricata la cosa mi ferisce ancora di più.

Non voglio proseguire nelle polemiche. Non faccio favori alla camorra, io. Perché quello stesso gruppetto di esponenti dell’associazionismo locale che mi ha messo (e non solo a me) nel tritacarne sono comunque persone che da anni a Scampia ci mettono la faccia e si fanno un mazzo tanto per cambiare le cose in quel quartiere e vanno comunque tutelati. Comunque, ma non senza fare un ragionamento. Che va fatto. Ora. Non domani a riflettori spenti e in qualche incontro privato fra addetti ai lavori.

E quindi ancora una volta la domanda. Serviva che Saviano scrivesse perché si acquietassero le polemiche?

Pare di si. Almeno, il livello della polemica si è abbassato di colpo. Non solo questa mattina, ma già ieri da quando è corsa in rete, dopo l’annuncio di Ezio Mauro su Twitter, che Saviano avrebbe pubblicato un pezzo su Scampia, sul coprifuoco (che ha descritto esattamente come lo avevo descritto io e non solo io fin dall’inizio) e su #occupyscampia. E questa cosa, nonostante che sia contento che Saviano abbia preso posizione e stia appoggiando di fatto l’iniziativa spontanea nata in rete, mi amareggia ancora di più, se è possibile.

E spiego perché. C’è un vizio tutto italiano di credersi indispensabili, portatori esclusivi di valori e lotte e di considerare quei valori e quelle lotte proprietà privata, esclusiva. E di scattare in automatismi appena c’è qualcuno che semplicemente sfiora argomenti e territori e si unisce alla lotta senza chiedere “il permesso”. Si, “il permesso” (questo è stato rinfacciato da subito a chi voleva andare a Scampia da pezzi dell’associazionismo locale). Non avete chiesto il permesso. Perché per essere contro la camorra bisogna chiedere il permesso a qualcuno? Perché andare a testimoniare la propria vicinanza a chi la camorra la subisce ogni giorno bisogna chiedere il permesso?

E qui la domanda difficile. Perché Scampia non è in Italia e dei cittadini italiani devono chiedere il permesso per andare a protestare o testimoniare il proprio rifiuto della camorra a Scampia? Quello di volere Scampia altro da Napoli, dalla Campania, dal centro Italia, dalla Repubblica Italiana e dall’Unione Europea è esattamente quello che vuole la camorra. Un territorio altro e possibilmente loro. Accettare una logica dove la lotta alla camorra a Scampia sia solo prerogativa dell’associazionismo locale è, a mio parere, in qualche modo un cedimento.

Mi si contesterà che per fare #occupyscampia era necessario fare un lavoro di coordinamento con le associazioni sul territorio. In una logica “normale” questo avrebbe avuto un senso. E sono certo che in futuro, perché #occupyscampia non penso che sarà un “episodio” isolato, questo raccordo ci sarà se ognuno, e ripeto ognuno, cercherà di capire quali siano stati gli automatismi scattati e i punti di attrito non visti. Ma è sulla natura stessa di #occupyscampia, di come è nata, che i ragazzi dell’associazionismo locale hanno totalmente equivocato. L’iniziativa è nata in rete, attraverso un tam tam non frenabile da alcuno e una costruzione di singoli che si moltiplicavano attraverso un meccanismo di informazione e di scambio che nessun media tradizionale può, ad oggi, raggiungere. La rete non la controlli (neanche se sei il governo Cinese). La roba parte, le idee circolano, i nodi e le connessioni si creano. Era partita quella semplice idea: #occupyscampia. E sul territorio non hanno capito. Non hanno cercato un modo di interagire con un sentimento di solidarietà e vicinanza e voglia di collaborazione molto più vasto e forte di quanto loro stessi avessero mai potuto sperare. La rete è questo. Mette in relazione idee e persone. Non solo parole, persone. E corpi. Che domani saranno a Scampia.

L’associazionismo, o almeno pezzi delle forze presenti sul territorio, non hanno capito cosa era successo e l’opportunità unica che si prospettava loro per dare respiro all’impegno che da anni portano avanti. E non capendolo ne hanno avuto paura, hanno denunciato presunti compolotti, strumentalizzazioni partitiche, operazioni di manipolazione. In maniera cieca, verbalmente violenta, assolutamente inaccettabile. Non basta la paura a giustificare, per me, quello che è avvenuto. Non basta la paranoia comprensibile di avere tutti contro in un territorio difficile come quello in cui operano. Qui c’è un deficit di prassi. Di metodo. Di cultura. Su cui li invito, caldamente, a riflettere.

A questo punto non mi aspetto delle scuse per gli attacchi personali che mi sono stati fatti, in particolare da Resistenza Anticamorra. Attacchi, insulti etc che sono pubblici sulle time line dei social network. Francamente, scusate il francesismo, di ricevere delle scuse da chi ha usato argomenti simili me ne fotto altamente. Quello che però invito a fare, anche e soprattutto a Resistenza Anticamorra, è questo. Riguardate il vostro comportamento e le vostre posizioni in questi due giorni di impazzimento che vi ha colto. Cercate di capire cosa non ha funzionato. Forse vi renderete conto che pensare di essere i detentori  unici della verità non paga. Anzi, è falso.

E poi ancora quella domanda. Serviva che Saviano scrivesse perché si acquietassero le polemiche? Se questo è quello che è successo in questo paese di buontemponi e di presuntosi ne bisogna fare ancora tanta di strada. Tanta assai.

E allora cominciamo a farla da #occupiscampia domani, dalle 17. A Scampia. Senza leader, senza permessi, senza gerarchie.

p.s. (copritevi bene domani che fa freddo 🙂  )

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