Zero. Da dove riparte Francesco Felice dopo Nuddu. L’amore, un fresbiee e le parole che non si trovano

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Zero

Se dovessi raccontare, davvero, la storia di un amore non saprei da dove iniziare. Non trovo un’inizio. Neppure un punto. Perché quella che ho vissuto io non è una storia d’amore normale, canonica, tranquillizzante. E non è un romanzo, una sceneggiatura sentimentale, ma la vita, che devia quello che si è e si riesce ad essere e a dettare tempi e modi. La vita scrive. Noi siamo solo degli attori che stanno seguendo una parte. Per se stessi, per chi si ha avuto accanto.
E lo dico a ragion veduta. Perché per quasi per una vita intera ho inseguito un amore che solo a volte, intermittente, sono riuscito a vivere. Per colpa mia, per la mia storia e l’incapacità di accettarla, per quello che sono e stato non sono riuscito ad essere. Avevo opportunità e un futuro davanti. Invece mi sono perso, nell’andare in cerca di un modo di sfuggire alla realtà dei ricordi e del presente che mi schiacciavano.
Un inizio?
Potrei iniziare da un pomeriggio di sole passato a ridere di nulla e di se stessi giocando a fresbiee. Una vita fa. Pensavo allora che fosse tutto possibile. Che ci fosse un modo di vivere senza gli incubi del passato a stringere la gola all’essere, all’esistere senza coprire il proprio dolore. Non avevo parole per dirlo. Il mio dolore. Ne avevo tante, invece,per nascondermi dalla vita, dalle persone.
Poi quel pomeriggio. Avevo trovato, sudato, affannato, disteso come non ero da anni, quello che sapevo esistere ma pensavo di non meritarmi. Di colpo. Come quando si viene sorpresi per strada da un acquazzone di fine estate. Come grandine lei. E un sorriso che lasciava alle spalle ogni possibile ferita. Lo ruppi quel fresbiee calpestandolo mentre correvo goffamente con il sole in faccia. Era suo. Inevitabilmente. Il destino è così che ti frega. Un fresbiee, una nuvola di capelli spettinati e un sorriso che ti smonta in un istante.
“Ma tu chi sei? Da dove esci?”.
“Mi chiamo Francesco. Sono un amico di Paolo”.
Rise. Togliendosi e capelli dalla faccia.
“Ah, non sapevo che Paolo avesse amici”.
“Capita a tutti la disgrazia di averne. Ma tu chi sei, a proposito?”.
“Alessandra. E sono anche io un’amica di Paolo”.
E una risata fu l’inizio. Se c’è bisogno di trovarlo.

***

Francesco Felice scese le scale di corsa inciampando nell’ultimo gradino. Evitò di farsi male sul serio solo perché andò a sbattere con il muso contro il muro. Imprecò. E riprese a correre. Era in ritardo. E lui odiava essere in ritardo. Chissà per quale anomalia genetica in una città in cui essere ritardatari era vezzo accettato e perfino coltivato, lui si sentiva obbligato a essere sempre e inesorabilmente puntuale. Per poi prendersela con se stesso del proprio assurdo puntiglio.

(… Seguirà)

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