La fine del proprietario dell’ipermercato. Buon giorno, ma non ci fermiamo

Avevo la forte tentazione, questa mattina, di buttarla sulla satira, sul salutare sberleffo. Poi ho fatto un giro per i siti della stampa internazionale (non solo le solite testate citate spesso a vanvera dai nostri pigri tg nazionali) e mi sono reso conto che forse c’è la necessità di fare una riflessione ben più articolata e complessa di quella che mi potrebbe consentire la liberatoria e salutare scrittura comica.

Ho cominciato a girare sulle homepage dei siti più svariati, dal Clarin argentino, a la Folha de Sao Paolo brasiliano, fino al Times australiano passando per i quotidiani sloveni e Le Soire di Bruxelles. Non solo El Pais, El Mundo, il Nyt, l’Economist, Il Guardian, Liberation, Il Financial Times (che già bastebbero). Mi sono fermato solo quando ho impattato con i giornali cinesi, arabi e giapponesi, dove non c’era proprio la possibilità di capire i titoli ma le foto (dell’ingiallito e cupo volto dell’ex premier e della folla davanti al Quirinale a fare festa) bastavano a raccontare un fatto. La notizia delle dimissioni di Silvio Berlusconi ha un impatto che va ben oltre il gossip (giudiziario o meno), lo sputtanamento dell’Eurozona, la potenza grottesca del personaggio.

Chi ci guarda dall’estero ha una consapevolezza del nostro paese che va ben oltre a quella che abbiamo noi. La settima (probabilmenta la ottava o la nona) economia del mondo, fondatori dell’Ue, paese con la terza riserva aurea del mondo. L’intera stampa e politica internazionale erano davvero preoccupati di quello che stava (e sta) succedendo nel nostro Belpaese. Ben più preoccupati per quello che è avvenuto in Irlanda, Portogallo e Grecia. Un “botto” dell’Italia avrebbe avuto delle ripercussioni ben più gravi e devastanti e la percezione era perfino più allarmata a livello internazionale che a casa nostra. Non c’è da stupirsi. Da troppo tempo siamo accecati da questo asfittico osservatorio drogato dai media nazionali (tutti) autoreferenziali e ossessionati dal personaggio e dalla sua corte e che hanno dimenticato per quasi due decenni di gettare lo sguardo sulla società vera.

Non credo invece che fosse preoccupata la finanza internazionale dal perdurare del peggior governo di sempre della storia Repubblicana. Anzi. Un paese in balia di un premier incapace di guardare oltre al proprio piacere e ai propri affari personali e sostenuto da una maggioranza acquistata all’incanto e composta da personaggi di bassa qualità e di grandi ipocriti servilisimi, ha consentito un livello speculativo e la circolazione e accumulazioni di vere fortune per banchieri e finanzieri spregiudicati fuori ormai da ogni controllo politico e etico.

C’è un filo di sollievo oggi. Ma non sono fugate di certo le mie preoccupazioni. Il berlusconismo e i suoi effetti non si sono d’incanto dissipati come nebbia al sole dopo le dimissioni del premier. Il berlusconismo ha inquinato profondamente il senso di collettività nel nostro paese. Ha fatto emergere i peggiori istinti egoistici. Ha livellato al basso il nostro paese. Ne ha impoverito la cultura e il senso etico. Ha fatto carta straccia delle regole. Ed è profondamente radicato nel nostro tessuto economico, dirigenziale, imprenditoriale e culturale. E contemporaneamente la peggiore classe politica (tutta) dal dopoguerra a oggi non credo che abbia dentro di se gli anticorpi necessari a rinnovarsi e a ritrovare valore e dignità.

Monti non è esente da avere delle responsabilità da quello che è avvenuto in questi due decenni. E’ necessario ricordarlo. Culturalmente e storicamente. Di certo il suo livello etico (la battaglia contro Microsoft quando era commissario Ue) e culturale sono di gran lunga un’altra cosa da questa parodia degli ultimi giorni di Salò a cui abbiamo assistito negli ultimi tre anni. E anche il suo stile servirà a rassicurare mercati e cancellerie dei paesi partner. Ma visto che stiamo subendo oggi gli effetti collaterali della globalizzazione neoliberista è anche necessario ricordare che Monti è stato, ed è ancora, uno dei principali teorici e propagandisti di questa estremizzazione del capitalismo, dove la finanza (e non l’economia reale) si autogoverna globalmente senza nessun controllo e limite dato dalla politica. Ricordiamocelo. Sempre.

E ora noi. Noi che dobbiamo tornare a fare politica per cambiare la politica. Noi che dobbiamo tornare a fare comunità dal basso per rimettere in piedi una società. Noi che dobbiamo ripensare piccoli circuiti economici per ricominciare a pensare a un’economia reale e non virtuale. Noi che dobbiamo risentirci persone, e poi popolo. Noi che dobbiamo sì oggi goderci l’ebrezza del brindisi, per domani rimetterci a lavorare. Senza fare sconti a nessuno.

il blog di Pietro Orsatti

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