DOPO 41 ANNI LA SICILFIAT CHIUDE – un articolo di Salvo Vitale

di Salvo Vitale

La fabbrica è nata nel contesto del “miracolo italiano”, negli anni ’60, quando la Cassa del Mezzogiorno versava fiumi di denaro al Sud e, per effetto di misteriose manovre, questi soldi finivano con l’essere dirottati, in gran parte al Nord  e in parte nelle mani della mafia. L’area di Termini Imerese avrebbe dovuto diventare uno dei più importanti poli industriali del Meridione.  Chi attualmente passa dall’autostrada, può vedere chilometri di capannoni e strutture incomplete e abbandonate. Le grandi ditte del Nord accettavano di investire in Sicilia, si beccavano i premi d’incentivazione, cominciavano i lavori e poi lasciavano perdere tutto, non ritenendo remunerativo  lavorare in quel posto, sia per i costi dei trasporti delle materie prime, sia per il “pizzo” da pagare alla mafia (preventivabile intorno al 3%), sia per il ricatto dei politici che imponevano assunzioni, destinazione di forniture, tangenti e persino scelte di produzione e gestione commerciale. La Sicilfiat nacque con  incentivi regionali e nazionali, occupò, nel corso degli anni oltre 1600 operai, con un massimo storico di 3.200 negli anni 80, più altri 350 dell’indotto. Macchine prodotte la 500, la 126, la Panda, la Punto, la Ypsilon. Il problema dei costi dei trasporti rimase, perché, per le solite misteriose ragioni che caratterizzano tutte le “cose” siciliane, non venne reso attivo il piccolo porto costruito proprio per la fabbrica e gli autotreni carichi di macchine erano costretti a spostarsi, in andata e in ritorno, sino a Catania e da lì sino a Messina, prima di imbarcarsi per Reggio.(non c’era ancora la Palermo Messina e, ora che c’è non agevola molto). Adesso, nel corso delle grandi manovre di ristrutturazione che Marchionne sta portando avanti, con la collaborazione attiva ed interessata della Lega, alla quale del Sud non importa niente, e con il convinto beneplacito  di Berlusconi e dei 40 deputati siciliani che lo appoggiano, si è deciso di chiudere per sempre. L’amarezza dei lavoratori, dopo anni di lotte per salvare il posto, dopo le notti passate sui tetti o  i bivacchi ai cancelli, dopo i viaggi della speranza a Palermo o a Roma, dopo promesse, progetti di riconversione, impegni di finanziamenti, falsi investimenti gare per decidere niente, ecc., è al massimo: chi aveva contato di pagare un mutuo per la casa, di sposarsi, di metter su famiglia, di restare nella sua terra, dove finalmente c’era lavoro, può scordarsi tutto. Le scelte sciagurate di Marchionne, sia per quanto riguarda gli investimenti,  sia nei rapporti con i lavoratori e nel disprezzo per le loro richieste, sono chiare ormai da tempo: chiudere gli stabilimenti italiani, specie quelli nel Sud e destinare risorse economiche all’estero, in Romania, in Canada e persino negli USA, dove la manodopera costa di meno e le norme che  proteggono i lavoratori sono molto più elastiche e consentono ai “padroni” di fare quello che gli pare e piace.   Dopo Termini toccherà a Pomigliano D’Arco e i presunti risparmi di queste scelte che caratterizzano il piccolo capitalismo italiano, continueranno a portare soldi nelle casse della famiglia Agnelli e gonfiare di più il portafogli del manager  della Fiat,   dove attualmente entrano più di 700.000 euro l’anno. Alla faccia della Sicilia, di tutto il Sud, di chi non sa più come vivere e persino dello stesso governo, che è buono solo quando dà gli incentivi per la rottamazione. Il presidio che i lavoratori di Termini  hanno deciso di fare è forse l’ultimo sprazzo  di lotta, in attesa delle elemosine della cassa integrazione, che dureranno per tutto dicembre. Il tutto mentre si celebrano i 150 anni di una unità  che per il Sud ha significato spoliazioni, drenaggio di risorse economiche e umane verso il Nord, incapacità di saper fare una politica sana di investimenti, non solo e non tanto nel settore industriale, ma in quello che una volta costituiva la vera ricchezza della Sicilia, ovvero la terra, l’allevamento, l’artigianato.  Né c’è da sperare in un’inversione di rotta, dal momento che la classe politica siciliana, a cominciare da Alfano, a La Russa, a Scilipoti, a Schifani, a Saverio Romano, continua ad essere attaccata disperatamente al carrozzone di Berlusconi e della Lega sua alleata. (S.V.)

IL BLOG DI PIETRO ORSATTI

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