Piccoli racconti 6 – Il finale che non c’è

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Un finale non c’era. Non era una commedia la sua vita. L’uomo cercava fra le cose che aveva detto e scritto un senso a tutto quello che era successo. Ma un senso non c’era. C’era solo il vuoto di una vita passata a cercare di non arrivare al punto dove si trovava in quel preciso istante, in piedi, dentro un vagone della metropolitana. Una vita di cose buone annullate dalla sua necessità di non svelare agli altri, ma soprattutto a se stesso, che quarant’anni prima chi doveva proteggerlo gli aveva strappato via infanzia, gioia, futuro. “Qualsiasi cosa abbia fatto tu devi comunque portargli rispetto”. Gli batteva in testa quella frase. E quel termine. Rispetto. Di che? Di cosa? Di essere stato proprietà indesiderata, cacciata, annullata, negata, violentata? Patria potestà. Senso distorto e assoluto di potere, di un adulto su un bambino. Potere di chi ha tutto, soprattutto l’opportunità, su chi non ha ancora niente.
Vagone della metropolitana. Gente. E solitudine assoluta. Distanza.
Andava avanti per inerzia. Avrebbe voluto fermarsi, ma non poteva. Faceva in automatico tutto quello che c’era da fare. Senza speranza, senza una visione di futuro. Aspettando solo che qualcuno lo fermasse. Con uno schiaffo o una carezza. Non importava come, in che modo. Lui non era in grado di fermarsi, non riusciva proprio a farlo. L’importante era andare avanti, senza pensare, ogni passo a svuotare memoria, futuro, senso di se. Andare avanti senza un’idea di dove stesse andando.
Non c’era più amore, desiderio, piacere, sesso, senso nelle cose che gli era sempre piaciuto fare, curiosità, fantasia. Non c’era altro che il vuoto e un costante ronzio di dolore. Una roba che mordeva timpani, anima, coscienza. Aveva fatto di tutto per non arrivare a quel punto. Omesso, tenuto tutti i suoi mondi separati, creato mondi alternativi che lo quietassero, mentito, preso al balzo ogni possibile via di fuga. Da quello che stava vivendo. In quel preciso momento. Tenendo stretto il palo del vagone cercando di pensare deserta o almeno non affollata quella metropolitana.
Gli avevano tolto tutto e lui si era fatto complice gettando via il proprio futuro. E la propria speranza.
Aprì la mano. Uno scossone del vagone e cadde. Ma non era un finale.
Semplicemente non c’era un finale possibile. Perché la vita non è una commedia. Non è una sceneggiatura. E l’uomo lo sapeva perfettamente. Perché lui del narrare ne aveva fatto mestiere. Conosceva le tecniche, i ritmi, aveva affinato con il tempo lo stile e le furbizie di un lavoro. Fatto con piacere. Ora solo frutto di altro dolore.
Si rialzò. Chiese scusa a chi aveva urtato. Poi scese alla prima fermata. Scala, corridoio illuminato dal neon, un’altra scala. Poi la luce e la strada. C’era il sole, ma non provò né calore né piacere. Sentiva solo che aveva perso una guerra che non sapeva di combattere. Una guerra lunga tutta la vita.
Accese un sigaretta, cercò di rimuovere la sensazione di un coltello piantato alla bocca dello stomaco che lo accompagnava da mesi. E riprese a camminare.

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