I soldi di un massacro (2). L’ossessione. Raccontare la stessa storia dalla strage di Portella all’Hotel des Palmes

Questa vicenda che sto cercando di raccontare sembra destinata a diventare una sorta di ossessione. Ho come la sensazione di scrivere della storia, di questa storia, da anni. Non solo quando scrivo di mafia siciliana, ma anche quando affronto la ‘ndrangheta, l’eversione e la strategia della tensione, il sistema del malaffare italico inquinato dall’associazionismo segreto e della massoneria deviata (a volte mi domando se abbia un senso definire “deviati” pezzi della massoneria quando è così evidente la massiccia influenza della massoneria nei tanti misteri italiani), di P2, P3, P4 (e quante minchia sono queste P? Troppe per non pensare che siano semplicemente una), di servizi deviati, di complicità della politica, di pezzi dell’apparato dello Stato che si rendono parte attiva di azioni e passaggi che poco hanno a che fare con la legalità e ancor meno con la giustizia.
Un’unica storia. Che non è solo mafia. Da contestualizzare bene. Da analizzare con la piena consapevolezza del periodo storico in cui tutte queste vicende si svolgono. La guerra fredda, la contrapposizione di blocchi ideologici e geopolitici. Una guerra dove vale tutto. E tutto è stato fatto. Compreso fare patti con il diavolo e la propria coscienza, spargendo sangue innocente. Quindi non solo una storia italiana. Anche se profondamente nostra, pezzo della nostra vita e del nostro passato. E della nostra cultura.
Si, è un’ossessione la mia. Perché sento che per capire l’oggi questo filo che intravedo nella cronaca giudiziaria e nella storia siciliana e italiana degli ultimi sessant’anni lo devo seguire tutto. Per dare un senso, non una verità. Per dare un’interpretazione che non sia solo giornalistica. Per dare un segno politico a questa ricerca che, mi rendo conto solo oggi, mi porto dietro da mezza vita. E quindi continuo ora che ho la forza e forse abbastanza anni sopra il groppone per rimettere in fila pezzi della mia e dell’altrui memoria.

***

Il primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra va in scena la prima strage di Stato della storia della Repubblica, il primo capitolo di un “vezzo” tutto italiano, quello di segnare i passaggi chiave della vita del Paese attraverso un bagno di sangue. Una strage dove pezzi dello Stato giocarono un ruolo tutt’altro che marginale nel creare le condizioni perché questa avvenisse, per tessere una rete di coperture e di depistaggi poi nel corso delle indagini. Con accanto l’intervento decisivo delle forze di occupazione britanniche e statunitensi e dei loro servizi di intelligence (è impossibile, per esempio, spiegare altrimenti la capacità organizzativa e di “mobilità” della banda Giuliano). Dove si innesta Cosa nostra sia direttamente che attraverso una sorta di tacito consenso e attiva osservazione degli eventi. Cosa nostra che sta attraversando un periodo di difficoltà causato da una guerra di faide interne alle varie famiglie.

Ecco come viene descritto lo scenario dal Centro Impastato (www.centroimpastato.it)

La matrice della strage appare subito chiara: la voce popolare parla dei proprietari terrieri, dei mafiosi e degli esponenti dei partiti conservatori e i nomi sono sulla bocca di tutti: i Terrana, gli Zito, i Brusca, i Romano, i Troia, i Riolo-Matranga, i Celeste, l’avvocato Bellavista che durante la campagna elettorale aveva tuonato contro le forze di sinistra e a difesa degli agrari. I carabinieri telegrafano: “Vuolsi trattarsi organizzazione mandanti più centri appoggiati maffia at sfondo politico con assoldamento fuori legge”; “Azione terroristica devesi attribuire elementi reazionari in combutta con mafia” (ivi, p. 153). Vengono fermate 74 persone tra cui figurano mafiosi notori. All’Assemblea costituente il giorno dopo la strage Girolamo Li Causi, segretario regionale comunista, lancia la sua accusa: dopo il 20 aprile c’è stata una campagna di provocazioni politiche e di intimidazioni, durante la strage il maresciallo dei carabinieri si intratteneva con i mafiosi e tra gli sparatori c’erano monarchici e qualunquisti. Viene interrotto da esponenti dei qualunquisti e della destra e il ministro degli interni Mario Scelba dichiara che non c’è un “movente politico”, si tratta solo di un “fatto di delinquenza” (ivi, p. 155). Scelba ritorna sull’argomento in un’intervista del 9 maggio: “Trattasi di un episodio fortunatamente circoscritto, maturato in una zona fortunatamente ristretta le cui condizioni sono assolutamente singolari” (ivi, p. 159). Nel frattempo i fermati vengono rilasciati e si afferma la pista che porta alla banda Giuliano, il cui nome viene fatto dall’Ispettore di Pubblica Sicurezza Ettore Messana, lo stesso che l’8 ottobre 1919 aveva ordinato il massacro di Riesi (15 morti e 50 feriti) e che ora Li Causi addita come colui che dirige il “banditismo politico”. La banda Giuliano sarà pure indicata come responsabile degli attentati del 22 giugno in vari centri della Sicilia occidentale, con morti e feriti.
L’inchiesta giudiziaria si concentra sui banditi e procede con indagini frettolose e superficiali: non si fanno le autopsie sui corpi delle vittime e le perizie balistiche per accertare il tipo di armi usate per sparare sulla folla. Il 17 ottobre 1948 la sezione istruttoria della Corte d’appello di Palermo rinvia a giudizio Salvatore Giuliano e gli altri componenti della banda. La Corte di Cassazione, per legittima suspicione, decide la competenza della Corte d’assise di Viterbo, dove il dibattimento avrà inizio il 12 giugno 1950 e si concluderà il 3 maggio 1952, con la condanna all’ergastolo di 12 imputati (Giuliano era stato assassinato il 5 luglio del 1950).
Nella sentenza, a proposito della ricerca della causale, si sostiene che Giuliano compiendo la strage e gli attentati successivi ha voluto combattere i comunisti e si richiama la tesi degli avvocati difensori secondo cui la banda Giuliano aveva operato come “un plotone di polizia”, supplendo in tal modo alla “carenza dello Stato che in quel momento si notò in Sicilia” (ivi, pp. 191 s). Cioè: la violenza banditesca era stata impiegata come risorsa di una strategia politica volta a colpire le forze che si battevano contro un determinato sistema di potere. Restava tra le righe che le “carenze dello Stato” erano da attribuire all’azione della coalizione antifascista allora al governo del Paese. La sentenza di Viterbo non toccava il problema dei mandanti della strage e dell’offensiva contro il movimento contadino e le forze di sinistra, affermando esplicitamente che la causa doveva essere ricercata altrove.

Dieci anno dopo in uno degli Hotel più prestigiosi di Palermo la mafia americana e Cosa nostra si riunirono per affrontare il business del futuro, il traffico internazionale di eroina e la modernizzazione di Cosa nostra che da rurale/padronale doveva assumere un nuovo e più moderno assetto imprenditoriale e aprirsi all’esterno della Sicilia. E a presenziare a questi incontri, che si tengono tra il 10 e il 16 ottobre 1957 all’Hotel des Palmes. c’è Charlie “Lucky” Luciano. Per gli “americani” oltre a lui erano presenti Joseph Bonanno, Carmine Galante, Santo Sorge, Nick Gentile, John Bonventre ed altri mafiosi, mentre i siciliani erano rappresentati da Giuseppe Genco Russo, Salvatore Greco, suo cugino omonimo Salvatore Greco (detto “l’ingegnere” o “Totò il lungo”), Angelo La Barbera, Gaetano Badalamenti, Cesare Manzella, Calcedonio Di Pisa e Tommaso Buscetta. E’ l’atto ufficiale di nascita della Commissione di Cosa nostra. E l’inizio di una delle più complesse e fruttuose operazioni illegali commerciali della storia. Portare l’eroina base dal Medio Oriente in Sicilia, qui raffinarla e poi distribuirla sia sul mercato statunitense che europeo.
E la trasformazione imposta dal nuovo business non sarà indolore. La creazione della Commissione provinciale affidata alla guida di Salvatore Greco. Perché fin da subito il business è consistente, e gli appetiti tanti.

Nel 1962 una truffa su una partita di eroina scatenò quella che viene definita la prima guerra all’interno di Cosa Nostra. È febbraio quando i fratelli Angelo e Salvatore la Barbera, capo-mandamento di mafia delle famiglie di Borgo Vecchio, Porta Nuova e Palermo Centro, insieme alla famiglia Greco decidono di acquistare un cospicuo quantitativo di eroina da inviare ai cugini oltreoceano per saturare il mercato statunitense. Inviato a New York a controllare l’operazione è Calcedonio Di Pisa, che imbarcata l’eroina sul transatlantico Saturnia, dopo alcune settimane consegna il carico ai mafiosi di Brooklyn. Ma subito dopo lo sbarco negli Usa emerge un problema. Un grosso problema. Il quantitativo giunto oltreoceano non è quello pattuito. Di Pisa viene accusato di aver sottratto parte del carico e viene immediatamente convocata in Sicilia “la Commissione”  per indagare sulla questione spinosa che rischia di mettere a repentaglio le relazioni con i “cugini” di New York. Il “processo” è breve ma accurato e la Commissione alla fine “scagiona” l’accusato. I Barbera, principali finanziatori del “business” non andato in porto, non accettano la decisione del vertice di Cosa Nostra, a cui comunque appartengono, e il 26 dicembre del 1962 Di Pisa viene assassinato su loro ordine in piazza Principe di Camporeale, a Palermo. È l’inizio della guerra.
Salvatore La Barbera, mandante dell’omicidio, è uomo di peso nel sodalizio mafioso che controlla Palermo città ed anche la persona che introduce, su raccomandazione di Vito Ciancimino, la famiglia dei corleonesi ai “piani alti” della gerarchia di Cosa Nostra. Si sente in diritto di far pesare il proprio potere e rifiuta la decisione della Commissione, nata solo nel 1958 come processo di modernizzazione e potenziamento del potere mafioso in Sicilia, e da lì a pochi anni anche in altre zone del Paese. Ma non basta, lo sgarro alla cupola mafiosa è stato troppo eclatante e la Commissione decide di punire chi ha disubbidito, mettendo in discussione il potere di controllo di quella struttura che poi, successivamente, sarà conosciuta soprattutto con il nome di “cupola”. Salvatore La Barbera sparisce con un altro mafioso, Primo Vinti. Lupara bianca per ordine dei Greco che rappresentano in quel momento il vertice della struttura di coordinamento e comando di Cosa Nostra. Dopo la morte del fratello, certa anche se non verrà mai ritrovato il corpo, Angelo La Barbera decide di rispondere e  Il 13 febbraio un’Alfa Romeo Giulietta imbottita di esplosivo rade al suolo la casa di Salvatore “Ciaschiteddu” Greco a Ciaculli. Greco è all’epoca capo della “Commissione” della mafia, e certo non può accettare che si metta in discussione direttamente il suo potere in maniera così evidente e infatti risponde il 19 aprile, mandando due killer in pieno giorno a riempire di colpi di mitra la pescheria Impero in via Empedocle Restivo appartenente ai clan rivali. Poi tocca al boss di Cinisi Cesare Manzella, alleato dei Greco, ucciso con un’autobomba davanti al cancello di ferro della sua piantagione di limoni. E il 30 giugno dello stesso anno un’altra autobomba esplode a Ciaculli, uccidendo sette uomini delle forze dell’ordine. La repressione causata da questa strage è un colpo al traffico di eroina con gli Stati Uniti. Lo Stato, sembra, alzare la testa. Molti mafiosi vengono arrestati e il controllo del traffico rimane nelle mani di pochi latitanti fra cui i cugini Greco, Pietro Davì, Tommaso Buscetta e Gaetano Badalamenti. La guerra si conclude soltanto  il 10 dicembre 1969 con la morte del boss Michele Cavataio, uno dei protagonisti di questo conflitto, ucciso all’interno di un ufficio di Palermo da alcuni killer camuffati da agenti della guardia di finanza (conflitto a fuoco conosciuto come “la strage di viale Lazio”). La pace mafiosa ha un nome e un capo: il mercato dell’eroina e Salvatore Greco. E un clan emergente, quello dei corleonesi di Totò Riina alleato con Liggio, è ormai riconosciuto da tutta Cosa Nostra come quello con la migliore capacità militare.

da A Schiena Dritta, Pietro Orsatti 2008 – ed Socialmente

Ed è qui, subito dopo la strage di viale Lazio che il salto diventa inevitabile. Per Cosa nostra. Per il Paese.

(segue)

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...