Gli invisibili, per ora, della crisi. Da Rassegna.it

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Marco, Luca, Francesco. Basta poco per trovarsi senza rete. Un divorzio, i clienti che non pagano, e si finisce a dormire nell’auto. “Le biblioteche ci salvano: grazie al wi-fi restiamo in contatto col mondo”

DI PIETRO ORSATTI Rassegna.it

L’uomo si chiama Marco. Quarantadue anni, un buon lavoro in un’azienda ex partecipata, due figli. E dorme in macchina. Una brutta separazione, nessun rapporto con la famiglia di origine a causa di una vecchia lite su un’eredità, e Marco di colpo si è trovato senza casa, il conto corrente bloccato, e la vita, tutta la sua vita, saltata per aria. Lavora, ogni giorno, come se niente fosse, non esce più con gli amici di un tempo anche se non ha troncato i rapporti, nessuno conosce la sua situazione, neanche la sua ex moglie a cui non dice nulla. E da tre mesi dorme in macchina.

“Il mio terrore è che la mia situazione possa essere segnalata ai servizi sociali. Non tanto per me. Ma perché questo pregiudicherebbe il rapporto legale con i miei figli in futuro”. E come fai? Hai trovato qualche soluzione che non sia così drammaticamente precaria? “Stiamo cercando, io e altri due amici che si sono ritrovati nella stessa mia situazione, anche se per ragioni diverse, di trovare una casa da dividere. In questo momento non siamo in grado, per una ragione o un’altra, di trovare una soluzione da soli. E allora proviamo a mettere insieme le forze”. E gli altri due amici si chiamano Luca e Francesco, il primo impiegato statale e il secondo grafico free lance.

Amici di vecchia data? “No – spiega Francesco -. Ci siamo incontrati in questi mesi in alcuni posti che persone nella nostra situazione si trovavano a vivere. In particolare alcune biblioteche pubbliche con la connessione wi-fi. Tutti e tre avevamo bisogno della connessione per mantenere rapporti e comunicazione con il mondo, chiamiamolo così, “normale”. Poi io in particolare ne avevo bisogno per lavoro”. Frequenti gli stessi posti, ti vedi ogni giorno, ti individui come “simile” e vinci la timidezza e il pudore e ti metti a parlare. Luoghi di welfare fai da te, non servizi. Li scopri, li usi, ti accolgono. E le biblioteche sono uno di questi luoghi.

Francesco è il più giovane, 36 anni, e non ha figli. “Mi sono ritrovato in questa situazione perché da un lato si sono bloccati i lavori nuovi, dall’altro tutti i miei clienti hanno smesso da mesi e mesi di pagare. Non ti paga uno, va bene. Non ti pagano in due comincia ad essere un problema. Quando hai 5 clienti e quattro smettono di pagarti, sei per strada”. Anche tu in macchina? No, io dormo in una soffitta di 15 metri quadrati che avevo affittato qualche anno fa come studio. La casa l’ho persa, ma la soffitta sono riuscito a tenerla”. Da quanti mesi in questa situazione? “Ormai è quasi un anno. Una situazione come la mia è assurda. Devo avere decine di migliaia di euro di arretrati, oggi non navigherei nell’oro ma almeno avrei la possibilità di sopravvivere a questa fase di crisi. E’ assurdo poi come questa situazione ti congeli, ti impedisca di reagire davvero. Stai lì e speri. Ma non succede nulla”.

La giornata di Francesco è scandita dagli orari della biblioteca. Nella soffitta, senza bagno e riscaldamento, ci dorme soltanto. A volte, solo, ci mangia. Il resto della sua vita si svolge in due biblioteche che alterna secondo orari e affollamento. Una routine, al ribasso, ma che gli sta salvando la vita, anche perché in questo modo è riuscito a tenersi aggiornato, a piazzare qualche lavoro e a mantenere i propri contatti. “Ti dirò, a volte è quasi accettabile. Ti adatti e sopravvivi. In realtà riesci ad adattarti a tutto. Poi, il problema più grosso non è tanto comunicare, o trovare qualche soldo per mangiare. E’ lavarsi, tenersi puliti”.

Ma non ci sono strutture, come la Caritas, che offrono soluzioni per mantenere una sorta di almeno apparente decoro? A rispondere è Luca, 46 anni e situazione praticamente identica a quella di Marco e anche lui dorme sui sedili della sua auto posteggiata in un box, almeno. “Il problema è che certe strutture sono ormai istituzionalizzate. Cioè, attraverso registrazione e segnalazioni ai servizi sociali o altre strutture del Comune, ti inseriscono in una determinata categoria. Qui in questo paese ormai la povertà, la miseria, le difficoltà sono causa di immediata esclusione, di una sorta di incasellamento da cui poi è quasi impossibile uscire. E non parliamo della questione della residenza. Io non ho più residenza. E prima o poi questa cosa uscirà e la mia condizione emergerà e io mi troverò l’etichetta del paria”.

Ma secondo voi quante persone si trovano nel vostro stesso limbo? “Migliaia solo a Roma – risponde Marco -. Il problema è enorme e sta iniziando a emergere ma nessuno ancora si è reso conto, a livello politico e istituzionale, della sua dimensione”. “E della sua assurdità – lo interrompe Francesco -, quando vieni messo nella categoria dei ‘senza fissa dimora’ perdi gran parte dei tuoi diritti di cittadinanza. Diventi un problema, appunto, e di fatto non sei più un cittadino. E districarsene, poi, è una roba quasi impossibile”.

E ora? “E ora dovremmo aver trovato questa casa da dividere. Fuori Roma e da rimettere a posto, ma non ci possiamo permettere altro. Poi si vedrà. Intanto abbiamo scelto, almeno noi tre, di non essere soli davanti alla nostra situazione e ai meccanismi e alle convenzioni sociali”. Auto aiuto? “No, buon senso”. E a Natale? “Mangeremo carne. Un lusso. E cercheremo di sentirci normali, di pensare che abbiamo ancora qualcosa da dire”.

Marco, Luca e Francesco. Tre uomini. Tre storie diverse che diventano, per scelta e necessità, una. Per non essere stritolati dalla legge, dai luoghi comuni e dai pregiudizi. Tre persone che emergono, e migliaia di altri che rimangono nell’ombra, a un passo dal perdersi per sempre. Un enorme spreco umano e sociale. In questo momento dove anche quelle piccolissime residue tutele saltano davanti all’inevitabile stretta egoistica causata dalla crisi, questi tre cittadini italiani si riprendono la propria vita e ne fanno il punto di partenza per ricominciarsi a pensarsi come persone. “La scrivi questa storia?” Annuisco. “Ti aspettiamo per l’inaugurazione della casa, a febbraio”. Sorrido. “Porterò il vino”. Buona fortuna.

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