Una storia di “normale” isolamento. Da Rassegna.it – Basaglia non piace alla mafia

Più volte ho seguito i progetti e il lavoro di Peppe e Simmaco e di altri compagni e amici che lavorano nella provincia di Caserta cercando di tenere in piedi, coraggiosamente, progetti di vero welfare sociale. Sulla psichiatria poi, applicando metodologie che si rifanno all’esperienza di Basaglia. In terra di mafie. Questa l’ultima evoluzione della vicenda…

Sempre più isolate, in Campania, le cooperative che assistono persone con problemi psichiatrici usando beni confiscati alla mafia. L’aggravante: fondi e arretrati sono bloccati. “È come se ci avessero trasformato in abusivi” DA RASSEGNA.IT

di Pietro Orsatti

In troppe zone di questo Paese essere delegittimati o isolati dalle istituzioni diventa un rischio che va ben oltre quello di perdere credibilità o lavoro. Essere soli può rappresentare un rischio anche fisico, reale. Quando si è soli in terre di mafie, e si combatte la cultura mafiosa, c’è chi può leggere quel silenzio e quell’isolamento come una sorta di autorizzazione ad alzare il tiro, passando dalle intimidazioni e dalle minacce “normali” ad atti violenti diretti verso le persone.Aggressioni e non solo. È già successo, troppe volte e anche recentemente, potrebbe riaccadere. Oggi. Nel casertano, a San Cipriano D’Aversa, a Casal di Principe. Nella terra dei fuochi. Nel regno dei casalesi.

In questa zona, da anni, decine di piccole strutture stanno operando sull’integrazione sociale e lavorativa di persone con problemi psichiatrici. Progetti in controtendenza, in questo Paese che nonostante le celebrazioni, sta cercando in tutti i modi di superare l’esperienza di Basaglia. In questa zona ormai tristemente nota solo per la “monnezza”, le violenze mafiose, gli omicidi e il degrado, questo tipo di progetti – e sono tanti ormai – stanno innescando processi sociali ben diversi, di integrazioni e crescita culturale, destabilizzanti per chi invece governa realmente il territorio. Le famiglie camorristiche dei casalesi. E chi, per troppi anni, ha fatto affari con loro.

Una delle prime esperienze è una pizzeria, si chiama Nco (sberleffo alla camorra di Raffaele Cutolo, ma che in realtà significa Nuova cucina organizzata) messa in piedi dalla cooperativa Agropoli a San Cipriano D’Aversa, che unisce un’unità abitativa a un progetto di lavoro finalizzato all’integrazione degli utenti della struttura. Una roba impensabile qui. E che invece da anni fa la differenza. Poi la cooperativa ha ricevuto in gestione un bene confiscato. Il villone fortificato di un boss locale. E ha creato un luogo totalmente aperto, bucando i muri, creando un giardino-teatro, aprendo le porte a bambini, ragazzi adulti, e installando una seconda unità abitativa. Di fatto uno dei pochissimi punti di aggregazione e socializzazione “liberi” dell’intero territorio, qui, nelle terre di Don Diana.

E qui, inevitabilmente, sono iniziati i problemi. Perché su dei beni confiscati cooperative e altri progetti simili già erano state avviate attività simili nell’intera provincia, ma mai così visibili e dirompenti. Mai così schiaffo al potere politico delle famiglie mafiose. Mai così negazione della simbologia mafiosa.


E andiamo a vedere cos’è successo. Anzi, cosa sta succedendo. I segnali sono stati inequivocabili e diretti. Attentati e danneggiamenti a un progetto, sempre collegato alla rete di Nco, di agricoltura sociale a Casal di Principe.Come se non bastasse, le cooperative denunciano poi il mancato rinnovo dei fondi da parte di Asl e Regione. Caso unico, visto che tutti gli altri settori sono stati rifinanziati. Inoltre sono stati bloccati circa 200mila euro di arretrati accumulati da ognuna delle circa ottanta realtà nell’area. A fronte di pagamenti su tutti gli altri fondi gestiti dalla Asl fermi a maggio 2011, solo i progetti come quelli gestiti dalla cooperativa Agropoli hanno arretrati bloccati all’ottobre 2010.

“Il direttore della Asl, Paolo Anduni (ex direttore dell’ospedale dell’Aquila, indagato in seguito ai crolli dovuti al terremoto del 2009, ndr), finora non si è mai voluto incontrare con noi”, racconta Peppe Pagano presidente di Agropoli, che più di una settimana fa ha dato il via a uno sciopero della fame collettivo.

I responsabili dei progetti hanno scritto anche al Presidente della Regione Caldoro, senza ricevere risposta. “Quello che chiediamo è sapere se si vuole o meno che ci siano questi progetti sul nostro territorio. Chiediamo una presa di posizione”, dice Pagano. E invece finora, nonostante la stampa locale e nazionale abbiano iniziato a occuparsene anche grazie allo sciopero della fame che sta coinvolgendo quasi duecento persone e le prese di posizione di Libera e Banca Etica fra gli altri, le istituzioni non hanno voluto incontrare i responsabili delle cooperative e delle onlus coinvolte.

“È come se ci avessero trasformato in abusivi – spiega Simmaco Perillo, presidente della cooperativa Al di là dei Sogni, a Sessa Aurunca -. Il nostro tipo di progetto costa il 50% in meno alla Regione per affrontare con efficienza il problema del disagio psichiatrico e senza utilizzare strutture residenziali tradizionali, grazie ai fondi della Borsa salute. Eppure così, solo non pagando arretrati e non rifinanziando i progetti, cancellano un’esperienza che ha dato successi ed è radicata da anni”.

È evidente che sta succedendo qualcosa di pericoloso su questo territorio. Un territorio dove si sta ridisegnando il potere delle famiglie mafiose. E dove il silenzio, la delegittimazione e l’isolamento rischiano di fare danni gravissimi. Oltre al paradosso che Basaglia, a decenni dalla sua morte, abbia oggi un nuovo nemico: le mafie.

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