Arresti nel trapanese. Messina Denaro non è il capo dei capi. Su Rassegna.it

Caccia a Messina Denaro: Diabolik sì, ma boss dei boss no

I suoi soprannomi sono “U Siccu” e “Diabolik”. Latitante dal 2 giugno 1993 e condannato all’ergastolo per le stragi del Novantatrè. Latitante ma certo non inattivo DI PIETRO ORSATTI- Rassegna.it

Non preannuncia la cattura del boss di Cosa nostra trapanese Matteo Messina Denaro, il blitz di oggi eseguito dal Ros dei carabinieri, ma sicuramente è un colpo duro alla rete di controllo e di coperture economiche e politiche messo in piedi dalle famiglie della provincia che a Messina Denaro fanno riferimento.

Undici arresti di peso, fra i quali il sindaco “antimafia” di Campobello di Mazzara Ciro Caravà, che pubblicamente si schierava contro le cosche fino ad arrivare a costituirsi parte civile nel processo contro i fiancheggiatori del latitante. La procura della Repubblica di Palermo lo individuerebbe addirittura come “organico” alla famiglia locale, in base a quanto risulterebbe dalle intercettazioni di riferimento. Politico di lungo corso, Caravà, con un passato nel Pci, poi un  lungo passaggio in Forza Italia per poi approdare nel Pd dove aveva attirato l’attenzione perfino del segretario Bersani allarmato per alcune sue iniziative in favore di fenomeni diffusi nel suo comune di abusivismo edilizio. E già due anni fa erano stati inviati a Campobello dei commissari del Viminale per verificare se ci fossero gli estremi dello scioglimento per infiltrazione mafiosa del consiglio comunale.

Un’operazione importante, quindi, che colpisce alcune famiglie e alcuni sodalizi fra criminalità e società che contribuiscono a tenere in piedi il potere del latitante, quella messa in atto dal Ros. Perché l’inchiesta, coordinata dal Procuratore aggiunto di Palermo Maria Teresa Principato, dai pm Marzia Sabella e Pierangelo Padova, mostra uno spaccato inquietante della stabilità e della capillarità del sistema di potere di Cosa nostra nella provincia. Dove politica, imprese, salotti buoni sono riferimento e copertura e creano le condizioni per la tenuta del sistema messo in piedi da due generazioni di Messina Denaro.

Messina Denaro non è il “capo dei capi”
Perché Matteo, la primula rossa “pop” di Cosa nostra, è figlio d’arte. Figlio di Francesco, ministro degli esteri di Cosa nostra, nel traffico internazionale di eroina fin dalla fine degli anni 70 prima per Stefano Bontate, il “principe di Villagrazia”, e poi in seguito per i corleonesi guidati da “zù Totò Riina”. Figlio d’arte, quindi, ma non “capo dei capi” come le suggestioni giornalistiche vorrebbero. Perché è impensabile che sia un trapanese, anche se di peso, a gestire la Commissione provinciale di Palermo (e su questo i mafiosi siciliani sono davvero dei formalisti), e perché di fatto la Commissione non esisterebbe più. Perché se esistesse ancora saremmo costretti ad ammettere che Cosa nostra sia tuttora in pugno a Totò Riina, mentre è molto probabile, e lo raccontano intercettazioni e processi degli ultimi anni, che oggi esista sì una sorta di coordinamento ma che non vi sia un vertice come ai tempi della dittatura dei corleonesi.

Matteo, il potere da Castelvetrano
I suoi soprannomi sono “U Siccu” e “Diabolik”, latitante dal 2 giugno 1993 e condannato all’ergastolo per le stragi del Novantatrè. Latitante ma certo non inattivo: fra una seduta di playstation e l’altra conta “piccioli” (è un appassionato di videogiochi come emerge da alcune intercettazioni), traffica armi e droga, fa patti con la massoneria deviata, e quando serve si dedica a qualche scaramuccia con i rivali come ai tempi delle scaramucce di “confine” con Domenico Raccuglia, detto “il veterinario”.

Sin da giovane dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti, Matteo può vantare importanti contatti con i cartelli sudamericani ed è considerato dall’Fbi statunitense uno dei protagonisti nel commercio mondiale della droga. Ed ha interessi anche nell’ambito del traffico di armi e della macellazione clandestina, nella piccola e grande distribuzione, nella gestione dei rifiuti insieme a Provenzano e nel settore della Green economy, in particolare nell’eolico, senza poi parlare della “tradizionale” (per Cosa nostra) attività dell’estrazione di inerti e del movimento terra.

L’icona pop
Matteo Messina Denaro non è il solito boss che litiga con i congiuntivi come Riina o i Lo Piccolo. Non sarà un intellettuale, ma per anni ha frequentato i salotti buoni non solo siciliani. Prima della latitanza era “uno in vista”, che amava farsi notare: auto sportive, vistosi orologi Rolex Daytona e guardaroba firmato Armani o Versace. Apparenza che non gli impedisce di essere assassino feroce come in due casi del 1992: l’uccisione del boss di Alcamo Vincenzo Milazzo, contrario alla strategia stragista adottata in quegli anni da Riina, e lo strangolamento della sua fidanzata, Antonella Bonomo, incinta di 3 mesi.

Scrive a un tal “Svetonio” il 28 giugno 2006. «Se lo avessi davanti gli direi cosa penso e, dopo di ciò, la mia amicizia con lui finirebbe. Oggi posso dire che se la vede con la sua coscienza, se ne ha, per tutto il danno che ha provocato in modo gratuito e cinico ad amici che non lo meritavano». Svetonio è Antonino Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, arruolato dai servizi per fare da esca al latitante e tendergli una trappola. Lo sfogo è diretto contro Bernardo Provenzano al quale erano stati sequestrati centinaia di pizzini il giorno del suo arresto.

Lo sfogo di Messina Denaro è ancor più comprensibile visto che il secondo pentito Antonino Giuffrè, ex braccio destro di Bernardo Provenzano, Messina Denaro sarebbe diventato il custode del più importante archivio della mafia siciliana, affidatogli, per volontà di Leoluca Bagarella e di Totò Riina, dopo esser stato portato via di tutta fretta dal covo di quest’ultimo a via Bernini a Palermo.

Un leader, il castelvetranese, molto consapevole di sé: «È anche vero che ancora si sentirà molto parlare di me, ci sono ancora pagine della mia storia che si devono scrivere. Non saranno questi “buoni e integerrimi” della nostra epoca, in preda a fanatismo messianico, che riusciranno a fermare le idee di un uomo come me. Questo è un assioma». Altro che gli sgrammaticati Lo Piccolo, altro che i pizzini macchiati di sugo di cicoria. Denaro “intellettualizza” Cosa nostra e teorizza una sorta di battaglia fra stati. Da una parte Cosa nostra dall’altra la Repubblica italiana.

 

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