Una telefonata la domenica mattina, Guareschi, Pasolini e il modo di “raccontare” la realtà

Questa mattina sono stato svegliato abbastanza presto dalla telefonata di un collega, un po’ preoccupato del mio non proprio idilliaco stato d’animo emerso nelle ultime settimane e allarmato, soprattutto, che io produca “meno” e che sia di conesguenza meno politicamente incisivo visto che da qualche settimana ho smesso di parlare dei pruriti del premier, della mignottocrazia, della pochezza del paese e della politica per raccontare invece “i cazzi miei”. Cioè, lui alle otto di questa mattina mi incitava affinché la mia penna non si limitasse a descrivere il mio personale, ma che si mettesse (di nuovo) al servizio di un’idea di rivoluzione, di riscatto, di movimento. Poi, una sorpresa.“Pochi se ne sono resi conto, ma l’esperimento personale che stai facendo può essere la novità”, alla fine ha concluso. Avevo dormito poco, e c’ho pensato solo dopo il secondo caffè  al significato di quello che mi aveva detto. Contraddicendo anche se stesso. Perché proprio quella mia “deriva” personalistica di cui lui inizialmente si preoccupava poi a fine conversazione (io a monosillabi, purtroppo, ma si sa la rivoluzione non prevede riposo domenicale) si era trasformata in “novità”.

“Allora ti piace, vecchio rompiballe”, ho pensato fra uno sbadiglio e l’altro. E l’affetto per quest’uomo si è ancora più rafforzato. E ho sorriso.

Ma non è novità usare la narrazione privata per fare politica, riportare al centro la persona e farne perno della propria azione, concreta, politica. Sono un grande estimatore (e ora da “sinistra” già mi aspetto censure e anatemi) di Guareschi. Non solo del Guareschi di Peppone e don Camillo, non solo dei racconti del “Boscaccio”, ma del corsivista feroce che scriveva sul Corriere alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, che attraverso le sue descrizioni dei costumi italiani dell’epoca raccontava il paese, ferocemente. Non era “un compagno” Guareschi. E per questo la critica non l’ha mai perdonato. Ma tant’è, il suo modo di raccontare se stesso e da lì gli italiani e ancora poi il paese e la politica mi ha sempre affascinato. Come mi ha affascinato un certo Pasolini, che partendo dall’ode  “Politica” poi ritornava sul personale, sullo strettamente privato, sull’affettività e l’amore come emerge, faccio questo esempio perché  l’ho recentemente riletto, da Le Ceneri di Gramsci.

No, non mi sto inventando nulla. Sto solo cercando di riprendere, umilmente, il cammino che molti e con molte più capacità e qualità di me hanno già percorso. E che noi, che abbiamo confuso la comunicazione con il giornalismo, il marketing con la notizia, l’intrattenimento con la letteratura, abbiamo abbandonato.

Non abbiamo bisogno di più parole. Non abbiamo bisogno di più informazioni, sempre più spesso confuse e ridondanti. Abbiamo bisogno di più qualità. E di verità. Partendo dal piccolo, dal basso, da sé.

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