Sono padano e pure porco. Da “L’Italia cantata dal basso” e altre note a margine

Bentornato Presidente, anche se il suo intervento sulla secessione è arrivato un po’ tardivo dopo le palate di fango che ci stiamo prendendo da anni da leghisti xenofobi ipocriti e opportunisti (mi riferisco ovviamente al voto “salva Romano” ultimo di una lunghissima serie di atti strumentali e opportunistici).

Bentornato Presidente, anche se temo che sia per poco. Ragion di Stato. O meglio real politik. O ancora, non svegliare il cane che dorme ovvero gli italiani narcotizzati da decenni e che rischiano di destarsi dentro un’apocalisse.

Bentornato Presidente, non tiri indietro la mano ora. Non si faccia intimidire da questa accozzaglia di interessi di budella e di saccoccia. Dimentichi il suo passato “migliorista” (come lo si chiamava allora… Ah, si! “Centralismo democratico”) e lasci ai “crucchi” la Real Politik. Noi non siamo gente in grado di applicarla quella roba là. Che lo facciano i tedeschi, che sono gente seria.

Ecco, facciamo così, caro Presidente. Rimanga pacatamente incazzato. Non tolga più le castagne dal fuoco a Berlusconi e a Tremonti, a D’Alema e a Bersani, a Casini e e al mostro bifronte Cisl/Uil. Non attenda Draghi, Letta, Montezzemolo e la M(E)rcegaglia. Non si faccia illudere dalle banche che di colpo si fanno portavoce (politiche) di un pezzo di poteri più o meno occulti. E rimanga lì al suo posto, anche se fosse solo per testimonianza. Testimoniare di essere italiani.

***

Quello che segue è un capitolo del libro “L’Italia Cantata Dal Basso” di Pietro Orsatti edito nel 2011 da Coppola Editore.

Sono padano e porco. Sono nato a uno sputo dal Po, ma sono cresciuto a Roma. Cucino la pasta con le sarde, adoro i cappellacci di zucca e vado pazzo per la coda alla vaccinara. La pajata mi fa un po’ senso, ma la salama da sugo la mangio solo per dovere patriottico. Ho delle belle vocali aperte, eredità di una nonna che parlava emiliano stretto con qualche inflessione veneta, e mi “smoscio” per pigrizia e abitudine nella cadenza testaccina. La pianura padana mi deprime un po’, come la nebbia, e spesso mi sento a casa mia solo nei vicoli di Garbatella o alla Kalsa cercando un posto che faccia pesce. Però, quando il treno dopo Bologna passa il Reno mi commuovo sempre un po’.

Ammetto di essermi messo a lutto quando ha chiuso il kebabbaro sotto casa mia, e il giovedì pomeriggio quella folla di migranti che invadono le nostre città mi mette allegria. Avevo al liceo un compagno di banco nigeriano e un paio di amici cileni e ho parenti sparsi fra Argentina  e Brasile . Migranti anche loro. Migrante tante volte anch’io.

Mi piace questo Paese di città, borghi e frazioni. Ognuno con il suo dialetto, le sue tradizioni, la sua cucina, il suo vino. Mi piace pensare che siamo così poco ariani, un po’ arabi, greci, albanesi, spagnoli, francesi, slavi, ebrei, berberi, normanni e longobardi.  Mi piace pensare che siamo dei cialtroni romantici, dei mediterranei creativi, dei pezzi di tante e tante storie. Diverse. Non siamo mai stati “italiani brava gente”, ma siamo stati italiani. Lo siamo stati.

Sono padano e anche porco. Curioso e un po’ troppo pallido. Vorrei pensare che anche tutti gli altri cittadini di questo Paese sgarrupato, ma che è sempre sopravvissuto a tutti i propri difetti, alla fine siano come me, come noi. Meticci.

Ma non è così. E tutto passa attraverso la privazione di cultura, pezzo per pezzo. Stillicidio. C’è chi vuole sbriciolare la vera identità ibrida di questo Paese sostituendola con un’identità artificiale. Dove il cittadino si trasforma in consumatore, l’utente in cliente, la persona in massa. E la massa va alimentata, con la diffidenza, la paura e poi l’odio.

Sono padano e porco. Un po’ ferrarese, romano, palermitano, lucano, triestino, ligure, levantino e ebreo. Sono un italiano. Non un italiano vero. Ma per davvero. Che guarda con repulsione alla Lega e alle mafie  al berlusconismo e al clericalismo d’accatto, alla cultura  fast food della Gelmini e al decisionismo vigliacco degli uomini delle espulsioni. Rifiuto l’idea di un Paese trasformato in supermercato. Con i poveri sotto i ponti clandestini e i furbi a ingrassare. Sono un italiano che non crede, ma crede nel diritto di ciascuno di credere in quel che gli pare.

Sono un italiano, porco e padano contemporaneamente, che crede nel valore assoluto dell’articolo 1 dellaCostituzione , e che ha dato gran parte di se stesso per applicare il 21. Sono uno che sa di avere ancora la possibilità di scrivere quello che sto scrivendo solo grazie a qualcuno che ha combattuto contro il nazifascismo.

Il fascismo che è stata roba nostra, perfino Hitler all’inizio andava a lezioni di dittatura da Mussolini. Quel fascismo, quella voglia di fascismo, che è ancora insita nel Dna del nostro popolo. E che oggi passa attraverso adolescenti addestrati alle armi, folle a Pontida, caccia agli omosessuali e ai “negher”,  banchi marchiati in una scuola padana, dossier e calunnie e intimidazioni , controllo dei media , lodi e leggine a personam. E che passa, purtroppo, attraverso i troppi “aventini” di questa nostra asfittica classe dirigente. Che si indigna intermittente, ma poi cala le braghe appena intravede un barlume di profitto. Anche piccolo. Anche presunto.

IL BLOG DI PIETRO ORSATTI https://orsattipietro.wordpress.com/

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