Inchiesta sulla crisi del Welfare sociale in Campania – su Rassegna Sindacale

Peppe Pagano nel giardino/teatro del bene confiscato a San Cipriano D'Aversa - foto Sebastiano Gulisano

LA CAMORRA DIETRO L’ANGOLO

di Pietro Orsatti

Un disastro sociale. E un favore enorme all’economia sommersa, alla camorra in cerca di manovalanza fresca e disperata, al degrado e alla speculazione. Non è possibile definirlo altrimenti quello che sta avvenendo a Napoli e in tutta la Regione. Con conseguenze dirette per i cittadini perfino più gravi e durature della crisi dei rifiuti in Campania. I numeri, e parliamo solo di Napoli, sono impressionanti. Un debito del Comune di 200 milioni nei confronto di coop e associazioni a fronte di un investimento di appena 56 milioni nella spesa sociale, anche a causa dei tagli alla spesa sociale da parte del Governo nel corso degli anni e in particolare con le ultime finanziare. I ritardi di pagamento vanno oltre i due anni, in alcuni casi (Uneba) si arrivano a superare i tre anni. Contro ogni logica e ogni regola. Come se lo Stato avesse deciso di applicare arbitrariamente regole altre dalle leggi e dai bilanci. Numeri che fanno paura, in un territorio con una fragilità sociale di queste dimensioni. Sono circa 20mila gli utenti che rischiano di perdere l’assistenza e il numero di operatori sociali, che nonostante la situazione hanno continuato a lavorare anche senza percepire alcuno stipendio e il cui posto di lavoro è a rischio si aggira tra i 7mila e i 9mila.  E alcune strutture sono già state chiuse. Tra queste: la comunità per sieropositivi e malati di Aids “Masseria Raucci” gestita dalla cooperativa Il Millepiedi perché i fondi che dovrebbero essere vincolati a questo progetto sono stati invece bloccati dalle Asl. Aziende sanitarie locali, come vedremo poi, spesso agiscono con un livello di autonomia assolutamente sorprendente.

E poi la presa in giro (come altrimenti definirla?) dello stanziamento da parte della Regione per la creazione di nuove associazioni (mentre altre chiudono e saltano o resistono rivolgendosi al settore privato per erogare servizi che lo Stato non vuole o non può erogare ai cittadini). Associazioni, sarà un caso, direttamente collegate alla Curia. E chi si è visto visto. Cornuti e mazziati i cittadini che perdono servizi mentre si finanziano progetti porporati per il restauro dei liuti e per il ritorno della tradizione musicale napoletana. Mentre alla Barra i cittadini in festa inneggiano al boss locale, chiedono lavoro e protezione. Un lavoro, un’attenzione e una protezione che lo Stato ha deciso di promettere e poi scippare ai cittadini.

Nuovi potenti in Regione e nuovi favori da restituire, fondi da erogare, clientele da garantire. Anche se porporate? Viste le decisioni della giunta Caldoro cosa si potrebbe pensare? “Stanno sperimentando la nuova Balena bianca e e sembra più vorace della prima”, si lascia sfuggire un operatore sociale che da anni opera in prima fila per fare la differenza in terra di camorra. E un altro sembra ancora più realistico. “Non prendiamoci in giro, Sanità e welfare sono in mano all’ex sottosegretario Cosentino. È lui l’uomo potente, quello che disfa e decide in regione. Caldoro non conta nulla”. Si, proprio lui, il golden boy della politica da quel di Casal di Principe, eletto a soli 19 anni come consigliere comunale nel suo comune natale e per poi passare l’anno successivo a quello provinciale fino ad arrivare nel governo con Berlusconi e poi costretto a dimettersi anche dopo la richiesta della custodia cautelare nei suoi confronti giunta al parlamento per l’accusa di concorso esterno a associazione camorristica. Dimesso, dal governo, tornato a casa a governare? Così si dice, così sembra. Anche se non con l’opposizione, tutta interna probabilmente al suo schieramento, di chi in sua “assenza” ha occupato spazi. Come ci ricorda Ciccio Petraglia, Segretario Generale FP Cgil Campania, che afferma che “il ruolo di Cosentino è forte ma la situazione è ancora fluida e non sono ancora nitidi gli schieramenti”.

“È tutto il sistema ad essere entrato in crisi – prosegue Petraglia – e la situazione peggiora di giorno in giorno. Le ricadute occupazionali, con il sistema di cooperative che chiude e senza nessuna vera alternativa a prenderne il posto, sono drammatiche. E non parliamo di piccole cooperative senza controlli, ma di consorzi grandi e con controlli della qualità elevati. E dove, in qualche modo, è possibile intervenire per la tutela dei lavoratori. La situazione è grave lì, figuriamoci in piccole strutture dove le tutele non ci sono e l’intermediazione è affidata solo ai titolari delle società”. Ma c’è una risposta a questa crisi? Un tentativo di prendere misure che almeno tamponino il crollo di un sistema, che pur davanti a alcuni “nodi” di clientelismo aveva comunque retto? Lo sconforto del sindacalista è evidente. “Non sembra proprio anche davanti all’evidenza della mancanza di controlli sulla qualità. Questo settore sta diventando residuale ormai. Anzi lo è già”.

Nel casertano, poi la situazione diventa ancora più complessa davanti alla presenza del potere criminale assoluto dei Casalesi sommandosi a tagli, sperperi e “scomparsa” dei fondi destinati al welfare territoriale. “Ti racconto una cosa molto semplice ed evidente – spiega Peppe Pagano, presidente della cooperativa Agropoli di San Cipriano D’Aversa che si occupa di psichiatria sul modello basagliano -. Fino a quando non ci siamo avvicinati ai beni confiscati ai casalesi e facevamo la nostra attività fuori da un contesto così esplicitamente di ‘trasformazione simbolica sociale’ sul territorio nessuno ci dava fastidio. Certo, i problemi immensi soliti che si possono incontrare avendo a che fare con il sistema sanitario e sociale di una regione come la Campania. Ma hanno cominciato a metterci davvero i bastoni fra le ruote, a tagliare progetti e finanziamenti (già difficilissimi) quando ci hanno affidato un bene confiscato”. Perché il potere mafioso, qui e ovunque operi, non può permettere che vengano toccati i simboli “fisici” del proprio potere. E quindi si attacca il settore, si impone una scelta alle amministrazioni con cui si interloquisce quotidianamente (e ce lo racconta la cronaca giudiziaria di ogni giorno) e “si liquida il sistema di welfare sociale e territoriale trasferendo tutto sul terreno dell’emergenza e del settore privato dove è molto più facile, per le aziende camorristiche, accedere ad appalti e fondi”. Nella terra dei fuochi dove anche la salute mentale è un business per la camorra come la monnezza che uccide un intero popolo.

***

articolo di spalla

UNA RETE PER RESISTERE

di P.O.

“Mi sento come un cittadino di Srebrenica alla vigilia del massacro. Io come tanti altri, qui, in questa terra assediata. Circondati dalle milizie serbe, pronte a spazzare via un intero popolo, svuotare un’intera città. Per mettere al posto chi?”. Giovanni Savino, il suo naso da clown in tasca e la carica, forse neanche voluta, di presidente della cooperativa sociale Il Tappeto di Iqbal, ha deciso di resistere. Perché siamo a Napoli, e Giovanni è in trincea, da anni, lavorando con ragazzi e adolescenti dei quartieri Barra San Giovanni e Ponticelli. E ci crede, Giovanni, nel suo ruolo, nel suo lavoro, in quello che viene chiamato “welfare territoriale” che lo Stato ha delegato a gente come lui lavandosene le mani delle esigenze vere di centinaia di migliaia di cittadini, se non milioni, in tutto il Paese ma soprattutto in questo pezzo d’Italia, di Sud, che fra monnezza, camorra, killer bambini, degrado e corruzione è diventato la metafora di quest’Italia in liquidazione. Dove c’è chi ingrassa sulla pelle di chi muore, e qui si muore per davvero, e pretende perfino di non pagarne nemmeno le responsabilità politiche.

“Sono due anni che aspettiamo i soldi per gli operatori e per i progetti andati a bando e da due anni, appunto, in atto – spiega Savino – Soldi stanziati dalla Regione, secondo le linee disegnate dalla legge 328, nei confronti del Comune e che questi doveva erogare alle cooperative che si occupano di servizi fondamentali quali la riabilitazione, l’assistenza a disabili e a chi ha problemi psichiatrici, la formazione, l’abbattimento dei conflitti, i giovani a rischio, la creazione di lavoro”. Stanziati e mai arrivati. “Ci hanno appena detto che dei 34 milioni di euro che già dovevamo ricevere forse vedremo la prima tranche nel 2014. Questo è uccidere il welfare vero, quello che riguarda centinaia di miglia di cittadini direttamente, questo è cancellare la speranza che ci sia un’alternativa alla camorra. Al sistema camorristico e criminale. E poi ci si stupisce che alla festa in piazza a Barra la gente vada ad omaggiare il boss locale. Quelli il lavoro ce l’hanno, quelli la possibilità di campare te la danno”.

Come è stato possibile che progetti andati a bando e che già dovevano da anni aver ricevuto i soldi stanziati e di fatto trasferiti? Cosa è successo? Con l’esplodere di conflitti e disagi inimmaginabili, con la chiusura di progetti e servizi fondamentali per i cittadini e una “botta” sociale inimmaginabile con la creazione di 3.000 disoccupati diretti iper-qualificati e altri 20.000, circa, indiretti. Una bomba. Che è esplosa e che, lo Stato, finora, sembra voglia sedare nella maniera più miope attraverso la repressione della protesta anche pacifica come purtroppo è già avvenuto nei mesi scorsi nel corso della campagna elettorale.

“Parliamoci chiaro che questi soldi, che poi abbiamo scoperto non essere solo 34 milioni ma ben 200, a questo ammonterebbe infatti il debito del Comune nei confronti del welfare sociale, sono di fatto scomparsi. Stanziati, trasferiti, ma la cassa è vuota. Dove sono finiti? Chi li ha ricevuti quando si trattava di soldi destinati specificatamente a questi servizi? Davanti a questi fatti ognuno penso che si possa fare una propria idea”.

E che farà ora Savino con il suo naso da clown, con i progetti di formazione e teatro, con la sua banda di trampolieri-educatori, con i suoi amici con cui ogni sera va a raccogliere alimenti al banco alimentare? “Resistere. Rivolgersi a fondazioni private, creare lavoro dalle nostre professionalità e dai progetti di spettacolo e animazione che abbiamo avviato in questi anni. E fare rete. Una rete di gente che non vuole arrendersi e scomparire”.

***

ARTICOLI CORRELATI

—-

Rassegna.it

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...