Coerenza

Cerco parole nuove, non ne trovo. Cerco un pezzo di verità in questa enorme farsa che è la vita. Oggi mi hanno detto che “la coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive di immaginazione” citando Oscar Wilde. Probabilmente la stessa persona un anno fa avrebbe chiesto “coerenza” invece che rivendicare, oggi, la propria non coerenza e accusando me di non avere più “immaginazione”. Ma le cose vanno così, mutano, si stratificano, e rimutano ancora. Ognuno fa quello che può. Anche difendersi dall’età e dalle cose e dalle situazioni, tollerabili o meno che siano. Mi ha colpito quella citazione. Oggi di cose che mi sono state dette e che mi hanno colpito ce ne sono state una montagna. Questa ha praticamente aperto la giornata. Non so se volesse essere un’accusa o una difesa. Ma questa frase è rimasta sospesa lì a mezz’aria. Ognuno dei diretti interessati, ovviamente, ne ha dato la propria interpretazione, ma la fra se è rimasta lì. E rimane quel termine. Coerenza.

Coerenza. Si, questa è una parola nuova. La prendo, la saggio, cerco di dargli forma. Non sono stato mai coerente. Ho rivendicato, fino alle estreme conseguenze, tutte le mie contraddizioni. Crogiolandomi dentro la sensazione di essere “aria”. Sbagliando. Ora cerco di essere coerente, e (sbagliando ancora) chiedo coerenza agli altri. Forse è tardi. Sicuramente ho delle pretese che, appunto, non posso permettermi. Ma penso che sia l’unica cosa da fare. Essere coerenti. Almeno, per me è una scelta obbligata. Ma la coerenza non è la negazione dell’immaginazione. Bisogna “immaginare” coerentemente, senza nascondersi quello che si è stati e quello che si è e quello chi si vuole diventare. La coerenza per me, ora, non significa rinunciare al sogno, alla speranza, al progettare, all’immaginare futuro. Anzi, è esattamente il contrario.

La coerenza mi spinge a voler far coincidere me e l’immagine di me, quello che sento con quello che faccio, quello che dico con le mie azioni. La coerenza è un’azione. Non una presunzione. Sento che devo essere coerente sia sul piano privato che su quello pubblico. Sento che devo “smontare” la mia identità troppo coincidente con l’immagine di una “persona che scrive” e ritrovare la mia identità in quello che sono. Non in pezzi di quello che sono. Ma in tutto quello che sono. Sento che devo coerentemente seguire la strada che ho preso ora. Quella di risolvermi, umanamente molto prima che professionalmente. Darmi un senso sia sul piano delle relazioni che in quello pubblico. Io sono una persona che scrive. Una persona che viene letta. Ma prima di tutto sono una persona, complessa, fragile, incoerente (appunto), piena di difetti e di lati bui, di colpe e di ferite. Sono una persona che ride di un’insalata o di un cartello appeso davanti a una chiesa. Sono una persona che studia e si impegna e si butta avanti in prima fila e contemporaneamente vorrebbe stare su un terrazzo, i piedi su una sedia, una birra e poche parole leggere. Quelle giuste. Sono una persona, punto. Poi sono anche uno che scrive, che racconta frammenti di realtà che qualche volta ha la fortuna di scoprire. Io non sono quello che scrivo. O, peggio, non sono perché scrivo. Io sono e basta. E francamente fino a poco tempo fa pensavo che non mi bastasse. E invece ora si, mi basta eccome. Anzi, mi sembra perfino troppo a volte. Una grazia. L’aver vinto alla lotteria.

Perché racconto questa riflessione qui su una pagina? Non lo so. Forse, perché alla fine sono uno che scrive. Che cerca di farlo per mestiere con alterne fortune. Forse è solo perché credo che quello che sto cercando di fare di me, e per me, sia profondamente politico. Perché il personale è politico. Lo è per me. Perché senza una persona intera non ci sono lotte, non c’è impegno, non c’è verità. E io, quello che faticosamente e coerentemente cerco, è proprio questo. Essere intero. A partire da me, dal mio privato, dal mio sentirmi, e poi da quello che faccio verso l’esterno. Verso “il pubblico”. Da qui nasce l’azione politica dello scrivere, di farsi voce. Che è nulla se dietro non c’è una persona.

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