Una rivoluzione partendo da sé stessi. Non il solito gioco al ribasso

Una questione politica. Riprendersi la propria vita e i propri affetti, farne tesoro, e rimettersi in campo. Riprendere il proprio ruolo, la propria professionalità, e rimetterle in gioco in un modo nuovo, con determinazione ma senza nevrotizzare le proprie personali e collettive frustrazioni.

Siamo talmente contratti nella consapevolezza inespressa di una storia politica e umana deficitaria che non riusciamo neanche a intravedere la forza e le potenzialità della nostra storia. Non è un generico gaberiano “la mia generazione ha perso”. È la consapevolezza che avevamo vinto e abbiamo perso tutto per stupidità e sottovalutazione delle capacità, immense, dell’avversario. Partire da quella sconffitta per capire che senza un passaggio umano e personale è inutile pensarsi perfino oggetti politici.

Scrivo nel libro “L’Italia cantata dal basso” (Coppola editore 2011 – www.coppolaeditore.com):

È su quel come, che non siamo mai riusciti davvero a spiegare, che ci siamo persi. È su quella ricerca che abbiamo rimosso dal nostro percorso collettivo e personale che si è dissolta la nostra esperienza. Che per un breve lasso di tempo non è stata un bluff e tantomeno un esercizio di stile.

Ripartiamo da quel “come” che abbiamo scordato per strada. Riguardiamo la nostra storia, queste tre generazioni di idee che ora stancamente cercano di ridarsi voce e senso. Siamo stati schiacciati, chi più e chi meno, dalla bassa cucina della politica dei partiti. Molti dei quali assolutamente residuali, come per molti anni lo sono stati proprio i Verdi . Che per dieci anni sono sopravvissuti (neanche vissuti) di rendita per quello che eravamo stati e sui processi che avevamo avviato.

In questo momento storico ha davvero poco senso parlare di nomi, sigle, numeri e alleanze. Se dobbiamo capire davvero cosa abbiamo ancora da dare, sempre che ci sia ancora richiesto, dobbiamo partire da quello che è stato , da tutti gli errori, e sono un’infinità, che abbiamo messo in fila da quel fatidico referendum sul nucleare che abbiamo vinto per poi perdere nei fatti, collettivamente e personalmente, davanti agli italiani.

Abbiamo un grande prezzo da pagare, un debito con noi stessi che dobbiamo saldare. Siamo stati percepiti come conservatori, come residui del movimentismo degli anni Settanta, come tattici di basso livello, come individui con poche idee e ancor meno coraggio. Siamo stati considerati, dalla storia e dagli italiani, come “dei bravi ragazzi promettenti ma che continuano a non impegnarsi abbastanza”. Adesso non lo siamo neanche più, ragazzi intendo.

Io la mia storia la rivendico, nonostante sia stata dura, in gran parte politicamente fallimentare. Addirittura drammatica in certe fasi. La rivendico perché continuo a pensare che le idee di quel movimento , le energie che mettemmo insieme allora, siano ancora latenti e inespresse perfino nella società di oggi. Ma non sapevamo “il come”. Non riuscivamo neppure a intravvedere come si stesse trasformando quella società che poi siamo riusciti appena a immaginare. Siamo stati superati dalla storia e dagli eventi. Siamo stati superati da noi stessi. Ma alla fine siamo rimasti quelli che eravamo allora, casomai fuori dai giochi e dalle cosiddette “sedi autorevoli di dibattito”. Ma ancora vivi. E da qui, da questo sorpasso, che dobbiamo ripartire. Con coraggio. Non come quei nostri tanti e comuni amici, uno fra tutti Ermete Realacci, che da un decennio (magari fosse così poco tempo) è l’eterno candidato che non si candida, l’eterno ago della bilancia di una bilancia truccata. Uno di noi, fra parentesi, che poteva davvero fare la differenza solo se avesse trovato il coraggio di mettersi in gioco e di andare alla conta e non vivacchiare della rendita del proprio curriculum. Trasformato, nei fatti, in un comodo schermo ecologista per un partito (il Pd di oggi) che è passato direttamente dalla contraddizione industrialista/operaista a quella finanziaria senza passare dal via.

Bene, ora la crisi del berlusconismo sta arrivando a sintesi. E il crollo (che sia domenica o nel 2013) di Berlusconi e della sua pseudo cultura sarà comunque irreversibile. Perché socialmente, economicamente e ecologicamente insostenibile. Questa è forse l’ultima occasione che ci si presenterà, se ne sapremo approfittare, per dare un contributo alla vita non solo politica di questo Paese. Senza candidati e senza candidarsi. Un contributo di idee e di esperienze singole e collettive che, anche se ripetutamente sconfitte, potrebbero innescare qualche cortocircuito in questo monolite mediatico che è diventato la politica italiana.

Eccoci qui al bivio. Inutili moralismi, pressapochismi e populismi d’accatto (pessime imitazioni del populismo vero e funzionale di Berlusconi) da un lato o ricerca di sé e della ragione di stare insieme poi dall’altro. Collettività. Di simili e consapevoli. Ripartendo dal basso di noi stessi, precipitati nell’apatia e nel brontolare contro il cattivo tempo e il governo ladro. Ripartire dalla politica. Dall’esserci. Dalle idee. Perfino dalle ideologie (che non sono una brutta cosa, la nostra storia ne è la prova). Ripartire dall’azione privata, dall’essere accanto ai propri affetti, a se stessi. Per capire il valore di quello che si vuole insieme. Come comunità. Come persone.

Se questa rivoluzione sarà così, fondata sull’uomo, “una rifondazione antropologica”, io ci sarò. Ma solo così.

https://orsattipietro.wordpress.com/2011/08/30/il-21-settembre-a-roma-presentazione-de-litalia-cantata-dal-basso/

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