In ricordo di Lucio Magri da Salvo Vitale e un omaggio di Bianca “La Jorona” Giovannini

Ricevo da Salvo questo articolo in ricordo di Lucio Magri e lo pubblico con piacere. In più aggiungo il piccolo frammento del  “Live @ CCCP (CentoCelle Comedy Party), giovedì 1 dicembre 2011” dove Bianca “la Jorona” Giovannini canta “Mi Manchi” di Vecchioni.

E ricordo che il mio blog è aperto al contributo di amici e compagni di viaggio.

P.O.

di Salvo Vitale

Se n’è andato a 79 anni per sua scelta. Ha deciso di morire col “suicidio assistito”. Non era la prima volta che si recava in Svizzera per farlo. Ma era tornato. Stavolta invece no. Hanno scritto di tutto. Che non era riuscito a superare la scomparsa della moglie Mara. Che versava in una depressione profonda, incurabile. Che dietro il suicidio si nascondeva il fallimento politico del suo marxismo ortodosso. Che non aveva il diritto di scegliere di morire, perché dio solo è padrone della vita. Che il suo è stato un suicidio “radical chic”, nel senso che è costato 3000 euro ed aveva un risvolto esibizionistico.

Che non ha avuto il coraggio di uccidersi da solo e si è fatto uccidere dal suo medico, per fortuna rimasto ignoto, altrimenti chissà quante accuse di “assassino”. Insomma, tutto il veleno dell’Italia bacchettona che pretende di giudicare i drammi degli altri dall’alto del suo perbenismo falsamente cristiano . Tutto il sollevamento di scudi dei vigliacchi che sono incapaci di decidere con la propria testa e si affidano interamente, per quanto riguarda la terra a un padrone, per quanto riguarda la vita a un dio che decide, lui solo, quando è ora di staccare la spina. E tuttavia costoro si arrogano il diritto di decidere su quello che devono fare gli altri . E quindi inutili discorsi che mettono sullo stesso piano eutanasia, suicidio, morte assistita, testamento biologico, accanimento terapeutico e altre cose di questo genere. Lucio ha lasciato detto ai suoi amici: “Non voglio funerali, per carità, tutte quelle inutili commemorazioni. Necrologi manco a parlarne. Luciana si occuperà della gestione editoriale dei miei scritti. Non fate pettegolezzi, lo ha detto già qualcun altro”. Lo aveva scritto Cesare Pavese, prima di chiudere la sua vita il 27 agosto del 1950 a Torino, in una stanza d’albergo. Così come, sempre Pavese, aveva scritto: “Non ci si uccide per amore di una donna, ma perché un amore, qualsiasi amore, ci ha mostrato nella nostra inermità, miseria, nulla”. A qualche giorno di distanza, chiuso il tempo delle polemiche, ci rimane quello di un sereno ricordo di una persona che ha segnato una forte traccia nel percorso politico della sinistra italiana non allineata nel partito padre. I sintomi della eterodossia di Lucio Magri cominciarono a manifestarsi già all’inizio del suo percorso politico giovanile nella Democrazia Cristiana, quando scriveva in una rivista criticando il capitalismo, ma divennero evidenti, dopo il suo passaggio al PCI, quando nel 1969, assieme a Luigi Pintor, Aldo Natoli, Luciana Castellina, Massimo Caprara, Valentino Parlato, Rossana Rossanda, diede vita alla rivista “Il Manifesto”, che fece saltare dalla sedia tutte le mummie dell’apparato ideologico del PCI, sino alla scomunica, arrivata nel novembre dello stesso anno. In quel primo numero, edito da Dedalus, che vendette 50.000 copie, si dedicava spazio e simpatia all’esperienza della rivoluzione culturale cinese, si denunciavano i tentativi di “compromesso” tra PCI e DC, si guardava con attenzione la Primavera di Praga, condannando la repressione ad opera dei carri armati sovietici. I reprobi vennero “radiati” dal PCI. Da allora ad oggi è andata avanti l’esperienza di un giornale che è stato un punto di riferimento per la sinistra rimasta “comunista”. Anche a Cinisi il gruppo di Peppino Impastato, nel 1972 si accostò al Manifesto. Nel suo breve memoriale Peppino scrive: “Aderii, con l’entusiasmo che mi ha sempre caratterizzato, alla proposta politica del gruppo del “Manifesto”: sentivo il bisogno di garanzie istituzionali: mi beccai soltanto la cocente delusione della sconfitta elettorale. Furono mesi di confusione e disimpegno: mi trovavo di fatto fuori dalla politica. Autunno ’72. Inizia la sua attività il Circolo Ottobre a Palermo, vi aderisco e do il mio contributo. Mi avvicino a Lotta Continua e al suo processo di revisione critica delle precedenti posizioni spontaneistiche, particolarmente in rapporto ai consigli: una problematica che mi aveva particolarmente affascinato nelle tesi del “Manifesto”…. Le elezioni del ’72 furono quelle in cui il Manifesto si era presentato con la sua proposta per l’elezione e quindi la liberazione di Valpreda, allora ancora in carcere per le vicende di Piazza Fontana. Magri continua la sua scelta e la sua presa di distanza con il PCI fondando, nel ’74, sulle spoglie di una parte del PSIUP, il Partito di Unità Proletaria, il PdUP, che durerà un decennio, sino al 1984, anno in cui confluirà nel PCI. Magri tuttavia non aderirà alle scelte successive del PCI e dei suoi seguaci, preferendo, pur senza una militanza attiva, la linea di Bertinotti, dove si indirizzerà anche Pietro Ingrao, suo originario maestro e punto di riferimento. Colpì l’attenzione di gran parte di coloro che stavano “a sinistra” un suo memorabile articolo, che anche oggi non ha perso la sua attualità, ovvero un duro attacco a Berlinguer per la sua ottusa politica di esclusione, di repressione e spesso di criminalizzazione di coloro che si collocavano a sinistra del PCI e, più in generale, di movimenti di lotta nati spontaneamente dal basso e non disposti a lasciarsi pilotare. E’ del 2000 l’ultimo suo libro di memorie politiche “Il salto di Ulm”, (una possibile storia del PCI), ed. il Saggiatore, in cui si esaminano i complessi rapporti tra le varie forzature che il PCI ha fatto riguardo alla linea originaria del marxismo ortodosso e il progressivo allontanamento dall’idea originaria di realizzazione di una società comunista, per una lenta corsa verso un riformismo che, in realtà ha finito con l’essere un essenziale puntello del capitalismo. Lucio ci mancherà. Per molto tempo è stato tra noi e, dopo un certo momento, nella crisi che in questi anni ha massacrato le nostre idee, non ce ne siamo accorti, o lo abbiamo dimenticato. Ci piace ricordarlo, come ha fatto Nello Aiello su “La Repubblica” del 29 novembre, allorchè, a Rimini, nel 1991, durante il congresso che portò poco dopo alla fine del PCI e alle sue amebiche ulteriori trasformazioni, dopo il risultato delle votazioni, egli a pugno chiuso si mise a gridare, come si faceva nel ‘68: “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung”.

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IL VIDEO
Bianca “la Jorona” Giovannini – Mi manchi (di R. Vecchioni)
immagini raccolte da Sebastiano Gulisano 

Live @ CCCP (CentoCelle Comedy Party), giovedì 1 dicembre 2011

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