Ancora un appunto sul Principe di Villagrazia e sul salvatore della lira. E don Masino

Negli archivi della memoria si trovano frammenti che, riletti oggi, spostano e neppure di poco le convinzioni di una vita, le letture, la percezione. Trovo questo fammento (un lancio dell’agenzia Ansa) sulla deposizione di Tommaso Buscetta al maxi processo del 1986.

ZCZC307/0B
R CRO S0B QBXB
PROCESSO PALERMO: INTERROGATORIO BUSCETTA (10)
   (ANSA) - PALERMO, 4 APR - BUSCETTA, RISPONDENDO A UNA
PRECISA DOMANDA SU EVENTUALI CONNESSIONI TRA MICHELE SINDONA E
LA MAFIA HA DETTO TESTUALMENTE: ''SINDONA ERA UN PAZZO, VOLEVA
FARE UNA RIVOLUZIONE IN ITALIA, PER QUESTO BONTADE LO
ALLONTANO' ''. SUI COLLEGAMENTI TRA MAFIA E MASSONERIA,
BUSCETTA HA AFFERMATO: ''CHE IO SAPPIA NON CE N' ERANO. HO
SENTITO CHE SALVATORE GRECO FA PARTE DI UNA LOGGIA MA E'
STRANO, MOLTO STRANO''.

   SOFFERMANDOSI SULL' ATTENTATO ALLA VILLA DELL' EX SINDACO
DI PALERMO NELLO MARTELLUCCI (DC), BUSCETTA HA DETTO CHE
BONTADE GLI RIFERI' CHE ERA STATO ORGANIZZATO DA SALVATORE
RIINA PER L' OPPOSIZIONE DI MARTELLUCCI ''AD AVERE RAPPORTI DI
QUALSIASI TIPO CON VITO CIANCIMINO''.- (SEGUE).
     VV/LU
4-APR-86 19:25 NNNN

Ah, don Masino. Anche in quella sede, anche sotto quella luce terribile e solenne dell’aula bunker del maxi processo, lui continua nella sua strategia non di collaboratore di giustizia ma di uomo d’onore che usa la sua collaborazione come arma contro i propri avversari all’interno di Cosa nostra. E se necessario protegge segreti, anche se di pulcinella, e soldi. E’ ormai storicamente, e in qualche caso processualmente, accertato come Stefano Bontade e molti altri boss della vecchia mafia siciliana e trapanese e anche alcuni uomini del nuovo corso corleonese fossero massoni. E ancora è ormai evidente come i rapporti fra Sindona e Bontade fossero molto più stretti e organici di quanto Buscetta voglia far intendere, almeno in questa occasione. E infatti in altro momento lo stesso don Masino dichiarava “I segreti di Sindona sono una piuma rispetto a quelli di Bontate”. Perché Sindona, nonostante le sue ralzioni in Italia e negli Usa, è solo il cassiere del Principe di Villagrazia. E non è neanche l’unico.

Questo frammento di quell’immenistà che fu il maxi porocesso è molto più significativo di quanto possa apparire a un primo sguardo. Qui si parla di due temi centrali. Primo, il rapporto stretto e inscindibile fra poteri politici, massonici e mafiosi. Secondo, si nega un rapporto continuativo fra Bontade e Sindona, facendo sparire dalla deposizione i soldi. Perché un mafioso e un banchiere, anche attraverso una mediazione dei propri comuni ambiti politici e mafiosi, hanno un unico interesse a intessere una relazione decennale. Il denaro.

Un capolavoro quello di Buscetta. Depistaggio, uso della sede, pieno controllo anche mediatico del processo. Lui deve liquidare i corleonesi. Ha questa missione e lo dichiara fin dall’inizio della sua collaborazione con Falcone. Lui deve vendicare la mattanza. Ma può bastare? No, che non può bastare. Perché Buscetta è a tutti gli effetti un uomo d’onore, legato a Bontade e agli Inzerillo, pezzo di una Cosa nostra riformata all’Hotel des Palmes nel ’57 (1) a Palermo che ha deciso di essere politica, affari, finanza qui in Europa e oltre oceano, negli Usa. E deve proteggere, lo ripeto, immagine e interessi, relazioni e soldi. E lo fa. Eccome se lo fa.

E poi una sensazione. O forse qualcosa di più. Don Masino più volte sminuisce la figura di Bernardo Provenzano nelle sue deposizioni. Lo tiene sempre “fuori” dalla prima linea. “Spara come un dio ma ha un cervello di gallina”. Così lo liquida Buscetta. E lui sa che il cervello, zù Binnu, lo ha fino. Molto fino. E che ancora con il sangue fresco per le strade di Palermo lui a Bagaria (2), dove si era insediato e dettava legge (perfino Riina non ci metteva bocca in come gestiva Provenzano quel territorio) già riapre ai fuggiti, agli sconfitti e governa. E con regole tutte sue, spregiudicate, “laiche”. Facendo infatti anche accordi con gli “sconfitti” come Badalamenti e consentendone perfino il rientro a metà degli anni ’90. Uno da tenere buono. E “coperto”.

———

Note

(1)
Tra il 10 e il 16 ottobre 1957 Lucky Luciano partecipò ad una serie di riunioni all’Hotel des Palmes di Palermo, in cui si incontrarono i capi di Cosa nostra e quelli di Cosa nostra americana. Oltre a lui erano presenti Joseph Bonanno, Carmine Galante, Santo Sorge, Nick Gentile, John Bonventre ed altri mafiosi, mentre la mafia siciliana era rappresentata da Giuseppe Genco Russo, Salvatore Greco, suo cugino omonimo Salvatore Greco (detto “l’ingegnere” o “Totò il lungo”), Angelo La Barbera, Gaetano Badalamenti, Cesare Manzella, Calcedonio Di Pisa e Tommaso Buscetta.

(2)
Provenzano e Bagheria (il mandamento di Bagheria) sono stati “una sola cosa”. Provenzano ha fatto la fortuna di Bagheria e Bagheria di Provenzano. Anche Riina, dice Siino, riconosceva che era meglio girare intorno a quelle terre. U’ zù Totò diceva ai suoi: “A Bagheria si saluta e si va via”. Provenzano da quelle parti ha fatto tutti i ricchi. I profitti dell’agricoltura e degli aranceti sono finiti nel saccheggio edilizio di quella perla del barocco; e i profitti del mattone nella sanità; e i piccioli della sanità ancora nei grandi appalti e nell’ecologia dello smaltimento rifiuti. Tutti ricchi sono diventati, dice Siino. È a Bagheria che Provenzano mette a punto, per così dire, il suo “metodo di governo” che, al contrario della “politica” di Riina, include e non esclude.

Dentro anche le cooperative rosse e quel tipo, Tronci, che dice di essere il rappresentante delle Botteghe Oscure. Dentro i politici che ci stanno, gli assessori che si rendono disponibili, i professionisti che non aspettano altro, i segretari comunali che non hanno scelta. Provenzano pensa a far soldi. Riina a far la guerra. E non è che zù Totò, dice Siino, non lo sappia, non se ne accorga, non se ne lamenti. “Binnu – dice il Corto – vuole fare niente, vuole fare morire tutti… pensa solo ai piccioli e alle sue imprese”.

(Giuseppe D’Avanzo, su Repubblica – 14 aprile 2006)
———

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