Su Rassegna.it il servizio completo su nuovi scenari di Cosa nostra (e della politica) in Sicilia

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Sicilia, Italia
Mafia, il ritorno degli “americani”

Di nuovo sulla scena alcuni degli sconfitti della guerra con i corleonesi degli anni 80. Parallelamente, grandi conflitti nel potere politico DI PIETRO ORSATTI

SU RASSEGNA.IT

Tira una brutta aria nei corridoi della Procura di Palermo. Un’atmosfera che non si respirava da anni, che lentamente è montata fino a esplodere il 16 novembre scorso con un segnale inequivocabile per chi sa che qui la storia si ripete ciclicamente. E la storia racconta di talpe, spie e veleni. Come ai tempi di Rocco Chinnici, come ai tempi di Giovanni Falcone.

La mattina del 16 novembre, infatti, sono stati rinvenuti all’interno dell’ufficio del pm Lia Sava la centralina telefonica manomessa, alcuni cavi recisi e i collegamenti interni ripristinati maldestramente con tanto di nastro isolante. Brutto segnale. Come è davvero inquietante l’allarme lanciato dei carabinieri del Ros che ipotizzano un tentativo, forse interrotto, di installare una microspia o, peggio, l’affrettata rimozione di una cimice precedentemente piazzata nell’ufficio fino a pochi mesi fa occupato da Antonio Ingroia, il pubblico ministero di Palermo più in vista per ruolo e competenze e anche per le polemiche politiche che spesso lo vedono coinvolto.

E infatti questa brutta storia di presunte cimici apparse negli uffici della Procura scoppia proprio mentre su Ingroia è stato aperto un fascicolo da parte della prima commissione del Csm, quella competente sui trasferimenti d’ufficio dei magistrati, per aver partecipato a un convegno del Pdci nel quale si è definito un “partigiano della Costituzione”. Una coincidenza? Proviamo a crederci in una città dove nessuno ha mai creduto alle coincidenze.

La memoria, inevitabilmente, torna indietro di decenni, alla guerra fra la vecchia mafia palermitana e gli emergenti corleonesi guidati da Riina e Provenzano. Fra l’élite dei professionisti e dei baroni e i paesani affamati. Contemporanea, quella guerra grondante sangue, alle battaglie interne alla Dc siciliana, e nazionale, che condussero (lo raccontano le motivazioni della sentenza Andreotti) all’omicidio di Piersanti Mattarella. Una doppia guerra, una doppia rivoluzione. Che ha delle assonanze, neppure troppo celate, con quello che sta avvenendo oggi.

È una rivoluzione sul piano politico, infatti, la progressiva frantumazione dell’asse Mpa-Pdl, provocata dal governatore Raffaele Lombardo, appoggiata da una parte consistente del Pd e con la collaborazione di Micciché (che a Palermo anche i sassi sanno essere “figlioccio” del sempre attivissimo Marcello Dell’Utri) in contrapposizione ai berlusconiani ortodossi Schifani e Alfano.

Contemporaneamente la rivoluzione di Cosa nostra vede riemergere sulla scena palermitana, dopo decenni, alcune figure fra gli sconfitti nella guerra con i corleonesi degli anni 80. Che stanno ritrovando spazio dopo le catture eccellenti degli ultimi anni, e in particolare dopo quella di Mimmo Raccuglia e dei Lo Piccolo. Ed eccoli quindi tornare. I cosiddetti “americani”, o forse sarebbe meglio parlare dei loro soldi. Perché dei soldi, ed erano veramente tanti quelli accumulati dai vari boss e in particolare da quella parte della commissione di Cosa nostra che faceva capo a Stefano Bontade, dopo la “mattanza” si è persa ogni traccia. Finiti oltre oceano? O forse non si sono mai mossi dall’Italia e dalla Sicilia, custoditi da qualche “fratello” di vecchia data? Fratello di loggia, ovviamente. In particolare di quella loggia deviata e segretissima detta “dei trecento” e che vedeva proprio Stefano Bontade come uno dei membri di spicco – stiamo parlando dello stesso signore che secondo vari pentiti attraverso Dell’Utri si sarebbe incontrato per affari con un giovane Berlusconi negli anni 70 – e Pino Mandalari (fra l’altro commercialista delle società di Riina & co) come gran maestro. Ma quei soldi si sono oggi probabilmente rimessi in moto, e con loro interessi e uomini da troppo tempo esclusi dalla torta e ora assetati di riscatto.

In un momento storico in cui anche i riferimenti politici (e i troppi uomini infedeli dello Stato) si stanno velocemente trasformando o riciclando. Non si tratta di sommovimenti che riguardano solo gli affari immobiliari, in particolare grazie alle miracolose varianti ai piani regolatori e alla liberalizzazioni di aree come quelle portuali.
C’è vento di guerra in Sicilia. Con all’inizio dell’anno due morti in piena Palermo dopo anni senza nessuna “ammazzatina” di rilievo, e con il proseguire della piccola mattanza in atto nell’area di Partinico, dove tutto si è rimesso in moto dopo l’arresto del super latitante Domenico Raccuglia a fine 2009.

E poi c’è quella storiaccia della trattativa fra Stato e mafia, e i processi eccellenti a Dell’Utri e al prefetto Mario Mori. Che se fosse svelata interamente, la trattativa, probabilmente fornirebbe una mappa per interpretare le relazioni fra Cosa nostra e la politica e gli apparati dello Stato. In questo scenario si inserisce anche Massimo Ciancimino che racconta cose credibili e anche riscontrabili e poi le smonta con i suoi stessi comportamenti, con i suoi falsi grossolani, con uscite da B-movie di spionaggio. Come se uccidesse se stesso e le proprie dichiarazioni. Come se fosse manovrato dall’alto per creare un depistaggio epocale.

Non si tratta di argomenti di poca se non nulla attualità. Anzi. Perché nel mezzo delle dichiarazioni del figlio di Don Vito, ci è finito fra gli altri il super capo dei servizi De Gennaro, e perché anche in questo caso mancano all’appello un mucchio di soldi scomparsi negli anni 80 dalla scena. Si parla del “tesoretto” di Vito Ciancimino, soldi che erano strettamente legati a quelli dell’ora malatissimo Binnu Provenzano, che nonostante la malattia, la prigione e l’età non si arrende e non parla. Un patrimonio immenso, quello del “ragioniere” come quello di Don Vito – figlio del barbiere di Corleone e poi diventato uno degli uomini più ricchi di Palermo –, un patrimonio che fa gola.

Soprattutto ora che con la crisi economica si crea una concorrenza spietata sia sul racket che sugli appalti e grandi apettiti nell’acquisizione di chi svende o fallisce. E quindi eccoci ancora lì, alle probabili cimici piazzate nell’ex ufficio del procuratore aggiunto Ingroia. Che cerca di fare luce su uno degli episodi più oscuri degli ultimi vent’anni: la trattativa. Una trattativa che forse c’è sempre stata e che probabilmente non si è mai interrotta. E che oggi, a Palermo, potrebbe andare a sintesi. Con una doppia guerra. Quella di mafia da un lato, quella politica dall’altro. Due guerre diverse, come negli anni 80. Che non sono conseguenza l’una dell’altra. E però coincidenti.

(articolo pubblicato su Rassegna Sindacale, 1 – 7 DICEMBRE 2011, N. 43)

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