Miracolo all’alba fra Calabria e Sicilia – Quando il mondo si ribalta (2)

“La vecchiaia è una brutta bestia”.

“Dai, Riccardo, non cominciare”.

Riccardo, che di cognome fa Orioles e di professione fa il rompicoglioni cronico, mi guarda sbieco. E’ stanco, di quella stanchezza che a volte assale tutti noi quando ci si scontra con la realtà dell’inerzia e delle cose congelate dalla storia, dal tempo, dalla politica, dalle sconfitte. Muri dove di tanto in tanto sbattiamo la faccia. Tira su con il naso, stringe fra i denti la pipa con un ghigno, si tira dietro il bagaglio con “le ruote”. E fissandomi per un istante incassa la testa fra le spalle.

“Andiamoci a prendere su un bel caffè”.

“Andiamo”.

Il “Su” è il ponte del traghetto delle FS che collega Villa San Giovanni e Messina. Il rito del cornetto e del caffè la mattina presto, all’alba, e dell’arancino quando non si è più stropicciati dal sonno.

Scalette strette da salire fino alla sala, poi il vecchio bancone, sempre lo stesso. Ordiniamo. ERiccardo chiede con il caffé una “tanticchia” d’acqua. In Sicilia, e in tutto il Sud, non bisognerebbe chiedere perché il caffé sempre viene servito con un bicchiere di acqua fresca. Ma oggi l’acqua non c’è. E il tizio dietro il bancone  del bar bruscamente risponde a Riccardo che deve comprarsela e che non si serve più acqua a gratis sul traghetto. “Avete mandato a puttane Camilleri e Sciascia. Nei loro libri si parlava degli arancini e del caffé su questo traghetto. Del vedere Messina all’alba, inizio di Sicilia. Di noi. Se lo tenga il suo caffé”. E arrabbiato se ne va sul ponte a vedere l’alba lasciando la tazzina sul banco.

Lo raggiungo e iniziamo a parlare. Dopo qualche minuto arriva un marinaio della vecchia cooperativa che gestisce il traghetto con una bottiglia e la regala a Riccardo. “Scusate se vi interrompo – dice il marinaio – ho sentito la camurria al bar ed è stata come una coltellata. Perché ormai è così e nessuno ci fa caso e ricorda come era fino a poco tempo fa. Anche per piccole cose come questa. Lei ha ragione, ogni giorno ci tolgono un pezzo della nostra storia. Hanno privatizzato il bar. Hanno privatizzato le pulizie. Hanno privatizzato i sogni e la memoria”.

L’uomo fa una pausa, sembra quasi scusarsi. “Questa è acqua nostra. A Sciascia, a Camilleri dobbiamo, noi che questo pezzo di mare non dimentichiamo mai di guardarlo, l’aver raccontato il colore della nostra terra. Questi fanno supermercato con le nostre vite”. E se ne va. Io e Riccardo a bocca aperta. Con gli occhi lucidi.

“Lo so che è una minchiata. Ma ogni volta che passo lo Stretto all’alba mi commuovo”, si lascia sfuggire Riccardo alzandosi.

E lo stretto è passato.

 

IL BLOG DI PIETRO ORSATTI

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