Omertà (1)

Omertà [o-mer-tà]s.f. inv.
  • 1 Regola della malavita organizzata e consuetudine culturale dei luoghi da essa dominati, che obbligano al silenzio sull’autore di un delitto e sulle circostanze di esso
  • 2 estens. Solidarietà interessata fra membri di uno stesso gruppo o ceto sociale che coprono le colpe altrui per salvaguardare i propri interessi o evitare di essere coinvolti in indagini spiacevoli e pericolose
  • • a. 1871

Riporto un lungo brano dell’audizione del 1992 in commissione Antimafia di Tommaso Buscetta. Si tratta delle prime parole, rese pubbliche, di don Masino su politica e mafia. Si parla di Lima, Andreotti, del golpe borghese, di De Mauro. Sono dichiarazioni, ovviamente, da analizzare con la dovuta cautela. Riporto queste dichiarazioni di Buscetta (a fargli le domande è Luciano Violante all’epoca presidente della commissione bicamerale) perché descrivono, comunque il concetto di “omertà”. Quello vero, non quello di chi spaventato non parla anche se ha visto qualcosa e sa di un determinato delitto, ovvero: “solidarietà interessata”.

Buona lettura. Credo che in seguito farò altri esempi. Con calma. C’è tempo.

NB (ogni possibile riferimento alla recente decisione della Camera dei Deputati di non  autorizzare l’arresto di Nicola Cosentino è assolutamente casuale)

TOMMASO BUSCETTA. Come ho detto già in un interrogatorio
diventato pubblico, il Lima era figlio di un uomo d’onore
attivo. Un uomo d’onore che era nella famiglia di Palermo.
Molte persone hanno scambiato che il rapporto fra Lima ed i La
Barbera fosse un rapporto dovuto all’elettorato, fosse un
rapporto dovuto alle intimidazioni. Non è vero. I La Barbera
non avevano bisogno di questo perché avevano il padre dentro
la loro famiglia, quindi loro chiedevano a Lima quello che
volevano attraverso il padre, non direttamente. Mentre io ero
– come dire? – l’astro nascente, il personaggio nuovo …
PRESIDENTE. Emergente.
TOMMASO BUSCETTA. … che frequentavo il Teatro Massimo
e che non avevo niente a che vedere con le bettole; una volta,
quando io ero giovanotto, si usavano le bettole, ma io non le
frequentavo ed andavo al Teatro Massimo. Io conoscevo
personalmente il padre di Lima e mi fu presentato Lima dal
padre. Tra noi si instaurò un rapporto che non era un rapporto
fatto di “io ti do, tu mi dai”. Assolutamente, questo non
esisteva e si instaurò un rapporto: eravamo della stessa età,
frequentavemo assieme il Teatro Massimo, lui mi mandava i
biglietti per tutta la stagione lirica del Teatro Massimo.
Questi erano i rapporti.
PRESIDENTE. Come diceva, Cassina era sostenuto da Lima.
E l’imprenditore Vassallo?
TOMMASO BUSCETTA. Credo che Vassallo era la “firma” di
Lima, che Vassallo fosse scritto per sostituire il nome di
Lima.
PRESIDENTE. Moncada?
TOMMASO BUSCETTA. Moncada no. Mocada era un membro della
famiglia di Palermo.
ALTERO MATTEOLI. Cosa vuol dire “la famiglia di Lima”?
TOMMASO BUSCETTA. Io ho detto “la famiglia di Lima”?
PRESIDENTE. No, “la firma”.
TOMMASO BUSCETTA. Forse confondo lo spagnolo con
l’italiano: per “firma” intendo dire la ditta. Io credo che la
ditta …
PRESIDENTE. Era Vassallo.
TOMMASO BUSCETTA. … che dietro quella firma ci fosse
Lima. Un prestanome.
PRESIDENTE. Com’è che poi è stato sequestrato un nipote,
anzi il figlio, di Vassallo, nonostante che questi avesse alle
spalle Lima?
TOMMASO BUSCETTA. E perché Lima è una garanzia?
PRESIDENTE. Non era sufficiente?
TOMMASO BUSCETTA. No. E poi non credo molto a questo
sequestro di Vassallo. Non lo conosco questo sequestro.
PRESIDENTE. Può spiegare?
TOMMASO BUSCETTA. Che non c’è stato il sequestro.
PRESIDENTE. E’ stato finto?
TOMMASO BUSCETTA. E’ stato finto.
PRESIDENTE. E perché?
TOMMASO BUSCETTA. Non lo so il perché.
Pag. 390
PRESIDENTE. Però, lei sa che è stato finto.
TOMMASO BUSCETTA. Non c’è stato il sequestro. Si è
autosequestrato, io credo.
PRESIDENTE. Moncada era uomo d’onore?
TOMMASO BUSCETTA. Sì, Moncada era uomo d’onore della
famiglia di Palermo. Salvatore Moncada, perché erano diversi
fratelli costruttori, ma l’uomo d’onore era Salvatore Moncada.
PRESIDENTE. Salvatore Moncada dava copertura anche ai
fratelli?
TOMMASO BUSCETTA. E’ logico.
PRESIDENTE. Ha mai sentito parlare del dottor Mandalari?
TOMMASO BUSCETTA. Sì. Ne ho sentito parlare in carcere
da Agostino Coppola, da gente che è entrata in carcere. Era
come si dice…
PRESIDENTE. Un commercialista.
TOMMASO BUSCETTA. Un commercialista di tutti gli amici
nostri che venivano in carcere. Tu hai avuto un
commercialista? Mandalari. Altre cose non so di Mandalari.
PRESIDENTE. Era il commercialista di tutti quelli di
Cosa nostra o solo dei corleonesi?
TOMMASO BUSCETTA. Beh, lei ha fatto una bella domanda.
Era amico dei corleonesi perché tutti quelli che venivano in
carcere e avevano il commercialista Mandalari, incredibilmente
erano tutti corleonesi. Cioè, non nati a Corleone…
PRESIDENTE. Del gruppo dei corleonesi.
TOMMASO BUSCETTA. Della corrente. Voi parlate di
correnti, parlo pure io di correnti. Della corrente dei
corleonesi.
PRESIDENTE. Gli imprenditori di Catania come sono
entrati a Palermo? Tramite Pippo Calderone?
TOMMASO BUSCETTA. L’ho data la risposta.
PRESIDENTE. Nel corso di un interrogatorio del 9 agosto
1984 al dottor Falcone, lei ha dichiarato che se un
imprenditore di una provincia intende eseguire lavori di
notevole rilievo in un’altra provincia, il giudizio è
riservato all’interprovinciale. E’ così?
TOMMASO BUSCETTA. Bisogna vedere l’importanza della
ditta. Perché se uno deve fare cento metri di strada, si
rivolge personalmente all’uomo d’onore che lui conosce, anche
se è di Balestrade, e dice “guardi io devo andare a fare cento
metri di strada in quella borgata, in quel paese, in quella
cittadina”. Allora, va solo. Domanda il permesso al suo
rappresentante e va.
PRESIDENTE. Se invece è un lavoro più impegnativo?
TOMMASO BUSCETTA. E allora può interessarsi
l’interprovinciale e dire “guarda, c’è un appalto per vari
miliardi, potremmo vedere di interessarci per non avere
disturbo se andiamo a costruire a Palermo o, viceversa, se
andiamo a costruire a Catania”.

(…)

 

TOMMASO BUSCETTA. Ma già Luciano Liggio mirava come
poteva annientare quel grande uomo che era Vincenzo Rimini,
che poteva ancora influenzare la provincia di Palermo
attraverso l’ascendente della propria personalità. Se ne era
liberato perché lo lasciava in carcere: già c’era in carcere,
ci rimaneva. Allora fa ammazzare il procuratore, lo fa
ammazzare nel territorio dove io appartenevo, con la
conseguenza che poi abbiamo visto: hanno detto che il
procuratore era vicino agli uomini d’onore, lo hanno denigrato
pure dopo morto. Ma la verità non è questa, la verità era
minare le basi dello Stato. Lui si è scelto Scaglione, ma non
c’era niente contro Scaglione.
PRESIDENTE. La scomparsa del giornalista De Mauro
rientra nella stessa logica?
TOMMASO BUSCETTA. Rientra in questa logica. E’ per
questo che io non voglio parlare e non voglio essere preso per
pazzo; perché io ho esperienza della vita e le mie esperienze
possono essere giudicate da pazzo. Si può dire: questo qua è
venuto dall’America per confonderci le idee. Quindi devo
andare passo per passo.
Pag. 368
PRESIDENTE. Certo, come sta facendo.
Dunque, lei ha detto che l’omicidio di Scaglione fu deciso
da Liggio. E la scomparsa di De Mauro?
TOMMASO BUSCETTA. Ma tutti, tutti furono decisi da
Liggio. Cioè da Liggio, da Badalamenti e da Bontade, non
salviamo nessuno. Da Liggio, da Badalamenti e da Bontade.
PRESIDENTE. Anche le bombe che esplosero a Palermo in
quel periodo rientrano in questo quadro?
TOMMASO BUSCETTA. Le bombe le preparava Francesco
Madonia.
PRESIDENTE. Ho capito.
TOMMASO BUSCETTA. Ma Francesco Madonia fu trovato in
possesso di bombe a casa sua, o fu trovato mentre metteva le
bombe, non ricordo bene. Comunque era Francesco Madonia.
PRESIDENTE. Quindi rientrava in questo quadro?
TOMMASO BUSCETTA. Rientrava in questo quadro.
PRESIDENTE. Dunque, sostanzialmente, tanto l’omicidio di
Scaglione quanto la scomparsa di De Mauro quanto queste bombe
rientrano in un quadro che è quello di preparare le condizioni
per ….
TOMMASO BUSCETTA. Per fare il colpo.
PRESIDENTE. Ho capito. Può spiegare cosa sa …
MARCO TARADASH. Nei verbali c’è scritto che non sapeva
niente. Quindi questa è una novità.
PRESIDENTE. Ha detto all’inizio che aveva da dire una
novità, ha esordito così.
Signor Buscetta, può spiegare bene alla Commissione questa
storia del tentativo di colpo di Stato del 1970, quello di
Borghese, del quale lei ha anche parlato ai giudici? Come ne
viene a conoscenza?
TOMMASO BUSCETTA. Ci chiama Giuseppe Calderone, insieme
al Di Cristina.
PRESIDENTE. Cosa intende dire con “ci chiama”?
TOMMASO BUSCETTA. Perché eravamo negli Stati Uniti,
anche Cicchitedda. Allora ci chiama per farci sentire che è
stato preparato un colpo di Stato e che Borghese avrebbe
intenzione di usare i mafiosi per farsi appoggiare in Sicilia.
PRESIDENTE. Possiamo essere chiari? Vi telefona Pippo
Calderone …
TOMMASO BUSCETTA. Ma non c’è bisogno di telefonare,
viene uno e ci avvisa.
PRESIDENTE. Dunque, viene uno ad avvisarvi in America e
a questo punto voi partite. Chi viene vi dice che c’è un
tentativo di colpo di Stato: vi fa anche il nome di Borghese?
TOMMASO BUSCETTA. Sì.
PRESIDENTE. A quel punto voi cosa fate?
TOMMASO BUSCETTA. Andiamo in Sicilia. Direttamente dalla
Svizzera andiamo in Sicilia.
PRESIDENTE. Quindi andate dall’America in Svizzera e poi
dalla Svizzera…
TOMMASO BUSCETTA. A Catania, direttamente. A Catania ci
incontriamo con Calderone che ci spiega…
PRESIDENTE. Avevate i vostri documenti o documenti
falsi?
Pag. 369
TOMMASO BUSCETTA. Falsi. Io mi chiamavo Barbieri e Totò
Cicchitedda si chiamava Caruso.
PRESIDENTE. Avete preso una macchina a nolo in Svizzera?
TOMMASO BUSCETTA. Sì, l’abbiamo lasciata a Catania.
PRESIDENTE. E allora?
TOMMASO BUSCETTA. Chi sapeva tutto esattamente dei miei
movimenti fino ad arrivare in Sicilia, e poi dalla Sicilia
tornare in Svizzera fino ad arrivare in America, è il
colonnello Russo. Sapeva tutto.
PRESIDENTE. Perché?
TOMMASO BUSCETTA. Perché faceva parte del colpo. Il
colonnello Russo era la persona indicata che doveva andare ad
arrestare il prefetto di Palermo. Quindi quando io sono
arrestato per i 114 e lui fa l’associazione dei 114, lui è il
poliziotto più sicuro della vita, perché lui lo sapeva. Lui
era incaricato, quando veniva il momento X, di andare ad
arrestare il prefetto di Palermo. Poi la risposta dei massoni
è stata “l’abbiamo addormentato”, e io mi sono svegliato.
PRESIDENTE. Chi “abbiamo addormentato”?
TOMMASO BUSCETTA. Non lo so, è una parola tecnica.
PRESIDENTE. Lo so, ma le chiedo a chi si riferivano.
TOMMASO BUSCETTA. Al colonnello Russo.
Era addormentato. E io gli ho detto: “Sì, e io mi sono
svegliato dentro il carcere all’Ucciardone” pagando
l’associazione, perché io sono venuto solo a questo scopo.
PRESIDENTE. Dunque, quando ci fu il processo dei 114
qualcuno protestò con i massoni per questo?
TOMMASO BUSCETTA. Io non so se protestarono o no, ma i
massoni si sono interessati del processo dei 114.
PRESIDENTE. Può spiegare come?
TOMMASO BUSCETTA. Ah non lo so, non lo so. Fino a questo
punto posso andare.
PRESIDENTE. Come fa a sapere che si sono interessati?
TOMMASO BUSCETTA. Perché l’abbiamo detto tra noi, che i
massoni si sono interessati per il processo dei 114. Perché il
processo dei 114 verteva tutto nel fermo di una macchina a
Milano, macchina nella quale eravamo io, Gerlando Alberti,
Giuseppe Calderone, Martino Caruso e Badalamenti.
PRESIDENTE. Quindi, voi…
TOMMASO BUSCETTA. Questa era l’associazione dei 114. E i
114 erano avvenuti così chiari perché il colonnello Russo
sapeva tutto, dalla a alla zeta. Andò in Svizzera a trovare
niente meno – questo il mio avvocato non se lo spiegava – il
biglietto che io avevo scritto essendo ospite di
quell’albergo.
PRESIDENTE. Sì. Mi scusi, la morte del colonnello Russo
è legata in qualche modo a questa vicenda?
TOMMASO BUSCETTA. No, no.
PRESIDENTE. E’ indipendente, non c’entra.
Quindi, lei stava dicendo che dopo essere stati avvertiti
negli Stati Uniti voi andate in Svizzera, dove prelevate una
macchina – mi pare d’aver letto da qualche parte che si
trattasse di una Volvo …
Pag. 370
TOMMASO BUSCETTA. Poi l’ho lasciata a Catania.
PRESIDENTE … e dalla Svizzera scendete in macchina
fino a Catania. Cosa trovate a Catania? Con chi parlate?
TOMMASO BUSCETTA. Giuseppe Calderone e Luciano Liggio.
PRESIDENTE. Che era a Catania.
TOMMASO BUSCETTA. Sì. Latitante, che prendeva il bagno
nudo…
PRESIDENTE. Sì, l’abbiamo saputo. E cosa vi dicono?
TOMMASO BUSCETTA. Abbiamo deciso che volevamo delle
garanzie, perché si diceva che i mafiosi dovevano mettersi al
braccio un bracciale per essere riconosciuti e voleva l’elenco
di tutti i mafiosi della Sicilia. Noi dicemmo “sta scherzando,
ma chi glieli dà?”; poi finisce come Mussolini e lui ha
l’elenco delle persone. Allora si mandarono Giuseppe Calderone
e Di Cristina a Roma per incontrarsi con il principe Borghese.
Si incontrarono con il principe Borghese ed ottenevano niente
fasce e niente nomi.
E si aggiustavano i processi di Riina, di Natale Rimi e di
Luciano Liggio, i due che erano veramente i più inguaiati.
PRESIDENTE. Questa fu l’offerta che fece Borghese:
niente liste, niente segni di riconoscimento, si aggiustavano
i processi per le persone più esposte e voi in cambio cosa
dovevate fare?
TOMMASO BUSCETTA. Fare parte della rivolta e fare in
modo che non ci fossere contrattacchi da parte dei civili,
della polizia.
PRESIDENTE. Questo soltanto in Sicilia o dappertutto?
TOMMASO BUSCETTA. Io posso parlare solo per la Sicilia;
non so cosa sia avvenuto nelle altre regioni.
PRESIDENTE. E poi come è andata?
TOMMASO BUSCETTA. Abbiamo detto a Calderone, a Di
Cristina, a Bontade noi che ci siamo riuniti in quella famosa
giornata in cui venne fermata la macchina con dentro me,
Badalamenti e Caruso, avevamo finito una riunione a Milano …
abbiamo detto di fare in modo di non dare i nomi e poi di far
mantenere quegli impegni che lui aveva preso. E ritorniamo in
America; non appena sbarco in America, vengo arrestato e la
prima cosa che mi domanda la polizia americana è: “Lo fate o
no il golpe in Sicilia?”, questa è la prima cosa che mi è
stata chiesta non mi è stato chiesto quanta droga avessi
portato o quanti omicidi compiuto ma soltanto: “Lo fate o no
questo golpe?”. Io gli ho detto: “Ma quale golpe?” “Quello con
Borghese”. Io dissi di non capire di cosa stessero parlando e
quindi negai tutto ma gli americani ne erano a conoscenza. La
risposta che poi mi arrivò negli Stati Uniti fu che il golpe
non si era potuto fare perché c’era una flotta russa nel
Mediterraneo, ma che gli Stati Uniti erano d’accordo. Se è
vero o non è vero questo non lo so né posso controllarlo.
PRESIDENTE. Cosa sa di Giuseppe Calderone?
TOMMASO BUSCETTA. Era mafioso, era rappresentante.
PRESIDENTE. L’idea della commissione regionale viene da
Calderone, che lei sappia?
TOMMASO BUSCETTA. No, credo di no, non lo so.
PRESIDENTE. Nel corso dell’interrogatorio dell’11
settembre …
TOMMASO BUSCETTA. Comunque, si ricordi che alla
provincia di Catania ho dato valore 4.
Pag. 371
PRESIDENTE. Catania valeva meno di tutte, insomma.
Adesso è Santapaola il referente di Riina?
TOMMASO BUSCETTA. Sì, ma vale sempre 4.
PRESIDENTE. Perché vale così poco?
TOMMASO BUSCETTA. Perché non hanno il carisma, la forza
che può avere quello della provincia di Palermo.
PRESIDENTE. Ho capito, c’è proprio un problema di peso.
TOMMASO BUSCETTA. Sì.
PRESIDENTE. Nel corso dell’interrogatorio dell’11
settembre scorso, lei ha detto: “Per la verità, mi risulta
anche personalmente che esponenti di primo piano di Cosa
nostra hanno avuto contatti politici a Roma utilizzando come
ponte i cugini Salvo anche senza l’intervento di Salvo Lima.
D’altra parte, come oggi ha detto, Lima Salvo era uno dei
principali interlocutori politici di Cosa nostra ma non il
solo. Ad esempio, per limitarci a Palermo, ci si rivolgeva
anche ad altri uomini politici, ciascuno dei quali aveva un
proprio punto di riferimento a Roma”. Per quali questioni ci
si rivolgeva a Lima?
TOMMASO BUSCETTA. Se dovessi parlare fino al 1984 …
PRESIDENTE. Certo, per quello che sa lei.
TOMMASO BUSCETTA. … sempre per quegli appalti e … Io
personalmente … e lui si era scusato con me, aveva detto di
non essersi potuto interessare perché il mio nome era troppo
eclatante e ci saremmo fatti male a vicenda: lui politicamente
ed io da un altro punto di vista. Mi disse comunque che si
riteneva a mia disposizione. Quindi, Lima li aveva gli agganci
a Roma per interessarsi per i processi, solo con il mio nome
non si era potuto interessare.
Quando chiediamo cosa facesse Lima per la mafia e di cosa
si interessasse, io rispondo della vita quotidiana, di ciò di
cui si può aver bisogno. Non possiamo chiedere se si
interessasse di una specifica cosa, certamente non si
interessava di droga (su questo potrei dare la mia parola
d’onore, è fuori discussione), però si interessava di tutte le
altre cose quotidiane, per esempio una licenza di caccia o un
passaporto; tutte quelle cose quotidiane per ottenere le quali
si ha bisogno di un’entità politica a Lima si chiedevano, sì,
ma si chiedevano anche ad altri uomini politici. Io parlo di
Lima e ne parlo perché si è fatta tanta polvere; mi sono
lamentato con i tre giudici che sono venuti a trovarmi a
Milano dicendo: “Voi avevate un impegno che avevamo scritto
nel verbale: avevamo scritto che queste cose non si sarebbero
… per lo meno quando l’indagine fosse stata più completa”.
Però, loro erano contenti perché avevano trovato il tribunale
della libertà a favore della loro indagine e quindi mi sono
calmato un po’.
Però, ritengo che queste cose debbono essere fatte più
saggiamente: non vi potete permettere di essere deboli nei
confronti di Riina, perché Riina – ricordatevelo – … Forse
questa audizione lascerà uno strascico cattivo nei miei
confronti, ma io sono così, sono quello che voi vedete. Non è
all’intelligenza di Riina che dovete mirare, non sappiamo chi
Riina abbia dietro di sé perché lui ha la ferocia, lui ha gli
uomini mafiosi in mano ma è una cosa intelligente quella che
sta succedendo da Lima ad oggi?
VITO RIGGIO. Si spieghi meglio.
TOMMASO BUSCETTA. No, non lo posso spiegare, non lo
posso spiegare e lei non si deve offendere.
PRESIDENTE. A cosa si riferisce dicendo “quello che sta
succedendo da Lima in poi”?
Pag. 372
TOMMASO BUSCETTA. Alle stragi, non mi riferisco ad
altro. Mai in nessun’epoca si era verificato un caso come
l’omicidio di Chinnici, come quelli del dottor Falcone e del
dottor Borsellino, mai.
PRESIDENTE. Perché non mette anche Ignazio Salvo in
questo quadro?
TOMMASO BUSCETTA. Ignazio Salvo non serviva più a Totò
Riina, gli era d’incomodo, non serviva più.
PRESIDENTE. E Lima? Serviva ancora?
TOMMASO BUSCETTA. Lima serviva a denigrare Andreotti, ma
queste sono supposizioni mie, signori miei, per favore
fermiamoci, non andiamo oltre. Non è che io non sia disposto a
dare la mia collaborazione e la mia esperienza, sono
dispostissimo; io faccio un atto notarile, se lo volete. Io
sono un uomo libero, vado, vengo quando voglio, mi siedo,
dormo perché non sono più il “soldatino” che deve obbedire,
che sta deponendo per ottenere uno sconto di pena, oggi non ho
sconti.
PRESIDENTE. Lei sta formulando un’ipotesi per quello che
riguarda fatti che si sono verificati mentre lei era detenuto.
Poiché lei nello stesso quadro ha inserito Lima e poi Falcone
e Borsellino mentre non ha parlato di Ignazio Salvo, le chiedo
perché lei sostenga che Ignazio Salvo non serviva più.
TOMMASO BUSCETTA. Secondo me non serviva più.
PRESIDENTE. Non serviva più da vivo?
TOMMASO BUSCETTA. Ma noi dobbiamo andare indietro. Non
posso così in due parole determinare un argomento. I Salvo,
quando incontrarono me – che hanno visto Dio in terra
incontrando me – fra le altre cose mi dissero che chi aveva
sequestrato Corleo era stato proprio Totuccio Riina, che loro
non avevano la forza di dimostrarlo perchè era tanto segreto.
Ma oggi lo sappiamo più perfetto. Era stato Riina, era stato
Scarpuzzedda, erano stati tra di loro anche con il signor
Calò. Quindi quando i Di Salvo mi vedono a me …
PRESIDENTE. Cioé Ignazio Salvo?
TOMMASO BUSCETTA. Ignazio e Nino.
PRESIDENTE. I due Salvo?
TOMMASO BUSCETTA. Sì, i due Salvo. Dicono: possiamo
cominciare a fare la guerra a questi “quattru viddani”?
“Viddani” significa contadini. Io dissi che non ne valeva la
pena, perché i valori si erano perduti ed ognuno pensava al
suo contrabbando se andava in porto, se dall’America
arrivavano i soldi. Si erano perduti quei valori, quindi io
non vedevo via d’uscita. Dissi a Stefano Bontade: tu sei un
uomo morto perché ti vedo già morto. E me ne andai in Brasile.
Quindi, quando Salvo è sempre in una posizione di buon
equilibrio fra politica e mafia, a Riina lo lascia tranquillo:
vai avanti! Nel momento in cui non serve più, è da eliminare.
Perché il parente di quel Corleo che continua ancora ad
indagare per vedere dove si trova il morto, perché vogliono
anche il morto, le ossa …
PRESIDENTE. Anche a tanti anni di distanza?
TOMMASO BUSCETTA. Anche a tanti anni di distanza. Non
so, ma mi sembra che ci siano cose di eredità. E’ una cosa
molto complessa.
PRESIDENTE. Invece Lima, lei dice, serviva ancora da
vivo. O no? Non ho capito bene. Abbiamo capito che Ignazio
Salvo non serviva più e quindi a questo punto è fatto fuori,
anche perché sta continuando a cercare una cosa che non doveva
cercare. Per Lima, invece?
Pag. 373
TOMMASO BUSCETTA. Per Lima, invece, è un politico e può
darsi che non abbia mantenuto un impegno o può darsi che
dietro la morte di Lima ci sia una cosa molto superiore
all’impegno processuale. Siamo nel campo delle ipotesi.
PRESIDENTE. Lei ha fatto un cenno ed ha detto: Lima
serviva a denigrare Andreotti.
TOMMASO BUSCETTA. Può darsi.
PRESIDENTE. Lima da vivo o Lima da morto?
TOMMASO BUSCETTA. Lima da morto. Da vivo no, certamente
no.
PRESIDENTE. Quali erano i referenti romani di Lima?
TOMMASO BUSCETTA. Non lo so.
PRESIDENTE. Non lo sa o preferisce non dirlo?
TOMMASO BUSCETTA. Preferisco non dirlo.

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